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Una teoria della lingua e dello stile


4.1 Da Babele a Bologna

Se un abitante di Pavia tornasse nella sua città mille anni dopo la sua morte, osserva Dante nel De vulgari eloquentia, non riuscirebbe a capire la lingua parlata dai suoi concittadini! La lingua, infatti, muta nel tempo. Muta in modo per noi impercettibile perché siamo immersi in questo mutamento. Ma se potessimo confrontare due fasi separate nel tempo della lingua parlata nella stessa città potremmo renderci conto delle grandi differenze.
Chi invece visitasse la città di Bologna e parlasse con gli abitanti dei diversi quartieri, si renderebbe conto che gli abitanti del quartiere di Strada Maggiore, nella zona est della città, parlano in modo sensibilmente diverso rispetto agli abitanti del quartiere di Borgo San Felice, verso la parte ovest. Per non dire poi di chi viaggia lungo la penisola italiana e si accorge che in ogni città, in ogni paese, in ogni borgo, la gente parla una lingua diversa. La lingua parlata cambia dunque nel tempo e muta nello spazio, è mutevole e corruttibile, soggetta all’uso dei parlanti, agli accidenti della geografia e della storia.
Questa è la situazione linguistica che si presenta a un osservatore attento come Dante, il quale nei primi anni dell’esilio compie numerosi viaggi e brevi soggiorni in molte città e corti dell’Italia centrale e settentrionale. Ed è questa la situazione che egli registra nell’acutissimo trattato che va sotto il titolo di De vulgari eloquentia, composto molto probabilmente negli anni 1304-1305, dopo i primi tre libri del Convivio e prima della stesura del quarto e l’avvio della Commedia.
Dante spiega che alle origini di questa differenziazione linguistica va posto il grande evento biblico della costruzione della Torre di Babele, con la quale gli uomini tentarono di salire al cielo provocando l’ira e la punizione divina per la loro folle superbia. Fino a quel momento gli uomini parlavano tutti la stessa lingua, la lingua di Adamo, che Dante a questa altezza cronologica identifica con l’ebraico (mentre più tardi, nel XXVI canto del Paradiso, la riterrà invece una lingua ormai estinta), e potevano dunque facilmente capirsi. Ma per punizione divina iniziarono a parlare ciascuno una lingua diversa: la confusione delle lingue punì la loro superbia.
Da questo grande episodio biblico deriva dunque la molteplicità delle lingue parlate dagli uomini, soggette poi ciascuna al mutamento spazio-temporale. In particolare, in Europa si diffusero tre lingue o gruppi linguistici: germanico, greco e romanzo. Da quest’ultima lingua, parlata nell’Europa meridionale, si sono formate le tre lingue di , d’oc e d’oïl.


