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Solitudine e gloria, tra Valchiusa e Roma

2.1 Guerra a Capranica

All’inizio dell’anno 1337 Capranica sembra la casa del demonio. Imperversa la guerra tra le due fazioni nobiliari che si contendono il primato della città di Roma, gli Orsini e i Colonna. Ci sono scontri di una violenza inaudita, molti assalti da entrambe le parti e praticamente tutti i viaggiatori diretti a Roma sono stati costretti a fermarsi. Tra questi ce n’è uno davvero strano. Dicono sia “un giovane poeta che viene dalla corte di Avignone, piuttosto schivo, con uno sguardo penetrante, al suo primo viaggio nella città eterna”, “magari pensa che sia ancora la Roma di Cesare e Augusto, e di incontrare Virgilio e Orazio!” malignano alcuni, che lo vedono un po’ trasognato. Ogni giorno sembra che debba partire, fa preparare il suo seguito, e alla fine quando tutto è pronto chiede ancora un po’ di tempo e lo si ritrova al tramonto che vaga per le colline, e son costretti a dirgli di venire via, che è pericoloso. Anche di giorno a volte, fra strepito di armi e fragore di trombe lo trovi lì a passeggiare e meditare. Chi lo conosce dice che è un tipo un po’ indeciso, molto contrastato, che come tutti i poeti smania dal desiderio di scrivere qualcosa per cui venga ricordato dai posteri. Speriamo che Roma gli dia ispirazione. Nel frattempo, però, se tornasse qui, al sicuro, renderebbe tutto più semplice, per sé e per i suoi compagni di viaggio.

2.2 Conquistare la gloria

“E quando gli altri accorrono alla rocca fra strepito di armati e fragore di trombe mi vedresti mentre vago fra questi colli nel costante pensiero di qualcosa che mi conquisti gloria fra i posteri (…) e se tu mi domandassi se vorrei andarmene di qui, non saprei che dirti: desidero partire e mi piace rimanere” (Fam. II 12). Da un po’ di tempo, a forza di nutrirsi di cultura classica, a Francesco gli è presa questa smania per la gloria. Una parte di lui sa già quello che ripeterà sino alla sfinimento in vecchiaia, che cioè “la gloria è simile a qualcosa di vano, assai simile a un soffio di vento”; ma l’altra parte gli solletica il desiderio e gli mostra, adducendo prove incontestabili, che “in essa c’è un non so che di dolce che sa blandire anche gli animi grandi”. D'altronde Scipione l’Africano e Cesare, i due grandi condottieri romani, da che altro sono stati mossi se non dal desiderio di gloria, con l’acquisto della quale, liberatisi dal carcere terreno, hanno potuto osservare la terra, piccola come un puntino, dall’alto dei cieli dove risiedono i loro colleghi, gli eroi della patria? E tutti i grandi condottieri sarebbero ancora conosciuti se non ci fossero stati poeti o storici in grado di eternare la loro fama? Basta, è deciso: scriverà un grande poema, una enciclopedia storica con la vita degli uomini celebri (romani, stranieri e moderni) e una di fatti e avvenimenti storici da ricordare. E siccome l’età esecrabile in cui gli è toccato di vivere non gli offre esempi virtuosi, prenderà materia per il suo canto da Livio. Se c’è ancora qualcuno in grado di apprezzare, verrà premiato come deve.
Finalmente si decide a partire per Roma.
Sicuramente qualcuno non è contento di questa deliberazione. È uno degli ultimi arrivi nella schiera di maestri di Francesco, Agostino. Molto probabilmente anche adesso le sue Confessioni sono in una tasca del suo vestito, o in valigia. Da quando, infatti, nel 1333 il suo amico frate agostiniano Dionigi di Borgo San Sepolcro, professore di teologia presso lo Studio di Parigi, gliene ha regalata una copia “tascabile”(external link) (Sen. XV 7), la porta sempre con sé. L’anno scorso, partiti con l’idea di fare una scampagnata, Francesco e il fratello Gherardo son giunti addirittura sulla cima di un monte chiamato Ventoso. Anche Gherardo ha la fissa dei posti isolati e infatti fra poco si chiuderà in un convento. Francesco gli invidia la sua andatura, sempre decisa, come di chi ha la meta ben fissa in testa; lui, invece, si distrae spesso, poi cerca scorciatoie per recuperare tempo, infine apre le Confessioni del suo amato Agostino, in un punto a caso, proprio dove il maestro accusa gli uomini di andare a caccia dei posti più reconditi della terra ma di non scrutare dentro se stessi. Sembra rivolgersi a lui. Loci o loca (luoghi fisici o brani di libri), non importa, sempre distrazioni sono, se si considera che intanto il tempo fugge, il fiume della vita scorre, mentre il proprio “io” non migliora.

