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Un intellettuale apolide e la sua patria

1.1 Verona, 1336

Dicono che domani in piazza leggeranno ancora dei versi di quel poeta italiano che vive in Francia. C’è il professore di letteratura dell’Università, mi pare che si chiami Cavalchino o qualcosa del genere, che è proprio fissato con lui: agli esami lo chiede sempre. Per lui questo Francesco Fiorentino è proprio un grande poeta, anche se è giovane, e tra poco spetterà anche a lui la corona d’alloro e allora lo conosceranno in tutto il mondo…e rinascerà la nostra antica grandezza e torneremo orgogliosi di essere figli dei romani. Sarà. Ma "questo grande poeta" scrive in una lingua che non capisco e se la curiosità mi spingerà in piazza, o capiterò di lì, mi toccherà come sempre dar di gomito al vicino e chiedere ad ogni acclamazione ed applauso: "che ha detto?", come una cretina. Questa mania di scimmiottare gli autori morti da millenni, scrivendo in quel latino che capiscon solo i professori! Non che la lingua di quell’altro poeta anche lui vagabondo (ma almeno lui l’avevano esiliato) la capisca proprio bene bene – come si chiama: Dura… Dante, ecco! Ah, la memoria, con l’età… Sarà morto da tre lustri – ma insomma lui fa di tutto per farsi capire e quando può inserisce sempre quei paragoni da lasciare a bocca aperta, che le cose son così naturali che sembran più vere di quelle che mangiamo. Un amico di mio marito ha già mandato a memoria alcuni brani della sua Comedìa e si fa bello con le donne a recitarli in pubblico. Secondo voi perché quel Francesco si dice "Fiorentino" se Firenze non l’ha vista neanche in fasce? Ma lo capisce anche una ignorante come me: perché non vuol essere da meno di Dante. Li conosco io questi narcisisti: scommettete che non lo citerà mai, facendo finta che per lui non esista, e quando glieno faranno notare lui dirà: "Ma no, cosa dite, non ho mai messo in dubbio che Dante fosse un grande poeta…"

1.2 Gotha (Germania), 1985

Come è possibile scoprire a distanza di tanti secoli, dopo che generazioni di studiosi vi hanno dedicato anima e corpo, un testo inedito di una star della letteratura come Francesco Petrarca? Si potrebbe pensare che esso si nasconda, o sia stato nascosto, in un luogo recondito, inacessibile, quasi stregato. Sorride il professor Michele Feo: tra le mani ha un manoscritto confezionato a Praga nel Quattrocento e che, seduti tra le comode poltrone della Forschungbibliothek di Gotha, nella Repubblica Democratica Tedesca, dove si trova anche lui in questo momento, avranno visto e sfogliato decine di studiosi. Un po’ distratti, per sfortuna loro e per fortuna del professor Feo, sono rimasti indifferenti di fronte ad un componimento di un tal “Franciscus florentinus”, una lettera scritta in versi latini e indirizzata ad un professore di retorica della città di Verona, un tal Rinaldo Cavalchini, come ringraziamento per il suo zelo nel diffondere la sua poesia. Il giovane Michele Feo è già un esperto petrarchista e sa che quello è il nome che l’autore a lui caro usava prima di essere incoronato poeta a Roma, nel 1341. Gli pare anche di ricordare che due fra quei centoquarantadue versi sono citati da Petrarca stesso in una sua prosa. Quella lettera in versi latini (era lì, a disposizione di tutti, bastava riconoscerla…) è effettivamente del grande poeta, la comunità scientifica glielo riconosce. Tra qualche giorno i titoli dei giornali saranno tutti per lui…
Lasciamo ai meritati baci e abbracci degli amici il professor Feo e rivolgiamoci agli alibi dei vinti, di quegli studiosi cioè che, di fronte a quella stessa lettera, hanno voltato la pagina dell’antico codice. Gli esperti di Petrarca sanno quanto egli guardasse a Firenze come alla sua patria d’elezione. Fiorentino era il padre, ser Petracco, guelfo bianco, amico di Dante e assieme a lui esiliato dalla sua città nel 1302. Francesco nasce ad Arezzo (20 luglio 1304), dove trascorre i primi mesi di vita, per poi cominciare a emettere le prime parole a Pisa e nella casa dei genitori all’Incisa Val d’Arno. I viaggi, che caratterizzeranno la sua vita, sono da subito molto insidiosi. All’età di otto anni si trova ad Avignone, dove si è appena trasferita la corte papale e dove suo padre ha trovato lavoro. Comincia gli studi a Carpentras con un pratese dal nome gentile, Convenevole, e nel 1316 intraprende gli studi di diritto a Montpellier. Quattro anni più tardi il padre lo mando a Bologna per continuare gli studi di diritto, dove il giovane fuorisede non si distingue certo per una condotta esemplare, annoiandosi mortalmente alle lezioni di boriosi professori. Quando non ne può più se ne fugge alle lezioni di letteratura di Bartolomeo Benincasa su Cicerone o di Giovanni del Virgilio, grande ammiratore di Dante. Il quale muore nella vicina Ravenna nel settembre del 1321. Chissà come avrà accolto la notizia, sotto i portici della dotta Bologna, il diciassettenne Francesco Petrarca.

