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Voce 6

Il regno dell’eterogeneo: il Decameron

Il riso può solo unire, non dividere
M.M. Bachtin

Datazione, titolo e destinatario

Vi ricordate quanta influenza ebbe la terribile peste nera del 1348 nella vicenda esistenziale e poetica di Francesco Petrarca, così da solcare, come una cicatrice, il suo capolavoro in due parti? Ecco, una cosa analoga succede anche al suo amico Boccaccio. Il primo grande libro della narrativa occidentale moderna nasce dallo stesso tragico avvenimento. Se infatti Boccaccio lavora al corpus delle novelle già dal 1341, sarà soprattutto dopo il 1348 che più chiaro si farà il disegno e la geometria compositiva dell’opera Il Decameron cerca non solo di registrare il caos, ma di contrapporvi il principio ordinatore della parola. Narrare sarà sempre un tentativo di ricreare la vita dalla morte, annullando una fatale sentenza.
Il titolo dell’opera è riconducibile a uno spurio etimo greco (ricordate ‘Filostrato’ e ‘Filocolo’?), il cui spunto è forse fornito dall’Hexaemeron di Sant’Ambrogio: ai sei giorni della divina creazione del mondo corrispondono, in maniera assai provocatoria, le dieci giornate di un umanissimo epos narrativo.
Nella prima pagina del libro si legge: «Comincia il libro chiamato Decameron cognominato principe Galeotto», titolazione con chiara eco dantesca ripetuta e confermata alla fine del volume: «Qui finisce la decima giornata del libro chiamato Decameron cognominato principe Galeotto». Per la sua proverbiale ‘filoginìa’ (amore per le donne), Boccaccio elegge a destinatarie privilegiate dell’opera le donne, offrendo loro vago e “utile consiglio”. La vocazione elegiaca è tuttavia rovesciata: chi scrive non cerca conforto, ma intende infonderlo, specie alle donne costrette a una vita oziosa, e che, a fatica, possono trovare sollievo alle loro pene d’amore. Riecheggia, nell’invito al piacere della lettura, il monito di Apuleio nelle Metamorfosi: “Lettore, ascolta: ti divertirai” (lector intende: laetaberis). Ma originale è la rivendicazione dell’autonomia del momento del piacere rispetto a quello di edificazione, principio a lungo dominante nella tradizione del racconto medievale.

Per una definizione di genere

Definendolo un “perpetuo carnevale della vita”, già il grande critico Francesco De Sanctis alludeva all’eterogeneità dell’opera come principio costitutivo. E l’eterogeneità è almeno in parte riconducibile alla natura stessa del genere a cui appartiene. Dal canto suo, Boccaccio definisce il suo materiale narrativo attraverso termini interscambiabili: «cento novelle, o favole, o parabole o istorie che dire le vogliamo»: con il termine “novella” Boccaccio intende una narrazione di fatti sia immaginari che storici; le “istorie”, invece, hanno come protagonisti personaggi storici; le favole, come emerge dalle Genealogie, si configurano come una narrazione esemplare sotto una coltre di finzione (sub figmento locutio); le parabole, infine, come negli exempla della predicazione cristiana, contengono un catalogo di vizi puniti e virtù premiate, necessari alla purificazione delle anime. La novella non coincide, in senso stretto, con la narratio brevis, per l’ovvia ragione che molti racconti hanno un andamento romanzesco, un respiro quasi epico: si va infatti dalla brevissima, aforistica novella del re di Cipri (Dec. I, 9) a quella lunghissima della vedova e dello scolare (Dec. VIII, 7). Pare allora che con il termine “novella” Boccaccio intenda un’opera narrativa vasta come la vita, che sappia ridere della sua imperfezione, aperta alle meraviglie del possibile, agli incubi e alle seduzioni dell’immaginario.
La novella incarna dunque l’assunto: «le cose di questo mondo non hanno stabilità alcuna ma sono sempre in mutamento». Si pensi, a questo proposito, alla novella che ha Giotto, probabile alter ego dell’autore, per protagonista (Dec. VI, 5). Qui si legge: «niuna cosa dà la natura (...) che egli con la penna o col pennello non dipingesse sì simile a quella». L’arte e la natura rivaleggiano insomma per far sembrare la natura rappresentata più vera di quella reale (è il principio oraziano dell’«ut pictura poesis»).
L’agilità e la freschezza narrativa del Decameron sono il frutto di un sapiente e calcolato dosaggio di varie tradizioni letterarie, che comprendono almeno le vidas e le razos provenzali, le biografie, spesso vicine alle leggende, e i commenti critici che accompagnano i componimenti dei trovatori; egli recupera poi anche la fertile tradizione dei fablieux francesi, che alimentano una certa piccante licenziosità, e degli exempla. Ma, nella selva spesso intricata di fonti, occorre almeno segnalare il Libro dei Sette Savi, da cui Boccaccio deriva la cornice, e il Novellino, per la disinvoltura compositiva e la vasta gamma di personaggi.

