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The portrait of the artist. Tra mito e realtà

Ancora incerti sono molti dati relativi alla biografia di Giovanni Boccaccio. L’autore stesso contribuì, infatti, ad alimentare una versione romanzesca della propria vita: favoleggiando di una nobile origine dalla figlia del re di Francia, egli tentò infatti di ingentilire la sua nascita, che deve probabilmente ad un’umile serva che il padre, ricco mercante, non volle mai sposare. Molti intellettuali francesi poi, intuito che il personaggio avrebbe goduto di sorte preclara, cercarono fin da subito di tirare il nostro per la giacchetta, favoleggiando di una sua improbabile formazione ‘sorboniana’ (la celeberrima università di Parigi). Ma oggi possiamo dire, con buon grado di probabilità, che Giovanni Boccaccio nacque, se non a Firenze, a Certaldo, come testimonierebbe anche la consuetudine di firmarsi “Iohannes de Certaldo”. L’infanzia la spese comunque a Firenze, dando prova, come si evince dalle Genealogie deorum gentilium, di una precoce vocazione letteraria, coltivata contro la volontà del padre, che lo voleva uomo d’affari: «Assai mi ricordo – dice – che da fanciullo il padre mio pose ogni sforzo, perch’io divenisse mercante». Volete sapere anche chi lo instradò agli studi letterari? È presto detto: fu il maestro Giovanni di Domenico Mazzuoli da Strada, padre del più famoso Zanobi, (futuro compagno di scuola e corrispondente di Boccaccio) che per primo gli lesse la Commedia dantesca, cominciando a introdurre qualche grillo nella testa del giovane. Il «fingendi desiderium» (desiderio di comporre poesia) lo investì così prepotentemente che divenne inevitabile la decisione di anteporre all’oro del mercante l’alloro della poesia. No, Giovanni non si occuperà di «avidi guadagni». Ma... con calma. Non fu tutto così semplice come lo andiamo raccontando.

Le meraviglie della corte

Nel 1327, per i sopraggiunti impegni lavorativi del padre (divenuto agente dei Bardi), l’adolescente Boccaccio si trasferisce a Napoli. Qui viene introdotto alla pratica bancaria e mercantesca; scrive infatti che il padre lo «pose a stare con un grandissimo mercante, appresso il quale nello spazio di sei anni non feci altro profitto che perdere tempo». In verità, quell’esperienza non fu una totale perdita di tempo: in quell’apprendistato mercantesco praticato controvoglia, il giovane Giovanni farà tesoro di quella realtà vivida, corposa, brulicante ed espressiva, che anni dopo farà reagire, in un mix memorabile, col suo grande bagaglio di letture moderne e antiche. Figlio di Dante e fratello minore di Petrarca, Giovanni sarà in grado, come il suo conterraneo Machiavelli, e come pochi altri, di mescolare magistralmente la lezione degli antichi con la “realtà effettuale”.
Presto, comunque, grazie alle entrature del padre, Giovanni viene accolto nella splendida corte angioina, che lo affascina per l’ideale di vita improntato a edonismo e raffinatezza culturale. La sua vita adolescenziale corre insieme sui due binari del divertimento e dello studio: partecipa infatti alla vita mondana della gioventù nobiliare, tra feste a corte e vacanze nei luoghi di diporto del golfo, mentre nella biblioteca reale trova a disposizione la letteratura del ciclo arturiano e bretone, i romanzi di Chretien de Troyes, la poesia provenzale e i Lais di Maria di Francia(external link); e, sempre in quegli anni, si dedica con assiduità alla lettura di manoscritti di autori classici quali Virgilio, Livio, Ovidio, Valerio Massimo, Lucano, Stazio, Apuleio, Macrobio, alimentando la sua sete di lettura. In questo periodo Boccaccio viene inoltre a contatto con le rime del Dolce Stil Novo grazie al grande poeta e giurista Cino da Pistoia, di cui ha la fortuna di seguire, tra il 1330 e il 1331, le lezioni di diritto. Il padre tenta infatti, fallito l’approccio col mondo del commercio, di avviare il figlio ai redditizi studi giuridici, ma “affidato” a colui che era stato poeta amico di Dante, Giovanni cade dalla padella alla brace: non solo Cino instilla nel giovane la passione per la poesia in volgare, ma fa da trait d’union con altri giuristi-letterati, come Giovanni Barilli e Barbato da Sulmona, amici di Petrarca.
Così, sui vent’anni, come ogni buon poeta che si rispetti, Giovanni comincia a comporre le sue prime prove: nel 1332 esordisce con L’elegia di Costanza, un lungo lamento di una giovane morta prematuramente, la quale invita il viandante a prestare ascolto alle sue dolenti note. L’opera rivela i limiti di un patetismo non debitamente imbrigliato. Ma fortunatamente in questo caso il buon giorno non si vede dal mattino. E negli anni napoletani Giovanni comporrà operette ben più importanti di cui converrà parlare a tempo debito.

