Un autore buono per tutte le stagioni?
Machiavelli: un autore buono per tutte le stagioni?
Capita ogni tanto che qualche solerte e preparato biografo ci racconti una serie di aneddoti su un importante uomo politico del passato, rammentandoci non infrequentemente che il personaggio in questione era un avido lettore del Principe di Machiavelli. Questo vale sia per coloro che noi giudichiamo statisti illuminati, sia per coloro che la storia ha bollato come tiranni. Insomma, il Principe pare tornare buono tanto a quelli che hanno usato il potere in modi giudiziosamente equilibrati, quanto a quelli che ne hanno fatto uno strumento di coercizione e minaccia, senza rifuggire dalle azioni più crudeli. Come mai?Forse perché, al pari delle opere di tutti i grandi pensatori, il testo dello scrittore fiorentino appare a tal punto complesso e profondo da potere essere interpretato secondo motivazioni del tutto differenti, se non opposte?
O, al contrario, è così semplice da poter essere compendiato nella nota formula “il fine giustifica i mezzi”
Come si vedrà, quest'ultima interpretazione è una forzatura derivata da secoli di equivoci e fraintendimenti sull'opera di Machiavelli, sorta quasi subito dopo la sua morte.
Ma c'è anche chi ritiene che Machiavelli non sia stato affatto un grande pensatore e che i suoi scritti valgano più come opera di letteratura che di riflessione organica sullo stato.
Noi, più semplicemente, ci azzarderemo a dire che Machiavelli ha vissuto, da subalterno in quanto a funzioni ma da protagonista in quanto ad acume e intelligenza, tutti gli eventi politici principali del suo tempo, distillandone una visione pragmatica e per nulla idealizzante. Essendo poi un grande scrittore (è la ragione per cui si studia più in letteratura che in filosofia), ha provato a compendiare le sue riflessioni in opere che si impongono per la bruciante sintesi dello stile, per la chiarezza tersa e acuminata dei passaggi logici.
Perché, non dimentichiamolo, la politica è più questione di fatti che di teoremi, di azioni che di pensieri, di pratica che di precetti morali.
Ed è stato merito di Machiavelli averlo rammentato per primo agli uomini del suo tempo. E dei tempi successivi.
La famiglia di Niccolò
Niccolò Machiavelli nasce a Firenze nel 1469 da Bernardo di Niccolò di Buoninsegna e da Bartolomea de' Nelli. È il primo figlio maschio: si aggiunge alle due sorelle Primavera e Margherita; dopo di lui, nel 1575, nascerà il fratello Totto. Il padre era dottore in legge: uomo di non scarsa cultura, figura come uno degli interlocutori di un dialogo sulla giustizia di Bartolomeo ScalaCon il padre, Niccolò ebbe un buonissimo rapporto, anche grazie agli interessi che Bernardo seppe trasmettergli: in un sonetto a lui dedicato, Machiavelli scherza su un'oca comprata dal padre per arricchire il non pingue desco famigliare: tutti sono talmente affamati che per Bernardo non resterà nulla, se non l'onere dell'acquisto. Un altro aneddoto, riportato da Roberto Ridolfi
Bernardo morì nel 1500, mentre la madre era già morta quattro anni prima. Niccolò aveva quasi trent'anni, e stava già bruciando le tappe di una brillantissima carriera politica.
A confronto con Savonarola
Nel 1498, ovvero nello stesso anno in cui Machiavelli comincia il suo tirocinio politico e pubblico, viene arso sul rogo a Firenze Girolamo Savonarola, il frate domenicano che per oltre un decennio ha avuto in mano il destino della città. Nato a Ferrara nel 1452, e ordinato frate nel 1475, Savonarola era un oratore dalle capacità retoriche straordinarie. Arriva a Firenze nel 1482: sono gli anni più fulgidi della dinastia medicea; a capo della città è Lorenzo il MagnificoNella notte del 5 aprile 1492 un fulmine si schianta contro la cupola del Duomo danneggiandola: molti interpretano l’evento come un cattivo augurio, ed effettivamente tre giorni dopo il Magnifico muore. Il rapinoso eloquio del frate gli procura fama di profeta: predice sventure sull’Italia e poco dopo la penisola assiste impotente alla discesa sul proprio suolo del re di Francia Carlo VIII
Ma il peso politico del frate sta diventando un fardello troppo ingombrante: il papa Alessandro VI
Il «giudicio» sulle cose del mondo
Machiavelli ci racconta l'impressione suscitatagli da Savonarola in una lettera, la seconda del suo ricchissimo epistolario, indirizzata a Ricciardo Becchi, ambasciatore fiorentino presso il papa. Il suo giudizio non è molto benevolo: dopo aver sommariamente descritto alcune prediche del frate, e aver individuato le strategie soprattutto politiche che potevano celarsi dietro lo zelo religioso e le infuocate esortazioni al popolo, Machiavelli conclude dicendo: «et così, secondo il mio giudicio, viene secondando e' tempi, et le sua bugie colorendo». È questa una delle prime volte in cui possiamo apprezzare il lucido disincanto del «giudicio» machiavelliano sulle cose del mondo: nel corso degli anni questa attitudine scettica si farà ancora più solida, quasi che, educato agli abili infingimenti e alle consuete gabole della politica attiva, Machiavelli sia in grado di leggere oltre i comportamenti abituali degli uomini di potere, scoprendovi i sottotesti d'interesse e di tornaconto personale.D'altro canto, tutto il panorama politico degli anni a cavallo tra Quattro e Cinquecento appare complicato da un continuo gioco di alleanze diverse tra gli stati, legami che si fanno e si disfano a seconda delle convenienze e delle situazioni contingenti.
Gli occhiali con cui il Machia, come veniva chiamato dagli amici, osserva il mondo, hanno lenti spesse e buone, e arrivano a scoprire le reali intenzioni che si celano dietro condotte instabili o equivoche, per ricavarne addirittura una possibile declinazione positiva: «Si vede, per esperienza ne' nostri tempi, quelli principi avere fatto gran cose che della fede hanno tenuto poco conto e che hanno saputo con l'astuzia aggirare e' cervelli degli uomini; e alla fine hanno superato quelli che si sono fondati sulla realtà» (Principe, cap. XVIII). Inutile affannarsi a cercare, in queste parole, un'intenzione di diabolica furbizia, come faranno un secolo dopo gli uomini della Controriforma
Page last modified on Monday 11 of October, 2010 19:46:04 CEST
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- Sogni d’altrove. Emilio Salgari e il lettore europeo fin-de-siècle
- Una Sicilia europea: da Verga a Pirandello
- Pascoli e l’Europa simbolista
- Le avanguardie storiche: una nuova poesia, una nuova prosa
- La letteratura italiana del Novecento: un itinerario europeo
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- Letteratura e mercato letterario: l'Europa e l’Italia tra la guerra e la pace
- Il fumetto in Italia, una narrazione tra pop culture e letteratura
- Barbari benefici o Apocalisse?
