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Voce 9

Siccome ogni opera che si rispetti termina sempre riallacciandosi col suo principio, e in più il cerchio è la figura perfetta, ritorniamo a navigare per le città europee, laddove avevamo cominciato.

Circolazione e fortuna del Decameron (Boccaccio europeo)

Parlare della fortuna del Decameron significa tenere insieme due mondi distinti: da una parte quello dei mercanti, coloro che non sapevano di “latinorum”, per cui il capolavoro boccacciano divenne presto un classico, una lettura da camera, che portarono all’estero e diffusero nelle principali corti principesche; dall’altra quello dei dotti, amanti di “humanae litterae”, il cui spirito aristocratico mal si conciliava con un’opera scritta in volgare e che non rigettava, al pari della Commedia dantesca, nessun tipo di realtà. Esemplare è la reazione di Petrarca davanti al dono dell’opera finita e speditagli dall’amico – lo sfoglia, ci dà un’occhiata, ma non rimane entusiasta eccetto che per l’ultima novella, quella di Griselda –; ma pensiamo anche al fatto che bisogna aspettare il 1467 per vedere il Decameron entrare in una biblioteca principesca (per la cronaca, è quella ferrarese di Borso d’Este); e ancora nel 1480, in una Firenze dominata dall’elitaria cultura neoplatonica di Ficino e dalle raffinatissime creazioni poetiche di Poliziano, il Decameron non poteva essere annoverato tra i libri ‘seri’ della biblioteca dei Medici, ma solo come libro, diremmo oggi, di evasione e di puro divertimento.
Ma all’estero le cose andavano diversamente, se già dopo soli 15 anni dalla morte del Boccaccio, nel 1390, il Sacchetti scriveva all’inizio del suo Trecentonovelle che il Decameron «in Francia… l’hanno ridotto alla loro lingua». Nelle biblioteche dei duchi e dei principi francesi avere una copia del Decameron diventa presto uno status symbol; le cose non van peggio in Catalogna, dove la prima traduzione, purtroppo anonima, risale al 1429 e precede di alcuni mesi quella che Andreu Febrer compì della Commedia dantesca. Della Germania, poi, non val neanche la pena di parlarne: Venezia, Padova e Norimberga formavano allora un triangolo privilegiato (in quanto i rampolli dell’alta borghesia straniera si immatricolavano nelle università italiane) ed è facile arguire che il nostro libro girasse proprio grazie a questi studenti e alle loro famiglie.
Insieme e grazie ai Canterbury Tales, invece, le storie decameroniane si impongono in Inghilterra: il loro autore, Geoffrey Chaucer deve moltissimo a tutte le opere di Boccaccio e molti dei suoi racconti sono chiare riprese di trame boccacciane: il primo racconto dei Canterbury è un riadattamento della storia del Teseida; il racconto dell’Allodiere è influenzato dal Filocolo e quello del monaco risente delle opere erudite, il De casibus e il De claris mulieribus. Inoltre, nel suo Parliament of Fowls la descrizione del Tempio di Venere proviene dal Teseida e Troilus and Criseyde desume trama, personaggi e migliaia di versi dal Filostrato. Bastano questi pochi esempi per capire come Chaucer divenga un filtro fondamentale, almeno in Inghilterra, nella ricezione delle “fabulae” boccacciane. Per esempio, è proprio grazie a lui che nel Seicento l’inglese John Dryden(external link) scopre Boccaccio e riversa questa lettura nelle sue Favole in versi (riscrive le novelle di Tancredi e Ghismonda, Dec. IV, 1 e di Nastagio degli Onesti, Dec. V, 8). Ma già nel Cinquecento George Whetstone(external link) aveva tenuto il Decameron fra le ginocchia mentre scriveva il suo Heptameron (il titolo vi ricorda qualcosa?): lo dimostra la novella di fra Inganno, presa pari pari da quella boccacciana di fra Alberto [Dec. IV 2].
Proprio il fatto di essere stato messo all’indice nel 1559 contribuì a rendere il Decameron ancora più apprezzato e popolare nei paesi riformati come l’Inghilterra, soprattutto per merito di quelle novelle in cui si sbeffeggiavano i malcostumi del clero. Mentre in Italia si era tutti preoccupati di emendare il Decameron e fargli un ‘abitino’ adatto al freddo clima controriformistico (Leonardo Salviati(external link), tra i fondatori dell’Accademia della Crusca, purga il Decameron, facendo esattamente quello che Daniele da Volterra aveva fatto pochi anni prima mettendo le “mutande” ai nudi della Cappella Sistina), in Europa si colgono i frutti più dolci e succosi della grande pianta che Boccaccio ha seminato.
In Italia non era mancato chi, quasi coetaneo del Boccaccio, aveva tentato opere di emulazione più o meno scoperta del Decameron: nel Pecorone di Giovanni Fiorentino almeno dieci su cinquanta novelle sono “decameroniane”, mentre nel Novelliere di Giovanni Sercambi ben venticinque traggono la loro ispirazione dal capolavoro boccacciano. Ma non ci rimangono certo capolavori della letteratura europea come accade invece in Inghilterra (con Chaucer e Shakespeare), dove, non a caso, sino all’Ottocento si troveranno i veri paladini del Boccaccio, pronti a difenderlo anche contro la freddezza degli italiani (emblematica è, a questo riguardo, il distaccato giudizio di Franceasco De Sanctis): Keats, nella sua poesia The Pot of Basil, trascrive la novella di Lorenzo e Lisabetta [Dec. IV, 5]; Byron nel Childe Harold protesta, con empito civile, contro la violazione della tomba di Boccaccio, avvenuta nel 1783 nella Chiesa di San Filippo e Jacopo a Certaldo; Shalley, finito di leggere il Decameron, trovò che le teorie d’amore di Boccaccio concordavano in pieno con le sue, e forse anche per questo gli venne una gran voglia di visitare Firenze («They would try to muster up a ‘lieta brigata’ which leaving behind them the pestilence of remembered misfortunes, might act over again the pleasures of the interlocutors in Boccaccio»). Chi non solo visitò la città di Dante, Petrarca e Boccaccio, ma decise di comprarci una casa per viverci, fu il nobile scrittore e poeta inglese Walter Savage Landor, il cui entusiastico giudizio ben riassume l’ammirazione per questo nostra “corona” che davvero, vista sub specie Europae, brilla di fulgidissimo lucore.


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