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Voce 3

L’umile rampollo di rime d’amore. Modelli lirici e materiali poetici

Forse avrete sentito parlar poco o nulla delle Rime di Giovanni Boccaccio. Per forza, alcuni accigliati critici han sentenziato che esse eran buone solo per darci qualche informazione in più sulla vita del loro autore. Del resto forse Giovanni stesso, bruciando, come un modernissimo poeta maledetto, queste sue composizioni poetiche, ha contributo non poco a buttarle in cattiva luce. Il principale autore di riferimento di queste prime prove è ovviamente Dante: il Dante stilnovista, il Dante delle rime petrose – che insegna come dare energia espressiva e vigore sintattico ai versi – fino a quello fattosi filosofo dottrinale nel Convivio; Ma, accanto al magistero dantesco, si sente già anche la lezione del magister et praeceptor Petrarca, in specie nella sezione finale di questo piccolo canzoniere, dove prevale una meditazione sconsolata sulla vanitas vanitatum, il ripiegamento pensoso e l’abbandono a un esclusivo colloquio con la Vergine e la corte celeste. Tra i temi principali si fa spazio la passione tragica d’amore, mitigata dall’uso, tipicamente cavalcantiano, di diminutivi che attenuano il pathos drammatico, in perfetta sintonia con il temperamento dell’autore, incline più all’elegia che al dramma. Le raffinate rappresentazioni paesistiche sono percorse da una soffusa sensualità, preludio a quella rapita contemplazione della donna che assumerà l’intonazione della lode, secondo le modalità che furono già del Dante della della Vita nuova. Oltre a queste modalità, però, già si notano sferzate riconducibili alla tradizione dei rimatori realistico-burleschi, che preannunciano, con la loro vocazione caricaturale, l’impasto linguistico del Decameron.

L’ars amatoria-venatoria. Struttura e composizione della Caccia di Diana

Con l’operetta mitologica La caccia di Diana, Giovanni sperimenta le modalità narrative del racconto in versi. L’opera, realizzata circa nel 1334, si configura come un poemetto encomiastico in terzine, costituito da diciotto brevi canti e modellato sullo schema del sirventese in lode delle “sessanta donne più belle donne della città di Firenze”: ancora una volta, il modello dantesco imperversa. Con sobria eleganza, l’autore intende infatti rendere omaggio alle donne dell’amata corte angioina. Se l’idea di celebrare “la bella donna il cui nome si tace” è riconducibile anch’essa alla Vita nuova, al misticismo allegorico del libello dantesco si contrappone però, nella commedia galante del Boccaccio, una sensualità tutta terrena. Ecco la vicenda. Il poeta, assorto nelle pene d’amore, ha una mirabile visione: in un incantevole scenario primaverile, un gruppo di bellissime donne va a caccia, divisa in quattro schiere, per volontà della dea Diana. Fatta incetta di fiere, la dea invita le giovani a sacrificarle e a votarsi al culto della castità. Ma una bella innominata si oppone e, regina di quella corte tutta sensualità e leggerezza fantastica, dichiara che “altro fuoco” brucia nel loro petto, opponendo all’interdizione sessuale la felicità irresponsabile dell’amore; Diana è costretta a sparire e al suo posto appare l’invocata Venere, che concede alle donne la gioia di vedere trasformata ogni fiera in «giovinetto gaio e bello». Lo stesso autore, che aveva assistito alle epifanie galanti nella sembianze di una fiera, recupera aspetto e dignità umani.
L’eleganza preziosa del testo si rivela nella ripresa, dall’ultimo libro di Leucippo e Clitofonte di Achille Tazio(external link), del motivo del trionfo di Venere su Diana; a questo è congiunto il tema della metamorfosi, di sicura ascendenza ovidiana, con un particolare richiamo al mito di Atteone, e con echi espliciti all’Asino d’oro di Apuleio: se amore ha una forza redentrice (tema che percorrerà, con ben differente tensione etica e gnoseologica, il capolavoro della maturità), allora questo raffinato epillio si può leggere come il ‘controcanto’ alla concupiscenza carnale di Circe e di Lucio, il protagonista del capolavoro apuleiano.

