Un nuovo methodus
6.1 Un’orda inferocita di giuristi pavesi
Un giorno dell’anno 1433, per le strade di Pavia, un’orda inferocita di giuristi rincorreva il giovane professore di retorica dell’Università. Si trattava di un tentativo di linciaggio, cui il ventiseienne Lorenzo Valla sfuggì trovando riparo (ironia della sorte) dentro una chiesa. Potrebbe cominciare con questa immagine simbolica del grande filologo che corre a perdifiato una trattazione sulla disputa delle arti (29) all’interno del sistema universitario dell’inizio del XV secolo, dove la facevano ancora da padrone le facoltà di diritto e medicina. Perché i causidici pavesi ce l’avevano tanto con Valla? Perché il giovane umanista romano aveva osato sbeffeggiare, con la superbia che gli era propria, l’opera del grande giurista trecentesco Bartolo da Sassoferrato, mettendone alla berlina l’ignoranza. Per Valla ignoranza equivale a uso di un latino che, infrangendo con le sua anomalie e solecismi il sistema linguistico degli antichi, diventa privo di significato, logicamente senza senso. L’elegantia che egli cerca di ripristinare nel sistema linguistico, ormai contaminato dalla barbarie medievale, ha ben poco a che vedere con una purezza estetica. Da logico quale è, Valla è alla ricerca di una linearità di rapporti fra le parole e le cose da esse significate che consenta di ricostituire una “ecologia” dei testi latini.
Quello che Valla fa nelle sue Elegantie è infatti esattamente un’operazione di ripulitura del linguaggio sporcato, contaminato da secoli di tradizione medievale che si era curata solo delle res, dei significati, incurante dei verba, che avevano deragliato dai loro binari logico-semantici. Usa come sapone la consuetudine linguistica latina così come essa si è storicamente determinata dalle origini fino a Boezio, con un’attenzione tutta particolare, però, agli usi linguistici dei grandi maestri di retorica, Cicerone e Quintiliano, e degli storici. Senza l’utilizzo corretto della lingua latina, ogni sapere diventa per Valla «cieco e illiberale». Ne deriva quindi che il ripristino del “sistema” lingua latina rappresenta la condizione sine qua non per il ripristino della cultura, nelle sue diverse sfaccettature, e della civiltà tout court. La sfida che Valla lancia nel proemio (30) del suo capolavoro, le Elegantie lingue latine, è tutta rivolta al futuro.
6.2 Firenze infestata di streghe
A un certo punto della sua vita, assai vicino alla sua precoce dipartita, ad Angelo Poliziano, che poteva guardarla dall’alto, dalla villa fiesolana dell’amico Lorenzo, signore della città, Firenze apparve infestata di streghe. Il peggior incubo per la terza pagina dei giornali, sol che ci fossero già stati: infestata di streghe la nuova Atene, la culla della Renovatio litterarum, a cui tutti i dotti d’Europa guardavano, e per vantarsi della cui cittadinanza spesso i professori mentivano spudoratamente nelle città universitarie d’Europa: nel 1467 Jacobo Publicio, umanista di Salamanca, andava a caccia per la città di Lipsia di studenti cui impartire lezioni private di retorica e poesia, spacciandosi per cittadino “de Florentia”.
Quella splendida Firenze, dunque, Poliziano la vide un giorno popolata di streghe. Fortunatamente non si verificarono rapimenti di bambini nel sonno o altre diavolerie del genere che la tradizione popolare addossava a queste malefiche donne. Perché quelle lamie (‘streghe’, appunto) le vedeva solo il Poliziano, assillato dalle critiche di tutti quei filosofi che a Firenze non lo lasciavano in pace da quando si era messo in testa di poter tenere, da ‘grammaticus’ quale era, corsi accademici sul filosofo Aristotele. Quell’Aristotele? che l’amico Pico della Mirandola, in contrapposizione alle streghe neoplatoniche guidate da Marsilio Ficino, aveva riammesso nel novero degli antichi sapienti. Molti anni dopo, nel maggio del 1526, una commissione di professori di teologia dell’Università Sorbona di Parigi condannava i Colloquia di Erasmo non solo per gli errori in materia di fede, ma anche e soprattutto per l’arroganza del suo autore, che aveva voluto proporre profonde questioni teologiche a semplici studentelli di grammatica («grammaticulis»): un vero oltraggio per i baroni accademici che da secoli si occupavano di simili questioni.
6.3 Alla ricerca di un sapere umano
A quelle streghe il Poliziano, professore di retorica dello Studio fiorentino, rispose dedicando loro una prolusione ad un suo corso accademico, quello del 1491, sugli Analitici di Aristotele. «Credono di essere uomini, ma sono streghe», andava ripetendo, a se stesso e agli amici. Contro quella turba di platonici tutti protesi al cielo, fulminati dalla contemplazione speculativa la più pura, che teme il contatto con la “sordida materia”, Poliziano è alla ricerca di un sapere umano, magari più limitato, ma più concreto. Il sapere, per lui, non si sviluppa verticalmente, dalla terra al cielo, ma orizzontalmente, seguendo lo sdipanarsi del filo della storia umana. «L’afferarsi del Poliziano al testo, al termine – ha scritto Eugenio Garin - significa fedeltà rigorosissima all’umanità del linguaggio e alla sua storia: fedeltà all’istanza critica avanzata dagli studia humanitatis». Quasi contemporaneamente, il coetaneo collega bolognese Filippo Beroaldo andava sostenendo, anche lui contro i filosofi di professione, che bisognava abbandonare le pretese di indagine sui misteri ultimi dell’universo, e concentrarsi invece sulla realtà mondana (31), quella sola in cui la facoltà conoscitiva dell’uomo ha probabilità di successo.