1.3 Un “fiorentino” per nulla fiorentino

Sin qui della sua patria “in su la riva d’Arno” neanche l’ombra. E dire che Firenze da Bologna dista meno di cento chilometri, che per l’epoca significa, in carrozza, un giorno di viaggio. Per chi avesse un gran desiderio di rivedere la sua patria non sarebbero molti. Nel 1326 muore il padre e Francesco torna ad Avignone, che è una delle più importanti capitali culturali del tempo, dove si parlano correntemente almeno tre lingue (provenzale, occitanico e latino, e forse un po’ di italiano per i tanti fuoriusciti). Qui, venuta meno ogni costrizione ad occuparsi di materie per lui insulse, si dà finalmente agli amati studi letterari. Lo può fare perché un signore lungimirante, Giacomo Colonna, vede che il giovane ha talento, decide di investirvi e quando nel 1330 il papa Giovanni XXII lo nomina vescovo di Lombez egli inserisce il giovane Francesco nella lista dei suoi “protetti”, tra i quali compare anche Ludwig van Kempen, un musico fiammingo che ritroveremo tra poco sotto mentite spoglie. (La musica e il canto andavano di moda nella società elegante. Tutti suonavano almeno uno strumento ad Avignone, messer Francesco il liuto).
Facciamola breve (per ora): Francesco mette piede a Firenze per la prima volta solo nel 1350, diretto alla volta di Roma. Viene accolto con grandi onori da un drappello di estimatori, guidati da Giovanni Boccaccio. Egli è onorato ma si sente in imbarazzo, prova un senso di estraneità(external link) (Sen. XIII 3) e se ne riparte subito. Vi starà una manciata d’ore al ritorno di quel viaggio e poi, da quel che ne sappiamo, mai più. Anche quando gli amici fiorentini, guidati dal solito Boccaccio, lo chiameranno a occupare la cattedra di letteratura di quella che considera la sua città, egli non solo declinerà, ma, personaggio ormai di spicco nel panorama culturale, accetterà l’offerta dei Visconti, nemici giurati dei fiorentini, e andrà a vivere a Milano.
Capite dunque perché non siano troppo da deplorare gli occhi miopi di quegli studiosi che nel codice di Gotha non riconobbero nella generica attribuzione della poesia il nome di Petrarca. Se un uomo si giudica, come avevano già sancito gli stilnovisti, non dalla famiglia da cui proviene ma da ciò che compie in questa faticosa prova che è la vita, Petrarca non ha voluto essere fiorentino, pur proclamandosi sempre tale. È una delle tante contraddizioni che costellano la sua esistenza. Il manoscritto di Gotha ci dice molto circa l’internazionalità di Petrarca: contiene poesie latine scritte in Francia da un autore nato in Italia e oggi conservate nella biblioteca di una piccola cittadina vicino a Lipsia. Petrarca è il primo intellettuale veramente apolide, con orizzonti europei(external link). Tra l’altro, anche se con un po’ di ritardo rispetto ai diciotto anni consueti, è stato il primo scrittore a fare l’interrail.