2.3 Il tempo delle prime opere

Tutto ciò, in teoria, il nostro Francesco lo sa bene, ma non riesce ancora a mettere in pratica ciò che in linea di principio trova giusto. Lui ancora non lo sa ma tra qualche anno gli verrà l’idea di scrivere un libretto intimo, poco più che un diario, dove dialogherà col suo Agostino, un po’ come una penitenza per non essere riuscito a liberarsi delle due principali catene con cui il mondo lo tiene legato a sé: l’amore e la gloria. Lo chiamerà il mio segreto e lo chiuderà in un cassetto, sapendo, forse, che qualcuno, prima o poi, lo troverà. È un dialogo fra lui e Agostino, con la verità, sempre muta, a fare da giudice. Agostino fa una bella ramanzina all’allievo, rimproverandogli il peccato dell’accidia (un misto delle nostre noia e depressione) e l’attaccamento a falsi piaceri che lo distolgono in continuazione dal vero Bene, Dio. Francesco inverte cioè l’ordine di creatore e creatura, e non è mica una cosa da poco. Francesco annuisce spesso, capisce, o fa finta di capire, perché sul finale, lasciando il lettore allibito, dice che farà quel che potrà ma che al momento ha cose più importanti cui pensare, cioè le sue opere, e gli è proprio impossibile cambiare stile di vita. Magari in futuro. Agostino, che da tempo lo segue, deve esserci rimasto con un palmo di naso.
Mentre eravamo intenti ad ascoltare Agostino, Francesco ha intanto terminato le grandi opere. Terminato è una parola grossa, perché, come forse sapete, ha il vizio di lasciare gli scritti incompleti, o di tornarci sopra decine di volte per una costante insoddisfazione. Comunque. Ha scritto alcune decine di vite di uomini illustri, prendendo a modello uno storico latino da lui molto ammirato, Valerio Massimo. Oggi nessuno legge più questi libri ma un tempo erano tenuti in gran conto: pensate che nel 1471 l’umanista e precettore Tomaž Prelokar di Celjc (1430-96) regalerà una delle vite scritte da Francesco, quella del commediografo Terenzio, al futuro imperatore Massimiliano I d’Asburgo, allora solo dodicenne.
Il poema invece lo intitola Africa; l’argomento è la seconda guerra punica e il suo eroe indiscusso è Scipione. In pratica qui il nostro mette in versi la terza decade di Tito Livio. Tutti e nove i libri possono contare, pare, su un solo lettore moderno (il suo editore); d’altronde lo stesso Francesco sa che il prodotto non è proprio riuscito a pieno e infatti, venuto meno l’iniziale entusiasmo, pianta lì anche questa sua fatica, chiedendo inoltre ai suoi amici che ne possedessero una copia di non divulgarla. Ma si sa che le promesse degli amici lontani sono spesso promesse da marinai.