Di cosa parliamo quando parliamo d’amore. Il Filocolo

È con grande piacere che vi annuncio che stiamo per parlare del primo romanzo della letteratura italiana. Il Filocolo, romanzo-fiume in 5 libri, impegna Giovanni in un arco temporale delimitabile negli anni 1336-1338. Il titolo, che, secondo il fantasioso etimo greco, vale «fatica d’amore», sarà da intendere anche nell’accezione metaletteraria di fatica narrativa. L’autore immagina che sia Maria d’Aquino, la figlia del re Roberto d’Angiò, a commissionargli il libro, creando così una sorta di micro-cornice che, se certo non ha la robustezza e la duttilità di quella decameroniana, pare comunque prefigurarla; lamentando che le vicende d’amore di Florio e Biancifiore siano lasciate ai «favolosi parlari degli ignoranti» (leggasi: i cantari), la committente chiede al poeta di narrare «il nascimento, l’innamoramento e gli accidenti de detti due». L’intreccio, riconducibile al poemetto francese Floire et Blancheflore della metà del XII secolo, narra le peripezie di due giovani innamorati, nati e cresciuti insieme, ma di sangue regale lui, di presunta origine popolare, invece, lei. Durante la galeotta lettura della trattatistica amorosa di Ovidio, tra i due si accende la passione, ma il loro amore è impedito dall’intercessione dei genitori di Florio, che separano gli innamorati. Florio, dunque, assunto il nome parlante di Filocolo, si dedicherà con dedizione assoluta alla quéste (ricerca) dell’amata, passando attraverso mirabolanti avventure. I due potranno infine sposarsi, con tanto di topica agnitio finale, in cui si rivelerà la nobile origine di Biancifiore.

Le questioni d’amore

In ogni romanzo di formazione che si rispetti c’è un momento cruciale, la svolta che imprime la giusta direzione al cammino del protagonista. Nel percorso di formazione del giovane Florio, giocano un ruolo fondamentale le questioni d’amore cui egli sarà sottoposto alla corte partenopea, una delle tante tappe di avvicinamento del suo viaggio che terminerà ad Alessandria; esse, ruotanti attorno ai temi del desiderio, del dubbio e dell’immaginazione d’amore, sono funzionali al percorso di formazione del giovane che si snoda lungo tutto il romanzo, e lo aiuteranno a divenire, da inesperto pellegrino d’amore, un amante onesto. In questo polifonico “ragionar d’amor”, la verità scaturisce a poco a poco dal concerto delle varie voci.
In una delle più celebri questioni i novellatori indagano le sottili differenze tra amore per diletto, per utilità, e per onestà, secondo i dettami dell’Etica aristotelica. Se unanime è la deprecazione dell’amore asservito alla logica dell’interesse, la novellatrice Fiammetta, senhal della donna amata dall’autore, pare indicare la perfezione nell’onestà disinteressata dell’amore, pur riconoscendo ampi margini all’amore dilettoso. Nell’indagine filosofica della fenomenologia d’amore, i novellatori si interrogano se sia preferibile amare una “pulcella”, una “donna maritata” o una “vedova”; se da un lato è da respingere l’amore per giovinetta rozza e inesperta, sarà invece lodevolissima cosa l’amore per una donna vedova. Sorprende – atto di insubordinazione radicale – il rifiuto netto di tutta la tradizione lirica riconducibile alla precettistica d’amore formulata da Andrea Cappellano, poiché Fiammetta dichiara che è da rifiutare l’amore per una donna coniugata.
Tali questioni d’amore conobbero una fortuna ‘estravagante’ rispetto al romanzo in cui si trovano inserite: si pensi che nel 1546 una stampa del Filocolo si limitava, senza grave scandalo dei lettori, alle sole tredici questioni d’amore. Si può azzardare a dire che il Filocolo fu recepito in Europa soprattutto come un repertorio di casistica amorosa.

Il Filostrato, ovvero del segreto e amoroso dolore. Struttura e modelli compositivi

Ma, si sa, non tutte le storie possono finire con l’happy ending. Lo sapeva bene anche il nostro autore, che dopo il Filocolo (o, per altri, prima, ma questo a noi poco importa), scrisse un’opera dal finale drammatico. Nel 1339 o, secondo alcuni, già nel 1335, Giovanni compone un romanzo cavalleresco in ottave (il primo, assieme al Teseida, della nostra storia letteraria), suddiviso in nove canti e ispirato alla tragica storia di Troilo e Criseide. La vicenda, inserita nel Roman de Troie di Benoit de Sainte-Maure (1160), era nota all’autore attraverso la Historia destructionis Troiae di Guido delle Colonne (1287). L’opera è dedicata alla donna amata Giovanna, designata con il senhal di Filomena.
Nella vicenda l’autore assume lo pseudonimo di Filostrato, che, secondo il fantasioso etimo greco, sarebbe da interpretarsi come “vinto e abbattuto d’amore”; ancora una volta il nostro autore proietta nell’evasione fantastica del mito la propria vicenda interiore. La trama è nota e chi non se la ricorda, se la vada a ripassare.
L’attenzione dell’autore è posta sulla narrazione dell’amore di Troilo e Criseide. Se da un lato la donna rivela un’indole disinvolta e una buona dose di spregiudicato pragmatismo, dall’altro Troilo ha, al contrario, un temperamento elegiaco, incline al pianto, manifestando quasi una natura femminea. Così al campo di battaglia si contrappone la cameretta dei sospiri, Genius loci della solitudine dell’amore frustrato.
Ma in questa maratona professorale, per Polluce, non posso mica parlar solo io! Ed è buona norma passar la “favella”, quando si è “lassi”.


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