Print Send a link

Un poeta impiegato

5. La lingua del popolo attraverso il filtro letterario

Pur calandosi con profonda partecipazione nella mentalità e nei modi espressivi della plebe, sia Belli che Porta si mostrano tuttavia estremamente consapevoli di come il processo di trascrizione della lingua parlata comporti una spaccatura inevitabile tra oralità originaria e pagina scritta, e di come sia necessaria una presa di distanza ‘intellettuale’ anche per irridere attraverso il dialetto il lessico e le forme della lirica tradizionale.
Belli chiarisce nell’introduzione che quella che compare nell’opera non è la scrittura dei popolani (cosa loro mancante, peraltro), ma una sua personale rielaborazione che tenta di esprimere con «segni cogniti» anche «incogniti suoni»: «La scrittura è mia, e con essa tento d’imitare la loro parola», spiega l’autore. La concezione dei generi e dei relativi registri linguistici resta insomma saldamente gerarchica, segnale di un sermo comicus che marca ancora la propria distanza dal sermo humilis [Gibelli 1995, 14].
Senza la consapevolezza di questo filtro, del resto, non sarebbe possibile giocare con l’abbassamento continuo del linguaggio (come nel sonetto belliano Pijjate e capate, che enumera i possibili sinonimi a cui far ricorso «pe nnun dì cculo») né innescare una polemica rovente ma allo stesso tempo puntuale come quella di Porta contro le posizioni anti-dialettali espresse da Pietro Giordani (Dodes sonitt all’abaa don Giavan sora la sua dissertazion...). [cfr. par. 20 Porta romantico e satirico]
Il bilinguismo è una condizione comune ai due autori, necessaria per spaziare tra mondi diversi, ma forse anche responsabile, in qualche caso, di un’identità non pienamente riconciliata in se stessa. Le biografie di Porta e di Belli mostrano come il rapporto con la scrittura – e con la scrittura in dialetto in modo particolare – non sia stato mai del tutto pacifico, ma al contrario tormentato da ripensamenti continui. Porta confidò in una lettera al figlio la sua intenzione di abbandonare la letteratura; mentre per quanto riguarda Belli sappiamo che la produzione dialettale rimase quasi interamente clandestina: il progetto di un’eventuale pubblicazione, in ogni caso, avrebbe dovuto camuffare il nome dell’autore sotto il titolo «996», grafema che alludeva alle iniziali: ggb.

6. Un poeta impiegato

L’intento di rinunciare alla scrittura, inevitabilmente foriera di conflitti, viene del resto espresso da Porta fin dalle primissime opere. Quasi non aveva pubblicato la sua prima raccolta poetica, infatti, che già era riuscito ad attirarsi l’ostilità dell’autore di un altro almanacco dialettale, Il borgo degli Ortolani, il quale aveva definito i versi portiani una «lavadura de’ piatt, e de quij piatt che se lava in dì de magher, giamò staa lavaa, e lecaa di Gatt». L’almanacco su cui si appuntava la critica era infatti El Lava piatt del Meneghin ch’è mort, uscito nel 1793 a spese del suo autore ma immediatamente oggetto di un notevole successo, tanto che Porta era stato spinto a comporre un secondo taccuino per l’anno successivo: indispettito dagli attacchi ricevuti, tuttavia, avrebbe confidato subito dopo all’amico Grossi il proponimento di «non prendere mai più la penna per iscrivere un verso».
Proprio a causa di Grossi, tra l’altro, si sarebbe scatenata una seconda e più grave polemica, che nuovamente avrebbe messo Porta ai ferri corti con la sua arte: dopo l’annessione definitiva delle province lombarde all’impero austriaco, avvenuta nel 1814, il clima oppressivo della Restaurazione aveva infatti spinto gli ingegni più liberali, desiderosi di riforme e concessioni che invece si facevano attendere, ad avventurarsi sulla strada della scrittura satirica, con la pubblicazione di articoli e libelli che denunciavano duramente il malgoverno dell’Austria.
Tra essi, nella primavera del 1816, inizia a circolare – anonima – la Prineide, un poemetto dialettale che ricordava la figura di Giuseppe Prina, ministro delle finanze durante il periodo napoleonico, linciato a morte dai milanesi inferociti alla caduta del Regno d’Italia. I gendarmi austriaci mettono a soqquadro Milano per stanare l’autore del pamphlet, e depistati dall’opinione pubblica finiscono per attribuirne erroneamente la paternità a Carlo Porta: in realtà, l’autore è Tommaso Grossi. Anche una volta chiarito l’equivoco, non sarà semplice per Porta trarsi d’impaccio – in questa occasione compone in sua difesa il sonetto Gh'hoo miee, gh'hoo fioeu, sont impiegaa...; il poeta verrà comunque esortato a selezionare meglio le sue frequentazioni, pericolose e disdicevoli per un impiegato del governo.

Page last modified on Sunday 01 of November, 2009 23:52:33 CET

Contents
[toggle]