2.4 Finalmente la gloria

Sembra che all’amico Pierre Bersuire lo stesso Francesco abbia dato il permesso di ricopiare un breve brano del suo poema, quello dove si descrivono le divinità pagane: al priore benedettino, che abbiamo incontrato in precedenza, quel brano di opera umanistica serviva, ironia della sorte, per completare un suo trattato dal carattere spiccatamente medievale, l’Ovidius moralizatus, una interpretazione allegorica dei miti pagani. E passi. Ma all’amico Barbato da Sulmona, cui Francesco, quando era stato a Napoli, aveva concesso di trascrivere una copia del suo poema a patto che tenesse l’acqua in bocca, ora arrivano molti accidenti. Francesco non può infatti più andare in una biblioteca (e lui ne vede parecchie) senza imbattersi all’entrata in una trentina di versi del suo poema. Si tratta di un episodio delicato del sesto libro che fa subito molto discutere: è la morte di Magone(external link) (Sen. II 1), il fratello di Annibale, che, ferito in battaglia, muore sulla nave che lo sta riportando a Cartagine, pentendosi dei propri peccati in maniera simile ad un cristiano. Ci sono alcuni invidiosi criticoni – ci si passi la parzialità – che dicono che quello non è il modo di morire di un pagano, per giunta in giovane età. Francesco ci ha pensato bene prima di scrivere quel brano, ma alla fine l’ha scritto così perché crede, e lo dirà molti anni dopo all’amico Giovanni Boccaccio, che pagani e cristiani muoiono allo stesso modo, esaminando se stessi, pentendosi, confessandosi, spesso con rimorso. I cristiani sanno a chi e in quale modo rivolgersi. Ma ci sono, potremmo dire con linguaggio moderno, delle costanti antropologiche. E se questo è vero, gli insegnamenti dei pagani non scadono con l’avvento di Cristo, né i loro principi sono in contrapposizione con quelli cristiani. Come sarebbe possibile, allora, che Agostino abbia imboccato la retta via leggendo l’Agostino, Confessioni I, 4 di Cicerone? E non è forse vero, come Francesco stesso annota sulla carta di guardia del suo codice virgiliano, che l’apostolo Paolo si recò a Napoli a piangere sulla tomba di Virgilio? È vero, piuttosto, che i pagani, come già aveva detto Dante, si sono comportati come chi guida di notte una comitiva e tiene dietro, e non davanti a sé, la lucerna. Ma questo è proprio un motivo in più per ringraziarli. Chi dubita che se Cicerone, Virgilio e Livio rinascessero non farebbero proprie le verità della Rivelazione? Scusate la digressione, ma il tema non poteva essere eluso.
Ha infranto la promessa fatta all’amico, ma forse è anche merito di Barbato da Sulmona se la fama di poeta di Francesco è cresciuta e nel 1340 riceve non una ma ben due proposte di incoronazione poetica. La prima dall’Università di Parigi, la seconda dalla città di Roma. Secondo voi quale scelse? E infatti scelse proprio la città capitolina. Siccome il nostro vuol proprio essere sicuro di meritarsi la corona, decide di farsi esaminare dal re di Napoli Roberto d’Angiò, sovrano che ha più volte pubblicamente esaltato e di cui piangerà di lì a poco la dipartita in un suo carme bucolico. Il giudice, insomma, era piuttosto ben disposto verso il candidato… E così l’8 aprile 1341, con una solenne cerimonia in Campidoglio, Francesco nostro viene incoronato poeta laureato e pure insignito della cittadinanza romana.

2.5 Lo splendido isolamento di Valchiusa

L'Italia è bella e gli ha dato la soddisfazione sperata. Ma è parecchio impegnativa: è tutto un incontro, un parlare, un festeggiare. E Francesco ha bisogno di pace e tranquillità per poter leggere e scrivere. È vero che il suo amico Azzo da Correggio, signore di Parma, gli può mettere a disposizione quando lo desidera una sua tenuta a Selvapiana, che per uno che sceglierà lo pseudonimo di Silvius/Silvanus è davvero l’ideale. Ma quando c’è la guerra – e in Italia ce ne sono parecchie – anche Selvapiana non è più “piana”, e diventa aspra. L’ultima volta, proprio dopo l’incoronazione, gli è toccato fuggire da Parma con le frecce che gli fischiavano intorno e il cavallo correva così veloce che l’ha pure sbalzato di sella e dopo un’imboscata ha dovuto dormire all’addiaccio sotto la pancia del suo ronzinante. Di fronte a tutti questi fastidi, si capisce che Valchiusa appaia a Francesco come un porto quieto. Un giorno, mentre è immerso nella lettura della Storia Naturale di Plinio il Vecchio, è preso da un attacco improvviso di gioia che ha vuole registrare in un margine del libro: “Transalpina solitudo mea iocundissima” facendo a lato un disegnino enigmatico(external link).
A Valchiusa Francesco può andare in giro anche la notte, tanto si sente sicuro. C’è un fiumiciattolo che scorre placido, il Sorga ed egli vi ha pure piantato una pianta d’alloro. E ovviamente c’è la sua Laura (se per ora è stata da noi un po’ trascurata, non vuol dire che lo stesso sia avvenuto nella testa di Francesco). Da quando, nel settembre del 1341 è morto il suo signore Giacomo Colonna (che comunque lo raccomanda al fratello Giovanni, cardinale), ad Avignone ci va sempre meno volentieri: lo vede come un posto di corrotti, di bassissimi costumi, e prende a chiamarla Babilonia. “Avignone è il luogo del ribaltamento della storia, luogo del non senso e del caos, dato che i Galli sconfitti da Cesare ora dominano l’Italia e occupano la sede della Chiesa” (R. Mercuri).
Compone anche lettere di forte condanna della Curia pontificia, alcune dedicate al suo amico Cola di Rienzo, e che poi raccoglierà in un libretto "senza nome" perché è pericoloso dare nome a ciò che reca disonore. Per uno di quegli equivoci di cui è ricca la storia, quando nel Cinquecento l’Europa sarà spaccata dalla riforma religiosa, ci saranno alcuni protestanti che tireranno il nostro per la giacchetta: Primož Trubar, ad esempio, padre delle letteratura slovena e predicatore protestante, nel 1562 lo apostroferà come “uomo erudito e pio, antesignano di Joannes Hus, Girolamo Savonarola e Martin Lutero”.

