Print Send a link

Studeamus

4.1 Un felice ritorno da Parigi


Quando nel 1476 il giovanissimo professore di retorica e poesia Filippo Beroaldo tornò nella sua città, Bologna, al termine di un anno “sabbatico” trascorso a Parigi a discutere con gli studenti della Sorbona sulla Pharsalia di Lucano, un suo grande amico, nonché confessore spirituale, il frate Carmelitano Battista Spagnoli Mantovano, esternava il suo sentimento di gioia in una elegante poesia latina (19). Fra i tanti insegnamenti che gli studenti transalpini ricevettero da Filippo Beroaldo, dovettero sentire più di una volta quello che sarebbe diventato un suo vero e proprio cavallo di battaglia (quelli che i professori ripetono inalterati corso monografico su corso monografico, e che assurgono ad incontrastate professioni di fede). Che se, come voleva Platone, i poeti erano investiti da un divino furore (20), allora anche i loro interpreti, ovvero i commentatori, dovevano essere dotati di una medesima ispirazione.
Chissà perché non provò a restare a Parigi. Forse fu veramente convinto dalle Muse a tornare indietro. Forse non lo pagavano abbastanza? Più probabilmente, egli sentiva, nella capitale di uno stato che cominciava la sua modernità, un clima di rivalità e tensione in cui sapeva di non riuscir a sopravvivere. Presto la Sorbona sarebbe infatti diventata terreno di scontro tra poeti-professori arrivisti, molti dei quali provenienti dall’Italia. L’umanista forlivese Fausto Andrelini – ad esempio – conterraneo del grande Flavio Biondo, del bizzarro Antonio Urceo Codro, e poeta prodigio, a Roma, dell’Accademia pomponiana, si trasferirà a Parigi alla fine degli anni Ottanta, e qui diventerà poeta acclamatissimo, cantore regio, pronto a intonare carmina sulle vittorie di re Carlo in cambio di un enorme stipendio. Nelle aule della Sorbona, dove entrerà in potente conflitto con un altro professore italiano, Girolamo Barbi, tanto da costringere quest’ultimo alla fuga, l’Andrelini si “francesizzerà” a tal punto da giudicare, da francese, i fatti militari che cominciavano a smuovere l’Europa moderna. Un bell’esempio di quel carattere “cosmopolita” degli intellettuali italiani che Antonio Gramsci (21) additerà come uno degli ostacoli maggiori per la creazione in Italia di una letteratura nazional-popolare.

4.2 Lo spirito del Beroaldo


Il nostro Beroaldo non è mica il tipo da vestire i panni del poeta regius. È troppo scanzonato e autoironico. Preferisce un esercizio della sua professione dimesso, senza obblighi mondani, in un clima intimo e familiare, a contatto coi suoi studenti, illustrando gli amati autori latini che va via via commentando: Svetonio, Properzio, Apuleio…
Quanto il famoso “contatto diretto” con gli studenti sia possibile, quando a lezione ha davanti più di trecento studenti, quasi tutti fuorisede, boemi, ungheresi e stranieri d’ogni parte, c’è da domandarselo. Certo riesce a guardare in faccia i tanti che al pomeriggio prendono lezioni private da lui e che gli consentono di arrotondare il non lauto stipendio. La cariche di prestigio, che danno un po’ di agio economico, arrivano spesso quando si è già anziani: l’incarico come “Arcigrammatico”, vale a dire primo segretario del Senato bolognese, gli verrà assegnato solo nel 1505, qualche mese prima della sua morte. Prima i soldi, chi esercita un lavoro che per antonomasia “non dat panem, sed aliquando famem”, li raccimola un po’ qua un po’ là, magari mantenendo i contatti con i vecchi alunni danarosi, e facendo leva, con la consueta leggerezza, sui loro sentimenti.
Così, ora che nella sua dimora, a molte centinaia di chilometri da Bologna, il boemo Venceslao legge la lettera del suo ex professore italiano, sorride benevolmente. Vi legge una proposta interessante: un cavallo e alcune pellicce (22) in cambio del nuovo commento a Svetonio!
Beroaldo poi non riesce a frenare le classiche raccomandazioni del maestro all’ex allievo. Lo esorta «a non abbandonare del tutto gli studi letterari» (ma lo fa col linguaggio saporito dei comici, per non risultare pedante) perché una citazione fatta da lui vale più di seicento citazioni sciorinate dalla sua bocca di grammaticus professionista. Beroaldo nutre la convinzione, che sarà propria ancora dell’Erasmo dell’Institutum principis christiani, che l’eloquenza (23) sia la splendida regolatrice degli Stati. Chissà quante raccomandazioni di questo tipo, lungo i secoli: di Aristotele a Alessandro, di Seneca a Nerone, e poi di Guarino Veronese a Leonello d’Este, di Poliziano a Lorenzo e Piero de’ Medici, di Erasmo al futuro imperatore Carlo V.