L’odiato ritorno. La morte nera e la rinascita umanistica

Tutti i periodi d’oro devono finire, non foss’altro per essere rimpianti. Nell’inverno 1340-41 Boccaccino (che, a dispetto del nome, è il padre di Boccaccio) deve abbandonare il proprio incarico: termina così il sogno di vita nella Napoli regia e, dalle meraviglie della corte, Giovanni deve rientrare a Firenze. Ormai minata da una grave crisi politica ed economica, la città non offre inizialmente all’autore stimoli culturali. Sono questi, tuttavia, anni di intenso lavoro per lui, in cui danno frutto le vaste e numerose letture fatte nel periodo napoletano: portato a conclusione il poema Teseida (1339-1341), Giovanni compone, sempre in volgare, la Commedia delle ninfe fiorentine (1341-42) e il poema mitologico-eziologico Ninfale fiesolano (1344-46), opere legate sin dal titolo alla sua patria; con l’Amorosa visione (1342-43) si cimenta invece con la terzina dantesca, come Petrarca aveva fatto con i Triumphi, e non a caso manderà in dono proprio a Francesco (Petrarca) questo prodotto del suo ingegno accompagnato da una copia della Commedia dantesca. Troppa carne al fuoco? Non vi preoccupate: nelle prossime giornate altri vi guiderà per queste opere. Aggiungo solo un altro titolo, l’Elegia di madonna Fiammetta (1343-44), prototipo di lunghissima durata del moderno romanzo psicologico, che avrà ampia fortuna fino al Werther di Goethe, alla Madame Bovary di Flaubert, forse persino fino alla Recherche di Marcel Proust.

«Annus horribilis»

Il 1348 è, come per Petrarca, l’anno della svolta: a Firenze, come in tutta Europa, imperversa il flagello della peste nera: sono anni drammatici, e lo scrittore vive in prima persona l’orrore. Perde, oltre al padre e alla matrigna, alcuni tra i più cari amici: Matteo Frescobaldi, Giovanni Villani e Franceschino degli Albizzi. Nel 1349 comincia la stesura di quello che diverrà il suo capolavoro, il Decameron. Nel frattempo, nel 1350, il comune fiorentino affida al nostro scrittore alcune importanti missioni diplomatiche, che lo impegneranno a lungo: nel 1351 è ambasciatore presso Ludovico di Brandeburgo; nel 1354 è da Innocenzo VI ad Avignone, dove lo riceve con grandi onori Philippe de Cabassole (cui l’ha evidentemente raccomandato il comune amico Francesco Petrarca); nel 1359, invece, è a Milano, presso Barnabò Visconti.
A proposito di Petrarca, citato en passant: non bisogna scordarsi di dire (perché è una delle più importanti storie d’amicizia che la letteratura italiana medievale conosca, dopo quella tra Dante e Guido Cavalcanti) che nell’ottobre del 1350 Boccaccio conosce, appunto, il già grande e rinomato Francesco Petrarca, “poeta laureatus”, che diventerà suo “padre” e “precettore”; con lui discuterà apertamente di libri, di commenti, di teoria letteraria e sotto la sua influenza si invaghirà definitivamente della cultura classica tanto da cercare di imparare il greco (lingua che ormai in Europa quasi nessuno più conosceva) da un monaco calabrese grasso, rozzo e maleodorante, ma raccomandatogli da Petrarca stesso, di nome Leonzio Pilato(external link).

Prove di maturità

Inizia così la stesura delle Genealogie deorum gentilium, su cui non ci soffermiamo perché il mio collega già ve ne ha parlato. Nel 1351 termina la prima redazione del Decameron e l’anno successivo compone la prima stesura del Trattatelo in laude di Dante, la più antica biografia di Dante, per cui Boccaccio utilizza le dirette testimonianze di Cino e dell’amico Giovanni Villani. Nel 1360, per ovviare alle difficoltà economiche, prende gli ordini minori, divenendo chierico. Proprio a partire dagli anni ’60 la sua casa si trasforma in un centro di irradiazione culturale per i maggiori letterati del tempo. Rientrato a Firenze dopo un fallimentare tentativo di tornare nella Napoli amata in giovinezza, in un anno non ben definibile tra il 1363 e il 1365 scrive il furioso e sperimentale Corbaccio(external link), violenta requisitoria misogina dai toni ora lividi, ora comici, che pare contraddire clamorosamente uno dei cardini della sua poetica, vale a dire la grande stima della figura femminile. Il Buccolicum carmen(external link) è invece il risultato più compiuto dell’‘agonismo’ stabilito con Petrarca nella ripresa dei classici latini, in questo caso di Virgilio. Nel 1371 si trasferisce definitivamente a Certaldo. Più gravi si fanno infatti le condizioni di salute a causa dell’obesità, dell’idropisia e delle febbri. Quale estremo riconoscimento dal comune fiorentino gli viene affidata la pubblica lettura e il commento dell’amata Commedia dantesca, che, pensate, nella sua vita ricopiò di propria mano, per intero, almeno tre volte. Così, dal 1373 al 1374, nella Chiesa di Santo Stefano di Badia, legge e chiosa i primi 17 canti dell’Inferno. Ma le letture vengono presto interrotte, forse a causa delle difficili condizioni di salute dell’esegeta, o forse per il fondo torbido degli odi di partito che le letture dei canti andavano rivelando.
Il 21 dicembre del 1375 Boccaccio muore, poco più di un anno dopo l’amico Petrarca.

Scusate, davvero, la pedanteria. Un’ultima cosa: probabilmente, anche se nel dagherrotipo che ho in mano non si vede bene, ad ascoltare alcune delle sue pubbliche letture, lì affacciato all’ingresso della chiesa, c’è anche un letterato inglese, figlio di un ricco mercante di vino e inviato dalla corona inglese. Si chiama Geoffrey Chaucer e, coi suoi Canterbury tales, che scriverà al ritorno in patria, diverrà il Boccaccio della letteratura inglese, dovendo non poco all’autore del Decameron, anche se non lo ringraziarà mai direttamente.
Ed ora, sotto a chi tocca.


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