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Un poema molteplice e un viaggio nell'aldilà


5.1 La discesa di Beatrice agli inferi: un amore che salva

Anche attraverso l’aspra esperienza dell’esilio, l’attività e la riflessione politica e culturale di Dante si proiettano su scenari sempre più ampi, come mostrano anche i grandi progetti del Convivio e del De vulgari eloquentia. È in questi anni, intorno al 1306, che matura l’avvio di una nuova opera, la Commedia, un’opera molteplice e complessa, che sembra assorbire nella sua struttura lineare e insieme ricchissima una pluralità di generi letterari, di livelli stilistici, di linguaggi, di dottrine. È anche l’opera che compie finalmente la promessa formulata nell’ultimo paragrafo della Vita Nova, dire di Beatrice «quello che mai non fue detto d’alcuna».
E l’amore di Beatrice è qui il protagonista e il motore dell’azione narrata. La beata che avevamo intravisto nella conclusione del libretto giovanile assunta in cielo fra i beati ora discende nell’inferno, nel limbo, dove si trovano i non cristiani virtuosi, e lì chiede all’anima del poeta latino Virgilio di soccorrere Dante, che rischia la morte. Egli infatti si è smarrito in una selva oscura, dalla quale ha cercato di uscire, dopo una lunga notte, al sorgere di un nuovo giorno. Ma il tentativo di salire su un colle illuminato dalla luce del sole è fallito per l’opposizione di tre bestie feroci, una lonza, un leone e una lupa, che lo hanno bloccato e risospinto verso il basso, ancora verso l’oscurità paurosa e mortale della selva. È questo lo scenario allucinato e onirico che si presenta al lettore nel primo canto del poema, ma evidentemente esso è ricco di significati allegorici: la selva allude alla vita peccaminosa in cui l’uomo si smarrisce, il colle alla felicità, il sole alla luce della grazia, le bestie feroci ai vizi che impediscono all’uomo il cammino felice di una vita virtuosa.
E mentre il protagonista precipita nuovamente verso la selva dell’infelicità, dello smarrimento nel peccato, della dannazione, ecco che l’ombra di Virgilio gli appare e gli propone un «altro viaggio»: un viaggio straordinario attraverso i regni dell’aldilà, l’inferno, il purgatorio e il paradiso. Nelle condizioni attuali, infatti, in cui i vizi e soprattutto l’avarizia, rappresentata dalla terribile lupa famelica e insaziabile, devastano la vita dell’uomo, portando ovunque guerra e ingiustizia, non è possibile per l’uomo essere felice, non si può salire il colle della felicità.
Dunque la fuga dalla selva potrà avvenire solo attraverso un processo di conoscenza che porti prima di tutto alla consapevolezza del male e delle sue conseguenze, terrene ed eterne, attraverso la visione dell’inferno in cui sono atrocemente puniti i peccatori. Si passerà quindi a comprendere la necessità del pentimento e della penitenza, ma anche ad ammirare la misericordia divina che accoglie i peccatori pentiti e li purifica attraverso un cammino penitenziale nel purgatorio, rendendoli atti a salire al cielo; e si giungerà infine alla visione della beatitudine dei giusti nella gloria celeste. È questa l’esperienza eccezionale che Virgilio propone al protagonista, ma è Beatrice colei che, mossa da amore, è scesa dal paradiso per salvare Dante. E così sarà lei a condurre il viaggiatore dell’aldilà nella terza parte del viaggio, dal paradiso terrestre attraverso i cieli fino all’Empireo, sede autentica del paradiso.


