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Voce 7

Luoghi e metafore della narrazione

Tocca a me dirvi dei luoghi dove l’allegra brigata trovò ristoro. Me la sbrigo presto, col dirvi che si tratta per quasi tutta l’opera di un «bellissimo e ricco palagio» sulle colline di Fiesole, con un grande giardino che «di costa era al palagio». Il «bello ordine» del giardino, la raffinata cura delle piante, la preziosa fontana di marmo bianchissimo, finemente cesellata, rivela il trionfo dell’armonia e dell’ordine. Insomma, dall’inferno si passa ad una sorta di paradiso in terra.
Nella conclusione alla seconda giornata, Neifile propone di spostare altrove la dimora, temendo che l’arrivo di «gente nova» possa turbare la loro quiete. Nella conclusione della sesta giornata si assiste ad un ulteriore spostamento, questa volta nella «Valle delle donne», dove si trova un laghetto che funge da lavacro spirituale: la cerimonia lustrale, non riconducibile a mera funzione igienica, assume una valenza simbolica, alludendo all’iter perfectionis dei novellatori.
Infine, nella Conclusione dell’autore, Boccaccio raffigura il proprio capolavoro come un «campo ben coltivato»; l’imagerie del giardino, nella sua ideale perfezione, coincide dunque con l’opera stessa. Ordinare lo spazio in un hortus conclusus che sappia contemplare anche ortiche ed erbacce rivela la modernità poetica e la versatilità narrativa dell’autore.
Ma entriamo ora nel corpo di questo mostro sacro: attraverso alcune parole chiave sarà facile ripercorrerne i principali nuclei tematici. Dunque, seguitemi.

Vedi alla voce: Fortuna e natura

Uno dei grandi temi che attraversa tutta l’opera, tanto da diventarne quasi la spina dorsale, è il binomio antichissimo natura-fortuna. Già l’ouverture, con il dilagare della peste, rivela il potere tirannico della fortuna nelle periclitanti vicende umane. Ma è tutto l’universo antropologico di Boccaccio, a ben pensarci, a essere dominato dai capricci della fortuna, che è presentata in una dimensione laica, in perenne agonismo con l’operosità dell’ingegno umano: la realtà ha i caratteri di uno scontro, mai assestato e pacificato. Per questo al sistema chiuso della Commedia dantesca e all’universo monologico del Canzoniere di Petrarca si contrappone la realtà ibrida, mescidata di un romanzo moderno ante litteram, la cui struttura compositiva contempla l’entropia del sistema-mondo. Fortuna e natura sono «le due ministre del mondo», le quali possono o convergere, determinando un esito lieto, o confliggere, con conseguenze catastrofiche. E in questo mondo secolarizzato governato da questa ‘diarchia’, qual è il nuovo compito dell’arte? Rinunciando ad una funzione allegorica, l’arte potrà, come nel magistrale esempio dell’arte giottesca, farsi interprete della natura, coglierla nella sua verità immanente, raccontarla nel suo stesso farsi.

Vedi alla voce: Cortesia

In questo mondo così fatto è possibile tenere a freno il caos uniformandosi ad alcuni principi regolatori. Esiste infatti un codice di valori, come la cortesia e la magnanimità, che, senza assumere i caratteri della rigidità normativa, può indirizzare l’umano agire. La cortesia è da intendersi come senso di equilibrio, di misura, nelle azioni come nelle parole, dignità e difesa dei valori intellettuali. Così la parabola di Federigo degli Alberghi (Dec. V, 9) insegna l’ideale della costumatezza: il protagonista, infatti, ottiene il proprio oggetto del desiderio non esibendo la sua munificenza, ma con il sacrifico disinteressato, e dunque più nobile, delle proprie sostanze.