4.3 Cani e leoni


Da bravo maestro è ai suoi migliori allievi, tutti stranieri, che il Beroaldo filologo e oratore dedica le sue opere migliori. Perché si ricordino di lui, ma anche, e non secondariamente, perché siano stimolati a non abbandonare gli studi intrapresi con tanto ardore all’ombra delle Due Torri. «Numerosi scolari dalla Boemia – ricorda il Beroaldo – venivano ogni anno in questo nostro ginnasio per coltivar l’ingegno e apprendere a menadito la lingua latina, uscendone tutti puliti ed eleganti». Nitidi…elegans…ornatus…candidus: sotto questa retorica della ‘pulizia’, che riempie tanti epistolari umanistici, si avverte veramente tutta l’importanza che una stagione culturale ha tributato allo studio della parola degli antichi. Meglio vivere un giorno da conoscitori del latino che una vita intera da ‘illetterati’: potremo così parafrasare il senso di quello che il nostro Beroaldo scrive in una sua orazione alle “decurie” di scrivani del ducato di Milano dopo un terremoto che ha colpito Bologna: «Quelli che trascorrono una lunga vita senza coraggio, senza gloria, senza lettere, non mi sembra che abbiano vissuto a lungo, ma che siano esistiti a lungo. Un solo giorno da conoscitore del latino mi sembra preferibile ad una lunga vita da ignorante, per Ercole! Un unico erudito vale più di una caterva di seicento mila indotti».
Noi diremmo: meglio un giorno da leoni che una vita da coniglio. E veramente, nelle polemiche fra umanisti, nelle aspre invettive che spesso nascono tra l’uno e l’altro, chi crede di saperne di più si rappresenta come un leone (24) in grado di sbranare il cane sventurato capitato, a causa della sua imprudenza, a tiro delle fauci del rivale. Il sapere è forza. Sapere – si dirà più tardi – è potere.
Ma, al di là delle rivalità fra schiere di umanisti, il Quattrocento è pieno di appelli a studiare per diventare uomini a pieno titolo. Pochi anni prima, nel 1476, uno scolaro straniero allievo di Battista Guarino, già compagno di banco di Copernico, pronunciava a Ferrara, al cospetto del signore della città, Ercole d’Este, un’orazione in lode della filosofia e delle scienze: «L’ardore ce lo suggerisce, e sempre ci induce a gridare la parola che tutto riassume: studiamo!»

4.4. I veri vivi, i veri morti


Questo allievo tedesco, che sarà uno dei principali importatori dell’Umanesimo in Germania, aveva italianizzato il suo nome in Rodolfo Agricola e, come tutti i capifila dei grandi movimenti, verrà dipinto come uomo eclettico e versatile, eccellente sia come pittore che come musicista, ed esperto pure nelle arti ginniche. In maniera simile lo svizzero Jacob Burckhardt (25), l’iniziatore della moderna storiografia sul Rinascimento, descrive l’«uomo universale» Leon Battista Alberti.
Ferrara era uno di quei centri umanistici, rinomati per la scuola di Guarino Veronese, in cui i rampolli dell’alta società europea accorrevano da ogni dove. Janos Vitz, primate e gran cancelliere di Ungheria, mandò a sue spese in Italia molti giovani affinché studiassero. Qui iniziò a studiare, proprio sotto Guarino, messer Giovanni vescovo di Cinque Chiese, che poi si fece onore come poeta, col nome di Giano Pannonio, e che, una volta tornato in patria, fonderà uno studio a Buda per riproporre la nuova metodologia pedagogica appresa in Italia.
Questo terremoto culturale ha davvero l’Italia come suo centro sismico. Il medesimo motto «Vivo» è inciso sul sepolcro dell’umanista Pomponio Leto, allievo di Valla e leader dell’Accademia romana, e su quello di Conrad Celtis, primo tedesco ad essere incoronato poeta nel 1487, a Norimberga, da Federico di Sassonia. Che significa? Che chi ha servito le lettere ha etternato se stesso e ha servito non solo la società temporalmente e spazialmente determinata in cui la sorte lo ha costretto a vivere, ma anche la civitas dei posteri indeterminata nel tempo e nello spazio. Non è un caso che proprio il padre dell’Umanesimo, Francesco Petrarca, scriva la sua lettera più importante rivolgendola “ai posteri” (Posteritati), e che nel I libro delle Disputationes Camaldulensae dell’umanista fiorentino Cristoforo Landino (1428-1498) si discuta proprio sul senso della vita attiva e di quella contemplativa, dando a quest’ultima la palma, perché chi si dedica agli alti studi serve non solo la sua patria ma l’umanità intera. I veri vivi, dunque, non sono coloro che respirano e che ci stanno fisicamente accanto (che possono essere già morti in vita (26)) ma i sapienti di ogni tempo e, per i più avveduti, di ogni luogo.

Page last modified on Monday 12 of January, 2009 08:20:47 CET

Contents
[toggle]