I due colleghi, al di qua e di là dell’Appennino, nutrono la stessa estrema fiducia nelle possibilità conoscitive che l’analisi linguistica, o la scienza della parola, porta con sé: mentre Beroaldo comincia ad analizzare il linguaggio succoso e ‘versicolore’ delle Metamorfosi di Apuleio, Poliziano apre i suoi corsi accademici esaminando l’Institutio oratoria di Quintiliano, uno dei testi guida di tutto l’umanesimo della parola; è lui, inoltre, il primo professore in Europa ad utilizzare la Poetica di Aristotele in un corso dedicato al teatro comico, prima che l’operetta dello Stagirita, tradotta in latino alla fine del secolo da Giorgio Valla, diventasse un best seller, un vero testo base della moderna estetica europea.
6.4 Scienziati dei testi
Ciò che è difficile per noi capire è quanto la battaglia di un Valla e di un Poliziano, che appare a tutta prima come una battaglia di retroguardia, rivolta al passato, rappresenti in realtà una rivoluzione che va forse ben al di là della stessa consapevolezza che ne avevano i loro autori. La cosa si può forse comprendere se non si guarda frontalmente il nostro oggetto di studio, ma, come dire, “di sguincio”: non sono certo nuovi i contenuti che questi due filologi ripescano pazientamente dall’antichità, ma nuovi sono gli strumenti, la metodologia, che adottano per il recupero del passato.
Da questo punto di vista si può dire che Valla e Poliziano sono due gran nomi della storia della civiltà europea (Garin) e che il loro approccio analitico-induttivo alla critica del testo apre le porte al metodo galileiano. Diversa l’applicazione, ma unica la ratio. È proprio in un trattato di retorica dell’umanista bizantino Giorgio Trapezunzio, i Rhetoricorum libri, che si trova per la prima volta la parola methodus, inteso come via o procedimento di ricerca e trasmissione ordinata di conoscenze. Si tratta anche di una nuova esigenza storica: il vecchio sapere delle scuole medievali, dove la logica e la teologia procedevano per farraginosi sillogismi, non è più in grado di fornire prove argomentative sicure, di soddisfare le esigenza di una cultura più legata alla vita terrena e ai suoi fenomeni: è questa una delle lezioni che si evince dal trattato De inventione dialectica dell’umanista olandese Roelof Hysman, quel Rodolfo Agricola che fu geniale interprete dell’umanesimo italiano su scala europea.
«I pazienti e scrupolosi correttori di manoscritti tanto spesso scorrettissimi», è il parere di Ladislao Mittner (32), «erano, loro pure, scienziati e crearono una nuova scienza tecnica, senza la quale sarebbe stato senza fondamento concreto qualsiasi posteriore “scienza dello spirito”. La teologia medievale fu vinta definitivamente non solo dal cannocchiale, ma anche dalla filologia».
Non occorrono infatti solo occhi nuovi per guardare alle nuove cose. Occorre anche una mente abbastanza spaziosa per accoglierle.
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- Firenze, Bologna, Parigi: Dante e i saperi del suo tempo
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- Narrare storie dal Mediterraneo all’Inghilterra: circolazione e ricezione di Boccaccio
- Valla, Poliziano, Beroaldo, Erasmo: l’Umanesimo tra Università, accademie e scuole
- Machiavelli e la nuova politica europea
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- Tasso e la soggettività moderna da Montaigne a Milton
- L’Adone, Parigi e una nuova poesia dell’educazione sentimentale
- Shakespeare e il rinascimento italiano
- Il teatro e la novella nel Cinquecento
- Metastasio, il melodramma e la Vienna asburgica
- Milano, Parigi, Londra, Napoli: l’età dei Lumi
- Alfieri: un viaggiatore europeo tra tragico e romanzesco
- Ugo Foscolo e la logica del Neoclassicismo
- Il mondo romantico del dramma e del romanzo
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- L’antilirica della nuova metropoli. Dialetto e cultura europea in Carlo Porta e Giuseppe Gioachino Belli
- Appunti sul melodramma italiano dell'Ottocento e sulla sua fortuna europea
- Ippolito Nievo: le Confessioni di un franc chasseur della letteratura
- Sogni d’altrove. Emilio Salgari e il lettore europeo fin-de-siècle
- Una Sicilia europea: da Verga a Pirandello
- Pascoli e l’Europa simbolista
- Le avanguardie storiche: una nuova poesia, una nuova prosa
- La letteratura italiana del Novecento: un itinerario europeo
- Letteratura e cinema nel Novecento
- Letteratura e mercato letterario: l'Europa e l’Italia tra la guerra e la pace
- Il fumetto in Italia, una narrazione tra pop culture e letteratura
- Barbari benefici o Apocalisse?