Vedi alla voce: Amore

Fin dalle opere giovanili, come abbiamo visto, Boccaccio pone al centro delle sue opere la potenza d’amore, indagandone la complessa fenomenologia e i suoi esiti felici o drammatici. Il Decameron può essere letto anche come un’“epopea erotica”. A ben analizzare l’intero corpus di novelle, più di settanta risultano quelle che tematizzano un soggetto amoroso; e anche in quelle dove non è tema dominante, l’amore risulta comunque presente. Si pensi all’incontro di Andreuccio da Perugia(external link) con la bella cortigiana, in grado di orientarne tutta la vicenda.
Come Giotto, osservatore partecipe, riproduce con la sua arte la natura in tutte le sue molteplici sfaccettature, così Boccaccio rappresenta con somma raffinatezza l’infinita gamma della passione erotica: dal concupiscente appetito di Peronella(external link) – la cui vicenda è ripresa da un episodio delle Metamorfosi di Apuleio – alla nobiltà di Simona, amante di Pasquino(external link), dall’ossessione di Lisabetta da Messina (la cui vicenda macabra ma commovente toccò grandi scrittori come Keats e Anatole France) al magnanimo sacrificio di Griselda, la cui fortuna straordinaria merita una breve trattazione a parte. E, va da sé, l’autore conferisce dignità tragica anche agli umili Simona e Pasquino, anche se la loro fine è decretata da un incidente, e non da un eroico gesto.
Le donne, poi, non sono soltanto oggetti d’amore, ma dimostrano prontezza di iniziativa, sino a rivendicare il diritto alla propria femminilità. Si pensi solo a Madonna Filippa che, colta in flagranza di adulterio, con una lucidissima orazione in tribunale riesce a far modificare la legge nella città di Prato, che condannava l’adulterio solo se commesso dalla donna.

Vedi alla voce: governo del corpo

Alla tradizionale mortificazione medievale del corpo e delle sue pulsioni, Boccaccio contrappone una loro sorprendente valorizzazione. Corporeità ed erotismo sono strettamente connessi nel Decameron: il corpo sprigiona potenzialità di piacere liberatorio, come nella parabola erotica di Alatiel. Molti secoli dopo, il regista e poeta Pier Paolo Pasolini cercherà di riversare nel suo Decameron cinematografico l’ardita naturalezza dei personaggi boccacciani, una lezione che aveva impressionato già un autore cinquecentesco dall’estro carnascialesco come Rabelais(external link).
Nel Decameron, però, il corpo è anche fonte di sofferenze ed orrori; non è un caso che l’opera si apra con immagini di disfacimenti fisiologici (pensiamo al corpo storpiato di Martellino, Dec. II 1, o quello afflitto dal gelo di Rinaldo d’Asti, Dec. II 2); ma pensiamo anche ai corpi rigonfi di Simona e Pasquino (Dec. IV, 7). Una certa attenzione è rivolta anche alla sofferenza prodotta su corpi battuti, colpiti, come nella novella di Nastagio degli Onesti(external link) o di Arriguccio Beringheri, picchiato dai parenti della moglie. Parti del corpo dell’amato possono anche agire come orrorifiche metonimie(external link), come nel caso della testa nascosta nel vaso di basilico irrorata dalle lacrime di Lisabetta da Messina o nel caso del cuore dell’amante Guglielmo Guardastagno dato in pasto all’ignara moglie dal marito Guglielmo Rossiglione. Se nelle novelle di Calandrino si ride a crepapelle, come davanti ai capitomboli e alle bastonate di tanti eroi alla Buster Keaton(external link), talora l’aggressività può rasentare il sadismo; qui la funzione corporale abdica alle propria valenza erotica liberatoria, assumendo i tratti della violenza e della mercificazione.

Vedi alla voce: religione

Tutti sapete quanto il clero sia stato sbeffeggiato dalle novelle del Boccaccio. La polemica antiecclesiastica pervade compiutamente tutta il suo capolavoro. Nella sua critica spietata, Boccaccio denuncia tra i vizi più diffusi nel clero la concupiscenza, l’ipocrisia e la brama di denaro. Che dire di frate Rinaldo(external link) che si trastulla con la comare Agnesa? O dell’abate che, «in ogni cosa santissimo fuori che nell’opera delle femine», «si gode» la moglie di Ferondo(external link)? O di un intero convento di monache che si abbandona al piacere sessuale [Dec. III 1]? Persino gli eremiti, tutti sacrificio e virtù, come Rustico, desiderano «cacciare il diavolo nell’inferno», se l’inferno ha la morbide fattezze di Alibech(external link).
Tra i campioni di ipocrisia la palma d’oro spetta però a frate Cipolla, che rivela quanto l’etica mercantile del denaro abbia guastato i valori fondati su una fede autentica. Boccaccio sembra individuare nel ritorno alla purezza evangelica delle origini una risposta concreta alla generale dissoluzione dei valori religiosi. Attraverso la voce di Melchisedech (Dec. I, 3), egli giunge inoltre alla conclusione che sia la religione mussulmana che quella ebraica e quella cristiana, se praticate con onestà di cuore, sono uguali di fronte a Dio.


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