2.6 Ridare voce agli amici muti

Nel 1342 si trova ad Avignone una persona eccezionale, in grado di stanare Francesco dalla sua solitudine dolcissima. È il monaco basiliano Barlaam, cultore della lingua greca, roba rara, per quei tempi, nell’Europa occidentale. Potrebbe aiutare il nostro a risolvere un suo grave cruccio: Francesco possiede infatti un grandissimo e preziosissimo volume con sedici dialoghi di Platone (che, da quello che ha imparato da Cicerone, che lo cita spesso, è il principe dei filosofi) ma quella lingua gli è indecifrabile e dunque quello fra lui e Platone è un dialogo tra sordomuti. Mentre incomincia a imparare i primi rudimenti della lingua con Barlaam, il monaco viene nominato vescovo di Gerace e se ne va. Qualche anno dopo, Francesco intercetta l’ambasciatore dell’imperatore d’Oriente, Nicola Sygeros, che è di passaggio ad Avignone e lo prega di inviargli un manoscritto di Omero, il principe dei poeti di ogni tempo. Lo riceverà parecchio tempo dopo, ancora incapace di intendere il greco, e allora sospirerà e lo abbraccerà come cosa viva. Solo negli ultimi anni di vita il sempre fedele Giovanni Boccaccio gli invierà una copia di Omero nella traduzione latina fattane da Leonzio Pilato, col quale, ancora una volta, tenteranno inutilmente di imparare quell’idioma.
A proposito di uomini muti o, come diranno i colleghi di Francesco all’inizio del secolo successivo, “rimasti prigionieri in catene”, a Verona, scartabellando nella biblioteca Capitolare, il nostro scopre e dunque ridà voce alle lettere che Cicerone scrisse al fratello Quinto, ad Attico e a M. G. Bruto. Si rende conto che accanto alle prove monumentali del saggio e dell’oratore, il grande avvocato romano ha lasciato anche una testimonianza di sé più dimessa, quotidiana, affabile. Accanto al filosofo, trova anche l’uomo, coi suoi difetti che Francesco, con la bonomia di un amico, gli rimprovera. Anche su questo atteggiamento mai supino verso le autorità, che è merito del nostro Francesco aver inaugurato, sarà bene ritornare presto. Adesso sbrighiamoci, che un tremendo cataclisma è in arrivo. In breve, siccome Francesco è un competitivo e comincia a pensare di pubblicare un libro solo quando ha ben in mente il modello da emulare, questo ritrovamento gli dà l’idea di raccogliere in un volume le già tante lettere in prosa che ha scritto agli amici. Saranno i libri di argomenti "familiari", che accoglieranno fatti di vita privata e vita pubblica, aneddoti, biglietti, racconti, confessioni, cartoline fino a veri e propri piccoli trattati. Francesco non sa ancora che un evento traumatico ed inatteso sconvolgerà bruscamente tanto la sua vita quanto la sua opera di poeta e – scusate la definizione impegnativa – di filosofo morale.