1.4 Senza radici “pellegrino ovunque”. Terre nordiche e libertà

Nella primavera-estate del 1333, fattosi chierico per avere qualche beneficio ecclesiastico ed eludere così i volgari problemi di mantenimento, il ventinovenne Francesco parte per un viaggio nell’Europa del Nord. È spinto, come confida al suo signore Giovanni Colonna in una delle sue lettere Familiari (I 4), da “desiderio di conoscere e ardore giovanile”. La prima tappa è Parigi e la reazione è quella di ciascuno di noi al suo primo approccio con una città a lungo rappresentata come eccezionale: verificare quanto c’è di vero. «Ero sopraffatto dalla meraviglia – confida Francesco – mi guardavo attorno con grande attenzione perché volevo rendermi conto se fosse vero o falso tutto quello che avevo sentito dire di Parigi. Così mi fermai piuttosto a lungo, e se il giorno non bastava alle mie esplorazioni, aggiungevo anche la notte. Girando e ficcando il naso dappertutto, ho potuto capire quanto di vero e quanto di falso si racconta di Parigi». Poi è la volta di Gand, «orgogliosa di avere anch’essa Giulio Cesare come fondatore», di Liegi, dove scopre due sconosciute orazioni ciceroniane, di Aquisgrana, «dove viveva Carlo Magno, e il suo sepolcro induce ancora timore ai barbari», per finire con Colonia e Lione. A Colonia sperimenta per la prima volta la bontà del proverbio che tanto piaceva al suo amato Cicerone, “in mezzo a lingue sconosciute siamo tutti sordi e muti”. Fortunatamente ha l’aiuto di interpreti gentilissimi e in più, per godere dello spettacolo cui dan vita le donne della città sulle rive del Reno al calar del sole, c’è bisogno solo di una buona vista. Non ci sarebbe che l’imbarazzo della scelta per chi, come il nostro viaggiatore, non avesse il cuore già occupato.
Mentre eravamo intenti a parlare del manoscritto di Gotha, Francesco si è infatti innamorato perdutamente di una ragazza di nome Laura. Siccome stiam parlando di un tipo pignolo, ci confida esattamente più di una volta il luogo, il giorno e persino l’ora in cui Cupido (quante gliene dirà!) ha scoccato la fatidica freccia: era venerdì 6 aprile 1327, nella chiesa di Santa Chiara a Valchiusa, posto veramente tranquillo dove Francesco aveva preso una casa per dedicarsi alla letteratura lontano dagli impicci della vita cittadina di Avignone. Che beffa. Considerando che si tratta del giorno di Pasqua(external link) (RVF 3), e che in quel giorno Francesco, da bravo cattolico non avrebbe dovuto aver pensieri che per il suo Salvatore, possiamo scommettere che gliene deriverà un tal senso di colpa che cercherà di sfogarsi e pentirsi all’infinito. Ma questo filo, una vera e propria corda, lo riprenderemo dopo. Era solo per spiegare il tipo di allucinazione che ha Francesco in questo momento, in una foresta tra Colonia e Lione.