5.2 I grandi modelli dell’aldilà

Pur accogliendo in sé e rielaborando una molteplicità di generi letterari, la Commedia è dunque prima di tutto un poema che racconta un viaggio nell’aldilà. Il contatto con il mondo dei morti e il dialogo tra l’eroe vivente e i defunti è uno dei motivi fondanti della letteratura europea, fin dall’antichità. Nella cultura greca, accanto ai racconti di tante discese agli inferi, spicca l’evocazione dei defunti da parte di Ulisse nell’XI libro dell’Odissea(external link), mentre nella letteratura latina assume un’importanza straordinaria il VI libro dell’Eneide, interamente dedicato da Virgilio(external link) al racconto della discesa di Enea nell’Averno, per incontrarvi il padre Anchise e avere da lui le rivelazioni necessarie ad avviare la catena degli eventi che porterà alla fondazione di Roma. Anche la Bibbia contiene qualche occasionale informazione sull’aldilà, sulle pene cui sono sottoposti i peccatori e la beatitudine eterna riservata ai buoni. In particolare il testo scritturale più ampio in proposito sono alcuni capitoli dell’Apocalisse, in cui è descritto brevemente il fuoco eterno in cui brucerano i dannati dopo il giudizio finale e più ampiamente la Gerusalemme celeste, la città di Dio in cui regneranno i giusti.
Ma l’unico testo biblico che fa riferimento esplicito all’esperienza dell’aldilà da parte di un vivente è un breve passo della Seconda Epistola ai Corinzi di san Paolo, nel quale l’apostolo delle genti racconta di essere stato rapito in paradiso e lì di aver udito «parole arcane che l’uomo non può dire». Coerentemente con tale dichiarata indicibilità dell’esperienza paradisiaca, Paolo non aggiunge altro. Ma nei primi secoli dell’era cristiana si moltiplicano i testi che raccontano “apocalissi”, cioè rivelazioni ricevute da profeti e visionari, molte delle quali contengono anche una rappresentazione dell’aldilà. Sono testi spesso redatti originariamente in greco e poi diffusi, tradotti in decine di lingue, in tutto il bacino del Mediterraneo e nel Vicino Oriente. E tra queste Apocalissi apocrife (così definite in quanto non accolte dalla Chiesa nel canone dei libri autentici della Bibbia) spicca proprio l’Apocalisse di Paolo(external link), detta anche Visione di Paolo che racconta con ricchezza di dettagli l’esperienza dell’aldilà taciuta nella lettera ai Corinzi.


5.3 Dall’ Europa all’aldilà: viaggi e visioni

Tradotta in latino e in molte altre lingue, e poi con il tempo nei volgari europei, la Visione di Paolo sarà uno dei testi fondanti la letteratura medievale dell’Aldilà. Nei secoli altomedievali si moltiplicano i racconti delle visioni oltremondane, alcune raccolte nella grande opera di Gregorio Magno(external link) (VI-VII secolo), i Dialoghi. Nell’epoca carolingia (VII-IX secolo) si sviluppa la tendenza a inserire nel racconto delle visioni anche l’incontro nell’aldilà con personaggi famosi, re o figure della famiglia reale, visti nella loro condizione oltremondana: la visione dell’aldilà si può caricare dunque anche di riferimenti e significati politici, entrare direttamente nella lotta politica nell’aldiquà!
Tra le varie parti dell’Europa un contributo spettacolare alla letteratura dell’aldilà è quello offerto dall’Irlanda: con la Navigazione di san Brandano(external link), sviluppando la tradizione celtica degli imrama (racconti di viaggi per mare), si propone l’esperienza di un oltremondo posto non verticalmente sopra o sotto la terra, ma orizzontalmente su isole lontane al di là del mare; mentre il Purgatorio di san Patrizio dà un contributo significativo al consolidamento delle credenze su un regno intermendio di purgazione; e di area irlandese è anche la Visione di Tundalo, poi tradotta in tutte le lingue e diffusissima come un vero best seller medievale. Ma tutta l’Europa contribuisce a questa letteratura: per citare solo pochi testi esemplari, si possono ricordare per la Francia la Visione di Baronto; per l’Italia la Visione di Alberico; per la Germania la Visione di Godescalco, per l’Inghilterra la Visione di Turkill. Alcuni di questi testi, originariamente scritti in latino da un monaco, sono poi anche messi in versi da grandi poeti, prima in latino, come la Visione di Wettino di Walafido Strabone(external link) (IX secolo), poi nelle lingue romanze, specie in antico francese, come la Navigazione di San Brandano anglo-normanna di Benedeit (XII secolo) e il Purgatorio di San Patrizio di Maria di Francia(external link) (fine XII secolo).
E oltre alle versioni da una lingua all’altra e dalla prosa alla poesia, vengono prodotti anche testi originali in volgare, e finalmente anche nei volgari italiani, tra cui i famosi poemetti duecenteschi di Giacomino da Verona(external link) e di Bonvesin da la Riva(external link). Ma pure il mondo arabo-islamico ha la sua tradizione visionaria, che penetra in occidente con il Libro della Scala(external link), tradotto dall’arabo in castigliano, in latino e in francese alla corte di Alfonso il Savio.


