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Tra i pirati

4 – Tra i pirati

Attenzione, ora: sta per arrivare il momento cruciale nell'avventurosa vita dell'iperbolico Miguel. Nel 1575 egli si appresta a tornare in Spagna da Napoli, insieme al fratello Rodrigo, con una lettera di accompagnamento di don Giovanni d'Austria per il re Filippo II(external link) che ne attesta il valore di soldato e dunque la possibilità di ricevere incarichi di un certo prestigio. Il 26 settembre 1575, quando già le navi sono in vista delle coste spagnole, corsari turchi (i turchi tornano nella vita di Cervantes come in quella di Ariosto ci torna il papa...) le assaltano: i due fratelli sono fatti prigionieri e sono condotti ad Algeri, dove Cervantes viene ridotto in schiavitù da un tal Dali Mamì, corsaro di origine greca: tornerà libero dopo cinque lunghi anni e quattro fallimentari tentativi di fuga (nel primo di essi, un moro che avrebbe dovuto condurlo lontano da Algeri lo abbandona il primo giorno e lui, non sapendo la strada, è costretto a ritornare indietro...). Nel 1580, grazie alla solerzia di un frate che si occupava del riscatto dei prigionieri in mano ai turchi, tale Juan Gil, Cervantes può rientrare in Spagna, in seguito al pagamento di 500 ducati faticosamente raccolti dai parenti e dal frate presso tutti i mercanti cristiani di Algeri.

5 - Alle prese con la giustizia

Si stabilisce a Madrid con l'intenzione di rifarsi una vita: la famiglia infatti è ridotta sul lastrico dopo aver pagato il riscatto per lui e per il fratello e, d'altro canto, Miguel non ha più un'età compatibile con il mestiere delle armi. La letteratura, infine, non è una strada praticabile per chi abbia bisogno, e subito, di denaro. Dopo aver cercato inutilmente un impiego nelle Americhe, riuscirà solo a farsi nominare incaricato delle vettovaglie per le galee reali: doveva in buona sostanza requisire grano, olio e altri tipi di cereali per le navi spagnole impegnate nelle guerre europee (dopo i turchi, ora era la volta dell'Inghilterra). Un lavoro durissimo, soprattutto perché esponeva alla rabbia e alle rivendicazioni dei municipi che non volevano consegnare le quantità di grano stabilite dall'autorità regale. Finisce in prigione due volte: la prima per aver venduto del grano senza autorizzazione; la seconda perché, incaricato di riscuotere dazi in denaro, non era stato in grado di risarcire la somma depositata presso una banca che era poi fallita.
Nel 1603 si trasferisce a Valladolid, in una casa piena di donne: la moglie, le sorelle, la figlia naturale di una sorella e una sua figlia naturale. E' un ambiente sul quale si accanisce la maldicenza del popolo, soprattutto perché le sorelle, che hanno già una certa età, sono ancora nubili e continuano a ricevere uomini: così quando, per una vicenda poco chiara, un nobile cavaliere viene trovato ferito nei pressi della casa di Cervantes, qualche pettegolezzo induce i giudici ad arrestare lo stesso Miguel insieme a un paio di sorelle, alla figlia e a una nipote; ne usciranno di lì a poco con l'obbligo di rimanere chiusi in casa, obbligo poi revocato dopo qualche giorno. Siamo nel luglio del 1605: circa nello stesso periodo esce, a Madrid, la prima parte del libro per cui il nome di Cervantes è passato alla storia, il Don Chisciotte.

6 – Cervantes come Don Chisciotte?

La vita di Cervantes scorre ormai su binari tranquilli: torna a Madrid, e si mette a disposizione del conte di Lemos, nella speranza, delusa, di essere condotto a Napoli, dove il conte era stato appena nominato viceré. Continua a scrivere: escono in sequenza le Novelle esemplari (link 14), il Viaggio di Parnaso, le Otto commedie e otto intermezzi, la Seconda parte del Chisciotte nel 1615 e infine, nel 1616, i Viaggi di Persiles e Sigismonda, che è la sua ultima opera. Pochi giorni prima di morire detta la dedica per il conte di Lemos: «Ieri mi amministrarono l'estrema unzione(external link), e oggi scrivo questa dedica. Il tempo vien meno, crescono le angosce, eppure la mia vita è sostenuta dal desiderio che ho di vivere, e vorrei che mi durasse ancora tanto da consentirmi di baciare i piedi a Vostra Eccellenza; e la gioia di rivedere Vostra Eccellenza sano e salvo in Spagna sarebbe tanta che forse mi restituirebbe la vita. Ma se è stato decretato che io la debba perdere, si compia la volontà del cielo».
Chi abbia letto il Don Chisciotte non può far a meno di ricordare le parole che descrivono la morte dell'eroe eponimo:

In breve, dopo aver ricevuto tutti i sacramenti e aver esecrato con molte e vive parole i libri di cavalleria, la fine di Don Chisciotte giunse. Si trovò presente il notaro ed ebbe a dire che non aveva mai letto in nessun libro cavalleresco che alcun cavaliere errante fosse morto nel proprio letto così tranquillamente e così da buon cristiano come don Chisciotte. Il quale, fra i pianti e i lamenti di coloro che vi si trovavano presenti, rese l'anima sua: vale a dire se ne morì (link immagine 6).

Come Don Chisciotte, anche Cervantes, dopo avere fatto molte esperienze nella vita, avere combattuto da soldato e avere persino provato i rigori della schiavitù, si accorge, come dicono gli scrittori barocchi, che tutto è vano e decide di passare gli ultimi anni immerso nella stesura delle proprie opere, su una della quali quasi riverserà il capo al momento del trapasso.

7 – Una figura indimenticabile

Alto, secco, allampanato, vestito di un'armatura raffazzonata, con un elmo fatto di cartapesta, su un cavallo magro e smunto: così ci appare don Chisciotte (link immagine 7) in uno dei primi capitoli del romanzo, mentre si allontana nella campagna spagnola in una calda mattinata di luglio, rinsecchita come l'eroe che l'attraversa alla ricerca di avventure cavalleresche che possano provarne il valore. Don Chisciotte è in realtà l'oscuro nobilotto Chisciana, costretto a vivere i suoi noiosi giorni in uno sperduto borgo della Mancia(external link), terra non proprio propizia alle imprese dei cavalieri. Deciderà di farsi chiamarsi Don Chisciotte perchè il nome gli sembra più adatto alle vicende magnifiche che si propone di vivere: il prefisso "don" indica nobiltà, ma il suffisso -otte (-ote in spagnolo) ha un suono francamente ridicolo. Il povero Chisciana sopperisce alla mancanza di avventure attraverso la lettura dei romanzi di cavalleria, che alcuni scambiavano addirittura per cronache veritiere, mentre altri, stando ad aneddoti raccontati da autori coevi, ne venivano sopraffatti fino a rischiare la pazzia, proprio come il protagonista del romanzo di Cervantes. In particolare la morte di Amadigi, nell'anonimo poema Amadigi di Gaula, pare che provocasse più di uno svenimento: il critico Martìn de Riquer in un suo libretto divulgativo molto utile, riporta diversi di questi episodi, tra cui uno su un certo studente di Salamanca pronto a brandire la spada per difendere l'onore dell'eroe minacciato da alcuni contadini, proprio come avrebbe fatto il buon Chisciana.



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