1.5 Ritorno all’ozio letterario

Le foreste selvagge che popolavano allora tanta parte d’Europa non erano affatto posti tranquilli. Si può dire che i viaggi, soprattutto quelli lunghi, erano sempre sfide contro il destino, contro imprevisti, incidenti, banditi, avversità del tempo. Ma Francesco attraversa una di queste foreste insidiose con l’incoscienza e la baldanza giovanile di chi ha appena visto una marea di belle donne e sente che tra poco rivedrà il suo “Sole” (Laura), che ha già preso a cantare nella sua lingua materna (l’italiano): è così eccitato che al posto degli abeti e dei faggi vede “donne e donzelle(external link)” (RVF 176).
Oltre che per Laura, Francesco è contento di essere rientrato ad Avignone anche per poter riabbracciare gli amati libri e a parlare con loro di “grandi cose”, perché si sa che “nei lunghi viaggi è bandito il conforto dei libri ed è più facile, se sei sempre in movimento, pensare a tante cose piuttosto che a grandi cose”. Abbiam detto “abbracciare” come se si trattasse di persone, e infatti è proprio così che il nostro protagonista vede i libri, come degli amici del cuore, coi quali dialoga negli ampi margini che i copisti del tempo lasciavano vuoti per l’agio dei lettori. Da quando suo padre Petracco ha fatto allestire un sontuoso codice con tutte le opere di Virgilio, Francesco non ha smesso di leggerlo e ha cominciato a disprezzare quelle fanfaluche che i suoi compagni leggono sui banchi di scuola, le favoline di Esopo e la grammatica mandata a memoria con quegli orrendi versetti del barbaro Alessandro di Villadieu. Virgilio e Cicerone sono i due grandi autori che gli fanno aprire gli occhi sul mito di Roma, tanto che per essi il poco più che bambino è disposto quasi ad immolarsi piuttosto che vederli ardere vivi in un rogo preparato dal padre, stanco di vedere sempre il figlio che confonde il piacere con il dovere.
Il primo libro (comprato) non si scorda mai: è il 1325 e Francesco compra ad Avignone il De civitate Dei di Agostino, autore che lo influenzerà enormemente. Da quell’anno comincia la sua fame insaziabile di libri, che lo divorerà per tutta la vita e che lo porterà a scomodare amici sparsi in tutta Europa per ricevere informazioni ma soprattutto copie di libri che ancora non possiede. È così, attraverso appassionate letture, che egli cerca di conoscere, abbattendo barriere temporali e spaziali: dove non arrivano i suoi occhi debbono arrivare i libri. A Riccardo Bury, ambasciatore del re inglese Edoardo III ad Avignone, Francesco si rivolge, ad esempio, per ottenere un esemplare della Topographia Hibernica di Giraldo Cambrense: lì forse troverà informazioni precise sulla mitica isola di Tule, che il suo Virgilio nelle Georgiche indica come il confine settentrionale della terra.

1.6 Il mito di Roma

Al ritorno dal suo “interrail” Francesco riprende a leggere e ad annotare i libri superstiti dello storico Tito Livio. Si è convinto, per primo, che non basta possedere un unico esemplare della sua Storia di Roma, ma bisogna cercarne parecchi perché ogni volta che gliene capita tra le mani una copia manoscritta la trova molto diversa da quella che ha appena letto. Se Dante aveva contribuito a rafforzare il mito di un “Livio che non erra”, egli si rende conto che Livio può sbagliare come gli altri uomini, ma soprattutto possono sbagliare, e hanno sbagliato moltissimo, i tantissimi copisti che ci hanno tramandato la sua opera nel corso dei secoli. Chi capitasse a Londra e avesse voglia di andare a vedere la mitica Bristish Library, una delle più grandi biblioteche del mondo, potrebbe richiedere in visione l’esemplare di Livio annotato dal nostro, lo stesso su cui un secolo dopo apporrà le sue glosse il grande umanista Lorenzo Valla: capolavoro di filologia sulla base del quale oggi ci è possibile leggere le Deche di Tito Livio e che equivale al ponteggio di cui si sono serviti i restauratori della Cappella Sistina per riportarla all’originario splendore.
È nelle pagine dello storico Livio che Francesco legge la straordinaria epopea repubblicana del popolo romano e dei suoi protagonisti, «i Corneli, gli Scipioni, gli Africani, i Leli, i Fabi Massimi, i Metelli, i Bruti, i Deci, i Catoni, i Regoli…», tanto più innamorandosi di quell’età di mirabili imprese, nella quale farebbe di tutto per vivere, quanto più covando disprezzo per gli uomini del suo tempo e le loro perverse abitudini. Quando, dopo tanto indugiare per timore che la vista diretta deprimesse l’alta idea che aveva sviluppato della città, nel 1337 cammina per la prima volta tra le strade di Roma, confessa, in una cartolina spedita al suo signore Giovanni Colonna, di essere stordito dallo stupore. Le vestigia meravigliose di quell’età aurea gli fanno crescere il senso di pietà per la condizione odierna dell’Italia (non tanto perché sia la patria sua o della sua famiglia, ormai l’avrete capito, quanto perché è la patria di Livio, Virgilio, Cicerone): come è possibile che quella che era un tempo la regina del mondo sia ora lacerata internamente da guerre intestine e permetta ai legionari stranieri di farla da padrone sul suo gloriosissimo suolo? La cosa andrà ben denunciata(external link) (Epy. I 3). “Ben può il mio corpo star lungi d’Ausonia (cioè l’Italia) / ma il cuore è lì, ch’iv’entro si nasconde” scrive Francesco nella lettera a Rinaldo Cavalchini con cui abbiamo aperto il nostro discorso.

