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Vittorio Alfieri e lo sguardo dei posteri

Nel 1948 Saba(external link), nell’intervento critico Perché amo l’Alfieri, ora raccolto nel volume Tutte le prose (Stara 2001, 987-990), illustra le ragioni della lunga consuetudine con la produzione dell’astigiano, in particolare rivolta al corpus delle tragedie. L’ammirazione di Saba non è da intendersi come entusiastica ed acritica adesione, ma anzi sembra tingersi di circospette cautele.
Saba rievoca il primo incontro con la poesia alfieriana, da ascrivere alla stagione della giovinezza. Ma, come è forse solo per certe letture giovanili, la pagina non conosce le sedimentazioni del tempo che tutto corrode, ma sa rivivere nel rigore della rilettura. E invero molto alfieriana è questa periodizzazione della vita per stratificazioni temporali. Come a dire che, nel rievocare la passione giovanile e matura per l’Alfieri, Saba ricalcherebbe la trama narrativa che sostanzia la Vita.
Pur consapevole dei limiti, ideologici e stilistici, della poesia del Nostro, Saba riconosce elementi di indiscutibile novità alla prosa e poesia concitata di Alfieri; e, nonostante la sua estrazione piccolo borghese, egli apprezza le aristocratiche qualità native di tesissime passioni. Certo, a leggerlo, ancora oggi, rimane l’impressione che Alfieri davvero conti le sillabe sulle punta delle dita. Certi difetti permangono, indubitabilmente.
Tuttavia ragioni per amare (e non solo conoscere) Alfieri restano, purché si sfrondi il campo da frettolosi giudizi come quello formulato da Palazzeschi(external link) nella sua querela pacis Due imperi… mancati. Qui si legge: «Tutto quello che c’è di deleterio in Italia è del D’Annunzio. Raccoglie egli la fiaccola lasciata a terra da quella vecchia chitarra del Carducci, che a sua volta la raccoglie da quell’altro trombone dell’Alfieri» (Palazzeschi 1994, 150) .
Certe riflessioni valgono, forse, più come documento di una temperie culturale che per il loro effettivo valore di chiarificazione. Ma, nella valutazione complessiva della produzione alfieriana, occorre anche abdicare alle facili asserzioni di un poeta avverso alla tirannide in quanto tiranno egli stesso, e rintracciare, al contrario, gli elementi di modernità che la sua opera è ancora, credo, in grado di comunicare.
In primo luogo si consideri l’incipit del ritratto che De Sanctis(external link) ha delineato del poeta: «Togliete l’ironia, fate salire alla superficie in modo scoperto e provocante l’ira e il disgusto, il disprezzo, tutti quei sentimenti che Parini con tanto sforzo dissimula sotto il suo riso, e avete Vittorio Alfieri».
E ancora: «È l’uomo nuovo che si pone in atto di sfida in mezzo ai contemporanei, statua gigantesca e solitaria col dito minaccioso». L’immagine monumentale dell’autore che si erge solitaria coglie solo parzialmente la verità di una voce poetica che sa, al contrario, modulare accenti di consapevole ironia, e frequentare le zone oscure dell’animo, fatte anche di noia e di dissipazione. Forse, liberato dalle sedimentazioni di un agonismo tanto esibito quanto inerte, si potrà scorgere la modernità di un interprete della irrequietezza mai soddisfatta, che sa rinunciare ai toni declamati del grido e farsi voce tanto sommessa quanto persuasiva.

Page last modified on Tuesday 02 of November, 2010 19:02:17 CET

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