5.4 Un’enciclopedia dei generi letterari europei

Se la struttura immediata della Commedia è quella di un racconto di un viaggio nell’aldilà e dunque questa è la prima tradizione letteraria, ampia e complessa, che viene assorbita nel nuovo poema, il testo dantesco si presenta a una lettura più attenta come una autentica summa dei generi letterari dell’Europa medievale. Il testo si carica di complessi significati allegorici: lo stesso Virgilio, che guida Dante attraverso il viaggio nei primi due regni, e poi Beatrice, che lo conduce nell’ascesa paradisiaca, pur conservando tutta la forza di personaggi storici, con la loro individualità vivace e precisa, si caricano anche di signficati allegorici, più o meno netti. Virgilio infatti è anche rappresentazione allegorica della ragione umana che opera al di fuori della fede cristiana, mentre Beatrice della fede o della rivelazione, o della grazia che giunge al peccatore e gli concede una possibiltà di salvezza.
E il viaggio narrato attraverso l’aldilà è un viaggio di conoscenza, nel corso del quale i personaggi incontrati offrono al pellegrino una serie di lezione su ogni campo del sapere. Ma questo era lo schema, realizzato in modi di volta in volta diversi, di una delle più significative esperienze della letteratura europea medievale, quella della poesia allegorico-didattica. Vi appartengono alcuni fra i testi più celebri e diffusi, sia in latino, come il De mundi universitate di Bernardo Silvestre(external link) e l’Anticlaudianus di Alano di Lilla(external link), sia in volgare, tanto in francese, come il Roman de la Rose(external link), quanto in toscano, come il Tesoretto di Brunetto Latini(external link).
Ma ben più di quanto avvenga in queste opere, Dante fa entrare nei singoli discorsi pronunciati dai personaggi una molteplicità di generi letterari. Oltre ai generi dottrinali, come la lezione universitaria su argomenti filosofici, teologici e scientifici, colpisce soprattutto l’assunzione di tutte le tipologie della letteratura religiosa: la predicazione, l’agiografia, la laude, la preghiera, l’esegesi biblica, la mistica, la profezia.
E soprattutto viene reinterpretata la grande poesia d’amore, che è una delle linee principali delle letterature romanze medievali: i miti dell’amore cortese sono assunti e trascesi nel mito dell’amore per e di Beatrice, che conduce l’amante verso la salvezza, verso il paradiso e la visione di Dio. La novità straordinaria del personaggio di Beatrice è messa in scena in modo spettacolare all’inizio del Paradiso. L’ascesa paradisiaca di Dante e il suo «trasumanare», cioè l’andare al di là della condizione umana, ha avvio grazie a un singolare triangolo degli sguardi: Dante fissa il suo sguardo negli occhi di Beatrice che sono a loro volta fissi nel sole, simbolo evidente della luce divina. Così la luce del sole è percepita da Dante in modo indiretto, in quanto essa si riflette negli occhi di Beatrice. Ma è attraverso questa luce mediata da Beatrice che si avvia l’ascesa di Dante verso il cielo, che si compirà nell’Empireo e nella visio Dei finale. Inizia a trovare compimento il personaggio di Beatrice, che Dante ha costruito fin dalla Vita Nova per rappresentare la bellezza umana in cui si riflette la bellezza divina, e che è capace di guidare colui che la ama verso la fonte divina della bellezza che in essa si riflette.