2.7 Intermezzo (uno sguardo al futuro)

Visto che ci si presenta l’occasione – e per ritardare anche un po’ l’increscioso capitolo su un cataclisma di dimensioni bibliche – è bene chiarire subito che, se il nostro sguardo è tarato, come è tarato, su scala europea, dobbiamo capovolgere, come stiamo cercando di fare, la considerazione che abbiamo del nostro: un poeta in volgare che ha scritto anche alcune operette latine. Il Francesco Petrarca più conosciuto e letto per secoli in tanta parte d’Europa non è stato il cantore di Laura “in rime alte e leggiadre”, bensì, a seconda dei casi, il riscopritore della cultura classica, il moralista, il cristiano penitente. Potrà sembrar strano, ad esempio, che in ambiente cieco (col quale il nostro, ebbe, come vedremo, più occasioni di contatto) l’opera a maggior circolazione nei manoscritti e nelle stampe durante Quattro e Cinquecento sia stata la raccolta di sette Salmi penitenziali che, pare, egli scrisse in un sol giorno, e che a noi moderni può apparire composizione residuale per inquadrare la sua produzione intellettuale. Quando Jan ze Středa, cancelliere dell’imperatore e protoumanista boemo, scrive a Petrarca, che ha conosciuto proprio a Praga, gli chiede di mandargli un commento del criptico Bucolicum carmen ricevuto (lo vedremo, lo vedremo), oltre ad esemplari dell’enciclopedia sugli uomini illustri e dell’opera morale “Rimedi contro entrambe le sorti”, un trattato dove Petrarca insegna a difendersi sia dalla cattiva che dalla buona sorte. Questa operetta, fortunatissima, vede la luce per la prima volta in Germania nel 1467, così come tedesca è la prima edizione di opere quali Il mio segreto e il La vita solitaria, trattato dove, sulle orme di Seneca, si esalta con profusione di esempi il primato dell’ozio letterario sull’impegno pubblico. Uno dei componimenti del Canzoniere più fortunati nel tardo Quattrocento tedesco è quello di chiusura, la celebre canzone dedicata alla Vergine, ma non nella sua versione originale, bensì nella traduzione latina fatta dall’umanista bolognese Filippo Beroaldo il Vecchio, inserita in antologie scolastiche assieme ad autori cristiani antichi e moderni. All’editore Amerbach che ha da pochi mesi stampato molte opere latine di Petrarca, il grande educatore di Strasburgo Jacob Wimpheling chiede di apprestare anche l’edizione delle opere di Battista Mantovano, insigne alfiere italiano dell’umanesimo cristiano, così che alla prossima fiera di Francoforte, in primavera, questi autori possano rappresentare i nuovi modelli della letteratura moderna.

2.8 La morte bussa alla porta. Il tempo scivola tra le dita

Già nel settembre del 1341 la morte aveva allungato i propri artigli per strappargli via il primo suo grande mecenate, Giacomo Colonna. Nel 1347 la morte gli requisisce Barlaam, il suo ex insegnante di greco. Ma il 1348 è l’anno terribile della peste nera, che falcidia quasi un terzo della popolazione europea e tra quei milioni di abitanti ci sono anche persone carissime al nostro beneamato poeta: in primo luogo c’è Laura, la donna amata da sempre (magari fosse stata solo un’invenzione letteraria, come alcuni hanno insinuato. E invece ora è lì, carne esangue e "più che neve bianca") poi Giovanni Colonna, il rimatore Sennuccio del Bene, Franceschino degli Albizzi. Ma diamo voce un po’ anche al nostro protagonista, che ci par di parlar sempre e solo noi: “Il tempo, come suol dirsi, ci è scivolato tra le dita; le nostre antiche speranze sono state sepolte insieme con gli amici. È il 1348 che ci ha resi soli e poveri, e ci ha tolto cose che non si possono recuperare né dal mare Indico né dal Caspio né dal Carpatico; le ultime perdite sono irreparabili; ciò che la morte infligge è una ferita insanabile” (Fam. I 1). Francesco annota meticolosamente sul suo manoscritto virgiliano(external link) (che per lui è diventato ormai anche una sorta di diario) il dove, il quando e in che stato d’animo ha ricevuto la ferale notizia, cosicché se ne ricordi ogni volta che prenderà in mano il volume.
Il 1348 è di quei fatidici spartiacque che dividono nettamente le vite. Niente sarà più come prima, si potrebbe dire con una frase abusata. Ma è vero che nella vita di Petrarca c’è un prima e c’è un dopo il 1348. Quel grandioso romanzo dell’anima, mosaico di frammenti, che sono i Rerum Vulgarium Fragmenta (Frammenti di cose volgari, che noi chiamiamo comunemente Canzoniere), sono infatti divisi in due parti, in vita e in morte di donna Laura. Col dolore, giunge anche la maturità. Non si secca la vena creativa (semmai la voglie di sperimentare), ma cresce la consapevolezza dell’artifex – che Francesco inaugura, a detta di Mario Luzi, e senza il quale non ci sarebbe l’artista moderno – desideroso di sistemare, limare, correggere, riordinare, completare il tanto che ha già scritto e aggiungere a questo corpus quello che ancora gli viene da scrivere. La nota obituaria che sopra abbiamo citato si conclude con la constatazione che, ora che non c’è più Laura, il maggior vincolo che lo teneva ancora ad Avignone, il tempo è maturo per allontanarsi definitivamente dalla terra francese. La decisione è presa ma, siccome il nostro non è propriamente un tipo risoluto, ci vorranno ancora più di quattro anni per trasformare il proposito in atto.

Page last modified on Friday 30 of October, 2009 20:37:33 CET

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