Struttura

Che cosa fa del Decameron “la prima raccolta organica di novelle della letteratura italiana”? Lo sanno anche gli asini che la eterogenea materia narrativa del Decameron è inquadrata nel complesso sistema della cornice (ecco, la cornice!) che infonde unità e armonia alla composizione. Non ridotta a decoro ornamentale, essa istituisce infatti, collegando una novella all’altra, un complesso sistema di echi e corrispondenze, creando uno “spazio dialogico” (Muscetta). È un’idea del tutto originale? No di certo, come quasi sempre in letteratura: pensiamo solo ai racconti di Ulisse dentro l’Odissea o ai miti e alle ‘favole’ dentro le Metamorfosi di Ovidio e di Apuleio. Ma certamente innovativo è il trattamento a cui l’autore sottopone l’intero sistema, concepito come struttura aperta, cantuccio lirico riservato all’autore, spazio a cui consegnare riflessioni critiche: si veda, ad esempio, come l’Introduzione chiarisca l’antefatto della vicenda, delucidi le ragioni profonde della macchina narrativa e attribuisca valore esemplare alle vicende.
Al pari di Dante, che immagina di intraprendere il suo viaggio nel mezzo del cammino della vita (a trentacinque anni) in un’epoca di smarrimento esistenziale, Boccaccio colloca l’incipit del suo viaggio nell’orrore della pestilenza del 1348, in cui il nostro ha, neanche a farlo apposta, proprio trentacinque anni... Rappresentando nell’Introduzione la materia iniziale «fetida et horribilis», Boccaccio immette subito la propria opera nel solco della commedia (comedie humaine): anche questa narrazione, come quella dantesca, «inchoat asperitatem alicuius rei», ma il suo esito sarà «admirabilis». Così tutta l’epopea umana rappresentata, dall’infimo Ciappelletto all’esempio luminoso di Griselda, trova una sua profonda necessità e verità letteraria.
L’Introduzione presenta, in nuce, alcuni dei temi che sostanziano l’opera nel suo complesso: la potenza di Amore è adombrata infatti nell’incontro dei giovani in Santa Maria Novella, alcuni dei quali legati già da un’affinità sentimentale; la fortuna figura a sua volta nel volo dell’angelo della morte, e il trionfo dell’ingegno è già tutto nella soluzione di ritirarsi in luogo ameno, per non cedere all’orrore.
Non mancano, nel testo, partecipazioni dirette dell’autore, che si rivolge al lettore con interventi extra-diegetici. Oltre che nell’Introduzione, l’autore interviene direttamente nell’Introduzione alla quarta giornata e nella Conclusione. Nella Introduzione alla quarta giornata l’autore interviene per difendersi dalle polemiche dei detrattori, che accusano la licenziosità delle novelle: Boccaccio non solo li taccia di invidia, ma difende l’autonomia dell’arte come forza che illumina la mente. E, al contempo, difende la naturalità dell’arte narrando lui stesso la famosa novella delle donne-papere(external link) (Dec. IV 1), vero trionfo della naturalità del desiderio e del piacere del narrare per «refrigerio», «sostentamento» e «conforto» pensato per le vaghe e malinconiche donne.
Ogni novella è introdotta da una rubrica che, nelle intenzioni dell’autore, deve facilitare la memorizzazione del lettore e la selezione dei testi. Con la “leggerezza” che lo caratterizza, Boccaccio invita il lettore a scegliere, in base alla rubrica, gli argomenti che più lo attraggono.

