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Voce 4

Delle armi e degli amori. La Teseida o Delle nozze d’Emilia

Prendo la parola e mi tocca subito un compito gravoso: narrarvi di un progetto assai ambizioso del nostro autore, sempre pronto a tentare l’intentato. Egli leggeva nel De vulgari eloquentia dell’amato Dante che nella letteratura italiana mancava ancora, all’inizio del Trecento, un poema epico in volgare. Com’è nel suo spirito, accetta subito la sfida, desideroso di colmare questa lacuna nella letteratura di cui, più o meno consapevolmente, egli sta ponendo le fondamenta. Così, tra il 1339 e il 1341, scrive il poema in ottave Teseida, «istoria antica», scritta in «pietosa rima». L’opera è costituita da dodici libri, proprio come l’Eneide di Virgilio e la Tebaide di Stazio.
L’analisi del materiale narrativo rivela una certa propensione al tono melodrammatico e patetico: il conflitto tragico è infatti stemperato da una certa disposizione al sorriso borghese, che ha indotto a formulare l’ipotesi che il Teseida sia la prima storia drammatica del Boccaccio. I luoghi più convincenti del testo sono quelli caratterizzati da una schietta semplicità di canto: l’apparizione della bellezza di Emilia, che, tra contemplazione estatica e naturalità vivace, si impone con la fresca autenticità di un ritratto. Deliziosa Emilia è, poi, nel suo atteggiarsi a una consapevole e delicata civetteria, che rivela appieno il talento di Boccaccio, interprete sempre più accorto della grazia femminile. Il mistero insondabile di amore e fortuna erode l’epos dall’interno, rivelando l’erompere di un’istanza autenticamente romanzesca e di una disposizione tutta laica e borghese.
A proposito di poemi cavallereschi dove il tema sentimentale prende il sopravvento, sapete dove e quando venne pubblicato il Teseida per la prima volta? A Ferrara, nel 1475. Non ci vogliono grandi menti di filologi per intuire tutta l’influenza che poté esercitare sui cantori ferraresi dell’innamoramento, prima, e della pazzia, poi, di Orlando: Boiardo e Ariosto.

Il Ninfale d’Ameto o Commedia delle ninfe fiorentine

Alla malinconia del ritorno a Firenze, come si è detto, il nostro Giovanni reagisce con una caparbia attività letteraria; egli trova rifugio nella grazia sensuale dell’idillio e del mito, componendo, tra il 1341 e il 1342, la Commedia delle ninfe fiorentine, che dai contemporanei avreste anche sentito nominare Ameto. Se volessimo fare i colti, diremmo che l’opera è, tecnicamente, un prosimetro, alterna cioè parti in prosa e parti in poesia (terzine dantesche), secondo il modello del De consolatione philosophiae di Severino Boezio e della Vita nuova (guardacaso, ancora un richiamo a Dante!).
Durante una delle sue scorribande, Ameto si imbatte in una schiera di sette ninfe intente a bagnarsi, chiara trasposizione allegorica delle sette virtù cardinali e teologali. Ci si potrebbe aspettare la fine di Atteone, e invece le ninfe, care a Venere, richiamano i cani che hanno assalito il rozzo pastore e ascoltano il canto della vestale Lia. Abbandonate le sue cacce, Ameto partecipa alla cerimonia in onore di Venere e ascolta le intrigate vicende sentimentali, ora patetiche ora licenziose, raccontate dalle ninfe che Lia ha spronato a parlare; il giovane, che inframmezza la narrazione con contrappunti lirici, si identifica via via con i protagonisti delle vicende narrate, compiendo così la propria educazione sentimentale, che terminerà, ormai iniziato alle sette virtù, in una finale purificazione al lavacro.
Sebbene l’istanza sapienziale e l’impianto allegorico del prosimetro limitino la spregiudicatezza compositiva, questo Ninfale sarà guardato come un modello dai futuri celebri cantori della realtà bucolica, a partire da Sannazzaro che, con la sua Arcadia, contribuirà a creare un immaginario letterario dell’altrove e dell’utopia di enorme successo sino a Settecento inoltrato.

Amore è una visione: L’amorosa visione

«Ancora un momento: non abbiamo finito coi sogni e le visioni. Tra il 1342 e il 1343 Giovanni compone infatti un’altra opera di impostazione allegorica: l’Amorosa visione, un poema in terza rima. L’opera, costituita da cinquanta canti, rivela una forte tensione sperimentale. All’ideale catalogo di visioni e reminiscenze artistiche e letterarie si ispirerà, tra gli altri, il Petrarca dei Trionfi. Anche qui, come per Petrarca, la farraginosa serie delle visioni non dà però vivacità al freddo schema compositivo.
Protagonista del percorso di perfezionamento è questa volta il Boccaccio stesso che depone qui i panni di spettatore e, al contempo, rinuncia al virtuosismo di facili proiezioni emblematiche. Tormentato dall’amore per Fiammetta, il narratore, in un lido deserto, scorge una donna gentile, (che sia Venere celeste?), che lo invita ad abbandonare le lusinghe dei facili piaceri, e a seguirla nella via che conduce alla felicità. Giunti in prossimità di un nobile castello che presenta due possibili vie di accesso, il narratore rifiuta di imboccare la strada più stretta e penetrare invece attraverso la porta più larga, accedendo così alla sala splendidamente affrescata di un castello. Dopo aver assistito ad una interminabile serie di trionfi e visioni, il protagonista raggiunge un giardino, dove la sua guida gli consente finalmente di giacere con la sua bella, Fiammetta. Ma proprio sul più bello il sogno si interrompe e il narratore promette allora a Fiammetta che imboccherà la strada più ardua, quella della virtù.
Singolare davvero questo poema didattico-allegorico, che ad alcuni è parso addirittura una parodia della Commedia. Nonostante l’impalcatura allegorica, il fascino dell’opera risiede nella scelta di un’ideale di vita nient’affatto ascetico: la strada della virtù è infatti solo adombrata e la gran parte del poema è improntata ad un sano edonismo. Ma poniamo termine alle nostre elucubrazioni, che per parlare di un Boccaccio esperto di pianti, lasciamo volentieri la parola all’ufficio querele.


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