4.2 La grammatica speculativa da Parigi a Bologna

Per ovviare alla frammentazione e al mutamento continuo delle lingue, Dante ritiene che i dotti abbiano escogitato nei vari paesi una «grammatica», cioè una lingua artificiale, perfettamente regolata e immutabile, con la quale scrivere e comunicare fra loro. In Europa questa lingua è il latino, realizzata al tempo dei Romani e ancora perfettamente conservata, secondo Dante, nell’uso dei sapienti. Nelle altre parti del mondo esistono altre grammatiche, per esempio il greco, cioè altre lingue artificiali perfettamente regolate, che si oppongono alle lingue naturali, parlate dal popolo, perciò dette volgari. Le prime sono immutabili e incorruttibili, le seconde mutevoli e corruttibili, soggette all’uso dei singoli parlanti.
Nella definizione della grammatica come una lingua regolata, «un’identità inalterabile di linguaggio in diversi tempi e luoghi» (DVE I, ix, 11), così come nell’uso del termine inventores all’interno del sintagma «inventores gramatice facultatis» (ivi), Dante mostra di utilizzare nozioni e terminologie elaborate nell’ambito della «grammatica speculativa»(external link), una rivoluzionaria corrente della filosofia del linguaggio che si era rapidamente diffusa in Europa, dall’Inghilterra alle università di Parigi e Bologna.
Nella terminologia dei grammatici speculativi ripresa da Dante, gli inventores sono i filosofi che hanno individuato l’esistenza di principi generali che stanno alla base del funzionamento di tutte le lingue, cioè hanno trovato gli universali linguistici che agiscono al di sotto della varietà superficiale delle lingue naturali. I positores sono invece coloro che stabiliscono i singoli nomi, le singole parole concrete.
È una terminologia che trova precisa corrispondenza, tra l’altro, nelle opere di Gentile da Cingoli, professore a Bologna nell’ultimo decennio del Duecento e nel primo del Trecento, dove divulgò le principali nozioni della grammatica speculativa, e in particolare dei filosofi «modisti»(external link), che avevano rivoluzionato la filosofia del linguaggio all’Università di Parigi. Naturalmente non si tratta tanto di indicare fonti precise, ma di tener presente che le basi teoriche e terminologiche del De Vulgari eloquentia trovano risonanza nelle correnti di avanguardia della filosofia contemporanea.


4.3 Il latino, «grammatica» d’Europa, e un’arte poetica per il volgare

Il volgare è una lingua più nobile, in quanto naturale, mentre la grammatica (e quindi il latino) è artificiale. Tutto ciò che è naturale è infatti più nobile di quanto è artificiale. Su questo punto Dante ha evidentemente cambiato idea rispetto al Convivio, dove affermava invece la maggiore nobiltà del latino. Ma nonostante la maggiore nobiltà, il volgare è svantaggiato dalla propria variabilità nello spazio, nel tempo e nell’uso. Inoltre, osserva Dante, mentre chi voglia scrivere un’opera letteraria in latino può trovare numerosi trattati che spiegano la tecnica per una composizione corretta, elegante ed efficace, a regola d’arte, niente di analogo esiste per il volgare, né in Italia né altrove. Così gli scrittori in lingua volgare si trovano costretti a procedere a caso, senza la guida di una tecnica, e dunque spesso in modo inefficace.
A questa situazione Dante intende porre rimedio componendo un’opera del tutto nuova, un trattato sulla tecnica per comporre scritti in lingua volgare, sul modello di quelli già esistenti per la composizione in latino. Questo è dunque lo scopo del De vulgari eloquentia (“Sull’eloquenza del volgare”): offrire anche agli scrittori in volgare regole tecniche e una guida sicura per comporre secondo l’arte e la razionalità (regulariter) e non in modo casuale e irrazionale (casualiter).
Il trattato è scritto in latino perché rivolto a un pubblico di dotti e letterati ed è un’opera del tutto nuova, che assorbe però alcuni modelli attivi nella cultura europea medievale. Tra i modelli presenti a Dante sono i trattati di poetica o Poetriae, fioriti soprattutto in Francia tra il XII e il XIII secolo, ad opera di grandi autori quali Giovanni di Garlandia e Goffredo di Vinsauf(external link). Attivi nella memoria dantesca sono anche i manuali di retorica che, sulla scorta dei trattati antichi di matrice ciceroniana, fiorirono nelle città italiane alla fine del Duecento, alcuni dei quali di grande importanza, come la Rettorica di Brunetto Latini(external link) e il Fiore di rettorica di Bono Giamboni(external link). Tuttavia il trattato dantesco ha uno spessore filosofico ignoto a queste opere e sostiene la precettistica poetico-retorica con una complessa teoria del linguaggio di matrice biblica e filosofica.
Dalle premesse teoriche che si sono ricordate deriva che il volgare per essere eccellente dovrà cercare di preservare la propria naturalità, che lo rende più nobile del latino, ma cercare di ovviare all’instabilità nell’uso, variabilità nello spazio e corruttibilità nel tempo, mirando a un modello di regolarità, immutabilità e incorruttibilità come quello offerto dal latino, la grammatica d’Europa. O meglio, dovrà ispirarsi al modello della «gramatica quae comunis est», cioè della grammatica come «scientia comunis», di cui parlano i grammatici speculativi.