Voces

Boccaccio ha una stima enorme nelle forze della giovinezza. Pensate che egli affida alla sua lieta brigata il compito mai dichiarato di mostrare un nuovo ordine morale fondato sulla ragione come norma di convivenza, e sull’onestà, la sobrietà e la misura come principi etici di comportamento. I giovani decidono di novellare perché l’arte del racconto, a differenza di altri giochi, non presuppone la competizione agonistica, e non è piacere esclusivo, bensì esperienza di condivisione.
La festosa compagnia è formata da tre uomini, probabili proiezioni dell’autore, e da sette giovani donne (il loro numero è carico di sovrasensi simbolici, in accordo con la mentalità medievale), che si incontrano un martedì nella Chiesa di Santa Maria Novella a Firenze, epicentro del morbo. La rigogliosa e saggia Pampinea suggerisce di lasciare la città infestata e le giovani acconsentono, purché accompagnate da valenti uomini. E i tre giovani, sopraggiunti nella Chiesa, si uniscono lieti al progetto. Di mercoledì, dunque, tutti si trasferiscono in un luogo appartato di serena rusticità. I nomi dei protagonisti appartengono alla memoria letteraria del Boccaccio, in una prospettiva sia inter- che intra-testuale. Penso che adesso sia giunto il momento di fare la loro conoscenza.
Ecco la regina della prima giornata, Pampinea, rigogliosa come la vite (compare anche tra le ninfe dell’Ameto) che concede libertà di ragionare «di quello che più aggrada a ciascheduno», elevando il principio di libertà regolamentata a motivo ordinatore dell’opera; ecco qui Filomena (amante e cantante, è la destinataria della lettera-dedica del Filostrato), che governa la seconda giornata, dedicata a «chi, da diverse cose infestato, sia oltre alla sua speranza, riuscito a lieto fine»; qui c’è la timida Neifile (ovvero l’amante nuova, forse si allude alla Beatrice della Vita Nuova?) che governa la terza giornata, terreno «di chi alcuna cosa molto da lui desiderata con industria acquistasse o la perduta ricoverasse», dove alla imprevedibilità, nient’affatto provvidenziale, della fortuna, fa da contraltare l’iniziativa audace dell’umano ingegno; quello che malinconico se ne sta un po’ in disparte – forse anche a causa del tema che gli è capitato di governare – è Filostrato (che già conosciamo come protagonista dell’eponimo poema giovanile del nostro), re della quarta giornata dove si racconta «di coloro li cui amori ebbero infelice fine»; accanto a lui, di spalle, Fiammetta (la donna amata dall’autore, protagonista e voce narrante della famosa Elegia di cui già avete sentito) che presiede la quinta giornata dove si parla «di ciò che a alcuno amante, dopo alcuni fieri o sventurati accidenti, felicemente avvenisse»; ecco invece l’appassionata Elissa (che rimanda alla Didone virgiliana) sotto il cui governo, nella sesta giornata, «si ragiona di chi con alcun leggiadro motto, tentato, si riscotesse, o con pronta risposta o avvedimento fuggì perdita o pericolo o scorno»; lì accanto c’è l’anarchico Dioneo (dal nome della dea Dione, madre di Venere; compare tra i personaggi dell’Ameto) che dirige le operazioni della settima giornata (oh bella! Dare un incarico di direzione a chi ha sempre narrato quello che gli passava per la testa!), dedicata alle «beffe, le quali o per amore o per salvamento di loro le donne hanno già fatte a’ suoi mariti, senza essersene avveduti o sì»; ecco la spigliata madama Lauretta, che richiama la donna amata dal Petrarca, che estende il tema alle «beffe che tutto il giorno o donna a uomo o uomo a donna o l’uno uomo all’altro si fanno»; salutiamo la lusinghiera donna Emilia, già protagonista del Teseida, che presiede una giornata a tema libero, come la prima, dove «si ragiona ciascuno secondo che gli piace e di quello che più gli aggrada»; ed ecco a voi, infine, Panfilo, altra vecchia conoscenza (è il giovane bello e traditore della Elegia di madonna Fiammetta, ricordate?) che ha l’onore di essere re nella decima giornata, dedicata ad esempi di magnanimità e liberalità, «di chi liberalmente o vero magnificamente alcuna cosa operasse intorno a’ fatti d’amore o d’altra cosa».


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