5.5 «Io non Enea, io non Paulo sono»

Dopo aver inizialmente seguito l’invito di Virgilio a «tenere altro viaggio» attraverso i regni dell’aldilà, Dante appare dubbioso dell’impresa, come si racconta nel II canto dell’Inferno. Virgilio, che è pur sempre «ribellante» alla legge di Dio ed escluso dal paradiso, propone un viaggio oltre i limiti posti all’esperienza degli uomini. E i due soli esempi, che vengono alla mente di Dante personaggio, di uomini viventi che hanno avuto il privilegio di fare esperienza dell’aldilà sono Enea e san Paolo.
Ma entrambi, spiega preoccupato il protagonista a Virgilio, vi andarono per seguire un ordine divino o da Dio stesso portati, e il viaggio oltremondano si inseriva per loro all’interno di una missione provvidenzialmente ordinata e dotata di straordinari conseguenze, di un «alto effetto» su tutto l’umanità. Infatti Enea discese agli inferi per incontrare il padre Anchise e ricevere rivelazioni necessarie per la fondazione di Roma e dell’Impero. Paolo, d’altra parte, «lo Vas d’elezïone», fu rapito in paradiso perché al ritorno avrebbe dovuto recare «conforto a quella fede / ch’è principio alla via di salvazione», rendere più forte la fede cristiana attraverso i propri scritti teologici.
Dunque tali esperienze dell’aldilà erano concesse all’interno di missioni decisive per l’umanità: per la felicità terrena, grazie alla fondazione dell’Impero, e per quella eterna, grazie al rafforzamento della fede. Davanti a precedenti così impegnativi, Dante personaggio domanda: «Ma io perché venirvi? o chi ’l concede?». E aggiunge: «Io non Enëa, io non Paulo sono; / me degno a ciò né io né altri ’l crede». Ma il lettore intuisce che sono proprio questi i modelli del viaggio di Dante nell’aldilà e che i due grandi testi che le narrano, l’Eneide e la Bibbia, sono i grandi modelli letterari con i quali il poema dantesco intende misurarsi.
Virgilio risponde solo alla seconda domanda del protagonista: lo concede Dio stesso, attraverso l’intervento di «tre donne benedette», Maria, Lucia e Beatrice. E quest’ultima è scesa nel Limbo per sollecitare l’intervento del poeta latino in soccorso di Dante.


5.6 «Ma io, perché venirvi?»

Rassicurato, Dante segue Virgilio, ma solo più tardi avrà una risposta esplicita alla prima domanda, «Ma io, perché venirvi?». E sarà Beatrice, nel paradiso terrestre, a inaugurare la serie delle investiture profetiche, che costituiscono la vera risposta a tale domanda e l’indicazione precisa della missione di cui Dante è investito. Egli deve osservare e ascoltare tutto, fissarlo nella memoria, per poi scrivere quanto ha veduto: «in pro del mondo che mal vive / […] quel che vedi, / ritornato di là, fa che tu scrive» (Purg. XXXII 105-108); e udito: «Tu nota; e sì come da me son porte, / così queste parole segna a’ vivi» (Purg. XXXIII 55-56).
Attraverso queste investiture, Dante costruisce la propria identità profetica sui modelli del profetismo biblico: l’ordine a manifestare agli uomini quanto rivelato da Dio era infatti uno dei motivi fondamentali dei libri profetici. La prima investitura di Dante, per esempio, «quel che vedi […] fa che tu scrive», traduce quella di Giovanni nell’Apocalisse(external link): «Quod vides, scribe in libro» (Apc 1, 11).
L’incontro con l’avo Cacciaguida, nel cielo di Marte, è evento centrale nel viaggio oltremondano: all’annuncio finale dell’esilio Dante risponde esprimendo la preoccupazione che l’osservanza del compito profetico gli possa provocare ulteriori sofferenze, rendendogli nemici quanti si sentiranno offesi dalle sue rivelazioni. La replica di Cacciaguida ribadisce le investiture precedenti, «tutta tua visïon fa manifesta», e conferma il carattere benefico e salvifico per l’umanità: «Ché se la voce tua sarà molesta / nel primo gusto, vital nodrimento / lascerà poi, quando sarà digesta» (Par. XVII 124-132).


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