1.7 Livio e Cola di Rienzo

Facciamo ora un passo in avanti per seguire dove ci porta questo filone liviano. È il 1343 quando alla corte papale di Avignone arriva un notaio romano dal grande carisma, Nicola di Lorenzo, più noto come Cola di Rienzo, a chiedere a papa Clemente VI l’approvazione per la città di Roma di una nuova costituzione democratica. È un uomo nutrito di cultura classica, Francesco se ne accorge subito, lui che di uomini illustri se ne intende (ne ha scritto, ma senza finirla, come spesso gli capita, una specie di enciclopedia)(external link). Ha il carisma degli antichi tribuni della plebe, che Livio vede tanto di buon occhio. Il feeling tra Francesco e Nicola è immediato: leggono e discutono insieme le tre decadi di Tito Livio edite da Francesco, che circoleranno in Francia nel volgarizzamento del priore benedettino Pierre Bersuire e in Italia forse con lo zampino di Boccaccio. Cola è uomo d’azione, ha bisogno di verificare se i principi che assimila dai libri reggono alla prassi: “Ho ritenuto che tutto sarebbe stato inutile, se quel che avevo appreso nei libri non avessi cercato di realizzarlo nella pratica” scriverà orgogliosamente dopo il fallimento della sua rivoluzione, nella quale trascina anche il più meditativo Francesco, che si ritaglia però, da bravo letterato, un ruolo da ideologo.
Nel maggio del 1347 Cola attua a Roma un colpo di stato e instaura un regime di tipo repubblicano. La situazione è entusiasmante ma instabile: molti membri delle famiglie senatorie sono stati arrestati e ora bisogna decidere che farne; tra questi Stefano Colonna, nipote di Giovanni. La lettera esortatoria che Francesco scrive all’amico il 27 novembre è di una chiarezza sconcertante e spiazza se messa a confronto con alcune pagine claustrali del Francesco penitente cristiano: quegli aristocratici vanno eliminati. Solo quasi due secoli dopo uno spregiudicato teorico della politica come Niccolò Machiavelli, non a caso grande lettore di Petrarca, e che con una sua citazione termina il suo libello più celebre, il Principe, avrà il coraggio di dire che un sovrano, se necessitato, deve saper entrare nel male.
Cola di Rienzo non seppe entrarci, nel male, e la sua repubblica fu repressa. Quando, qualche anno più tardi, il nostro Francesco lo vedrà arrivare in catene ad Avignone, giungendo dalla sede imperiale di Praga, proverà disprezzo per colui “che preferì vivere vilmente piuttosto che morire con onore”. La sua severità è davvero indicativa dell’esborso emotivo a favore di un progetto politico che gli aveva fatto accarezzare l’idea di veder risorgere la gloriosa repubblica romana. Mentre Francesco pensa che ormai è tempo di valicare la Alpi e venire a vivere stabilmente in Italia (i suoi rapporti con la famiglia Colonna sono irrimediabilmente compromessi), l’ex amico Cola è in un carcere di tutto riguardo: una catena di ferro lo assicura al muro, ma gli sono concessi due libri: la Sacra Bibbia e le Storie di Livio.


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