4.4 I volgari italiani: una rassegna fra dialettologia e storia letteraria

Fra i principi retorici alla base della trattazione dantesca sono quelli classici della tripartizione gerarchica degli stili e del principio della convenientia: esitono cioè tre grandi livelli stilistici, alto (o tragico o sublime), medio e basso (o umile), e ciascuno di essi sarà usato convenientemente rispetto alle capacità dello scrittore e al valore, prestigio e importanza della materia trattata. Il volgare più elevato, che Dante definisce «illustre», potrà essere usato solo dagli scrittori più eccellenti e per trattare gli argomenti della massima grandezza e importanza.
Ma in Italia, qual è il volgare illustre? È forse quello che si parla in una delle città italiane? Dove? Per verificare se esso coincida con uno dei volgari parlati nelle varie città e regioni, Dante passa in rassegna quattordici dialetti italiani, per ciascuno dei quali offre un esempio ed emette un giudizio sempre negativo, con la parziale eccezione del bolognese, pur non privo di difetti.
L’esame di Dante si concentra quindi sui diversi dialetti d’Italia con una profondità di indagine e di metodo che fanno del De vulgari eloquentia anche un primo trattato di dialettologia italiana. È da tenere presente però che il fine di Dante non è quello di delineare le caratteristiche di una lingua nazionale, ma di individuare il linguaggio adatto per fare poesia.


4.5 Volgare illuste e stile tragico

Il volgare illustre, con un’immagine tratta dai bestiari, viene paragonato da Dante a una pantera, di cui ovunque si sente il profumo ma che nessuno riesce mai a catturare. Così, qualcosa del volgare illustre si può avvertire in tutti i volgari locali, ma non coincide con nessuno. È invece quella lingua usata da alcuni eccellenti poeti: quelli della scuola siciliana e gli stilnovisti toscani e bolognesi, ben diverso invece dalla lingua rozza, scorretta e municipale usata da Guittone d’Arezzo(external link) e dai guittoniani. Oltre a essere illustre, questo volgare sommo dovrà essere cardinale, costituire cioè come un cardine intorno al quale ruotino i volgari locali, e inoltre aulico e curiale: essere cioè il linguaggio della corte regale (aula) d’Italia e della sua corte di giustizia (curia). Purtroppo, dopo la caduta degli Svevi, i quali avevano creato un’aula e una curia in cui risuonava il volgare illustre che poi trovava infatti espressione nella poesia dei poeti “siciliani”(external link), nell’attuale situazione politica gli italiani sono privi di un’aula e di una curia. Ma il volgare illustre si sente risuonare nelle opere dei poeti, che hanno il compito di tenerlo vivo, in quanto, benché dispersi nel territorio, essi sono uniti dalla luce della ragione che si rende manifesta nell’unità linguistica.
Con il II libro Dante passa a esaminare l’arte del dire in volgare secondo i vari livelli stilistici, alto, mediocre, umile, fondandosi quindi sulla teoria degli stili. In realtà le uniche parti realizzate prima dell’improvvisa interruzione al capitolo XIV sono quelle relative allo stile tragico. Essendo il più elevato, dovrà utilizzare il volgare illustre e trattare solo delle materie più elevate, quelle connesse ai magnalia, ‘le cose grandi, importanti’: salus, amor, virtus (la salvezza, l’amore, la virtù). Dante si sofferma quindi sugli aspetti formali che contraddistinguono lo stile tragico. Tra le forme metriche la preferenza va alla canzone, mentre il verso prescelto è l’endecasillabo, la costruzione sintattica deve essere elevata e ricca di figure; il lessico selettivo e curato anche sul piano fonico, con il giusto equilibrio fra le sonorità dolci e aspre.


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