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Voce 5

«Crying is my epitaph». L’Elegia di madonna Fiammetta

Chissà come mai due nomi non da poco del panorama romantico europeo, Frederich Schlegel e Madame de Staël, apprezzarono a tal punto questa straziante elegia d’amore da metterla, il primo, accanto alle più felici pagine del Chisciotte cervantiano (perché, sosteneva, «tutta impregnata di nostalgia, di lamento, di ardore nascosto nel profondo»), la seconda l’amò tanto da sostenere di non conoscere altro romanzo dove si potesse provare in tal modo «l’amore come passione». Bisogna in effetti ammettere che, nel suo genere, l’operetta è davvero notevole.
In questa lunga elegia in nove libri, scritta tra il 1343 e il 1344, l’audace sperimentalismo del Boccaccio e la sua raffinata educazione classicistica trovano compiuta espressione. Anche qui i richiami agli autori del passato si sprecano: da Ovidio, ovviamente, che detiene il “copyright” sul genere letterario, a Dante, che nel suo De vulgari eloquentia (II, 4, 5) parla a proposito dello stile mediano come dello “stile degli infelici” (stile miserorum). Redatta con «mano tremante», essa racconta «gli impetuosi sospiri, le dolenti voci e li tempestosi pensieri» di una giovane, il cui nome – senhal della donna amata dall’autore – evoca fin da subito la vampa conflittuale dell’amore.
Dal momento che gli uomini proverebbero solo «schernevole riso» per il suo folle amore, Fiammetta si rivolge alle donne, dalle quali spera di avere almeno solidarietà. La protagonista, nonché voce narrante, rievoca le alterne vicende dell’amore adulterino per il bello ma infido Panfilo, che prima la seduce e poi l’abbandona. Con straordinario acume psicologico, la donna esperisce e racconta la classica sintomatologia d’amore, ripercorrendo tutte le tappe della sua drammatica vicenda. Anche qui, come in ogni struggimento d’amore che si rispetti, c’è una spalla più anziana a fare da diga al fiume di lacrime: la bàlia. Tuttavia, dimentica com’è degli impeti della giovinezza, vani si rivelano gli ammonimenti della privilegiata confidente, che finisce per incarnare l’intransigenza di una morale censoria.
Abbandonata da Panfilo, Fiammetta continuerà ad attendere e a proclamare, con l’ostinazione dell’amore frustrato, la propria dedizione al giovane. Stupiscono, per la convinzione che le sostiene, pur nella consapevolezza dello scacco, le attestazioni di fedeltà assoluta. Proprio chi, come la bella Fiammetta, confidava di avvincere schiere di pretendenti, resta asservita dal giogo d’amore.
L’individuazione delle fonti ci dimostra che l’Elegia è ben lungi dall’essere una ingenua confessione. Oltre agli autori già citati, la concezione dell’amore come nefas e furore deve essere ricondotta alla tragedia senecana, anche se feconda si dimostra pure la memoria di Virgilio e Lucano.

La favola d’amore e morte, l’anti-idillio di Africo e Mensola. Il Ninfale fiesolano

Dopo tanto pianto, ancora pianto. La forte carica allegorica dell’operetta di cui stiamo per parlare, però, sembra farci fare un passo indietro verso il pieno Medioevo. Quale che sia la data di composizione (1344-46, o anche prima), il Ninfale fiesolano segna una svolta nella ricerca letteraria di Boccaccio. Recuperando esperienze che parevano ormai concluse, come la favola eziologica e la tradizione dell’ottava da lui ripristinata, Boccaccio crea un contenuto originale, sia nell’analisi dei personaggi che nell’elaborazione del patrimonio mitico.
Ecco i fatti: Il pastore Africo si innamora di una ninfa di soli quindici anni, dopo averla vista bagnarsi ad una fonte. Con un escamotage suggeritogli da Venere (un travestimento femminile), Africo riesce a eludere la protezione delle compagne e a possederla. Ma, pentitosi del proprio gesto, si suicida nel luogo del loro primo incontro, in prossimità di un fiume che porterà il suo nome. Il frutto del loro amore è un bambino che Mensola, prima di cadere disperata in un fiume (che anch’esso porterà il suo nome), abbandona in un cespuglio. Il bimbo, denominato Pruneo, sarà il fondatore di Fiesole. La sua nascita pare inoltre annunciare l’avvenuta età della civilizzazione, l’alba di un mondo nuovo in cui le rigide inibizioni saranno superate dalla liceità dell’amore onesto.
Ben infarcito, come abbiamo già visto, della lezione dei classici del metamorfico (Ovidio, Apuleio), Boccaccio fa sperimentare ai suoi personaggi la metamorfosi radicale prodotta dall’esperienza amorosa: Mensola passa dai primi sommovimenti sensuali della pubertà alla sublime trasfigurazione prodotta dalla gravidanza; Africo, da parte sua, conosce la seduzione dell’innamoramento, i trasalimenti del desiderio, l’intensità passionale del possesso e il dramma del pentimento.
Vi lascio al capolavoro incontrastato di Boccaccio. Ma siccome abbiamo già faticato in parecchi, non dimenticate tutto quello che sin qui avete appreso. Vi tornerà sicuramente comodo.


Page last modified on Monday 26 of July, 2010 09:21:06 CEST

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