Ritorno in Italia
3.1 Certosa di Chartrieux, un giorno del 1347
“Chi è quell’uomo entrato stamane tra le nostre mura?”. “È il fratello di sangue del nostro Gherardo. Hanno studiato insieme a Bologna, più di vent’anni fa. Erano molto uniti”. “Si fermerà molto?”. “Credo ripartirà oggi stesso”. “Magari, incantato dalla bellezza della nostra certosa, tornerà presto, chiedendo di rimanere”. “Non credo, dicono che non sia una persona dai saldi propositi. Sostiene di amare la vita solitaria e a questo argomento ha pure dedicato un libro dedicato a Filippo, il vescovo di Cavaillon, dove cita un sacco di esempi di asceti, santi, papi e Padri della nostra Chiesa per dimostrare che la vita solitaria è molto migliore della vita attiva, spesa tra mille affanni e preoccupazioni”. “Sì, ma ho sentito che ha scritto anche un sacco di rime nella sua lingua materna dove racconta quante valli abbia solcato, e quante lacrime spese, e quanti sospiri emessi, e quanto fuoco gli abbia arso le interiora, il tutto per una donna. Speriamo siano solo sfoghi di un malato d’amore e non gli salti in mente di pubblicarli. Non pensa quale cattivo esempio darebbe, un poeta laureato come lui, ai giovani lettori?”. “Hai ragione, devono pure averlo premiato con l’ambita corona d’allora, qualche anno fa, in Italia. Ma Gherardo stesso mi ha detto che sta cambiando, e che non è più proprio quello di un tempo, che pensava solo agli autori pagani e alla sua Laura. Pare, se non ho capito male, che l’anno scorso abbia composto un dialogo pastorale, a imitazione di quel librettino bucolico di Virgilio che usano nelle scuole, dove dialogano lui stesso sotto il nome di Silvanus e il fratello sotto quello di Monico. Capisci? Lui è Silvanus perché gira sempre come un ebete tra i boschi, incapace di curare se stesso; il nostro Gherardo invece è Monico, “monoculus”, perché ha lo sguardo proteso e fisso verso il vero bene. Il primo passo verso la guarigione è rendersi conto di essere malati. Poi ci vuole lo scatto d’orgoglio, soprattutto per uscire da queste malattie dell’animo. Silenzio…! Sto arrivando Gherardo”. “Ho appena congedato mio fratello. Dice che ha molte cose da fare, ma che questa giornata gli è stata molto utile. Mi ha promesso che ci rifletterà sopra e forse ci dedicherà un libro, per incoraggiarci a perseverare nella nostra vita libera da ogni apprensione in ogni momento. Questo nostro ozio religioso gli è parso magnifico e così in contrasto con la sua vita tribolata. Ho cercato di convincerlo a smetterla di pensare alla gloria, ai posteri, alla poesia, se tutto questo lo fa soffrire così tanto. Ma proprio dopo queste mie parole ha detto che si era fatto tardi e doveva lasciarmi”.3.2 “Salve terra carissima”
L’intenzione ormai è chiara: andarsene dalla Francia (o come la chiama lui: Gallia). Via da Avignone-Babilonia?, via da Valchiusa; lontano il più possibile da Parigi piena di quei dialettici “nere formiche vomitate dal tronco putrefatto di una nera quercia”, che disprezzano Socrate, Platone, Aristotele, Pitagora, irridono Cicerone, Seneca e Virgilio preferendo loro oscuri maestri dal nome impronunciabile che ragionano per capziosi sillogismi che disumanizzano l’uomo (non che in Italia non ci siano, ma speriamo che siano più isolati e meno aggressivi). Il problema adesso è decidere dove andare. Firenze gli farebbe ponti d’oro per venire a insegnare letteratura nella sua università. Il suo grande ammiratore e da poco amico Boccaccio ci spera molto. Ma anche altri signori d’Italia gli fanno profferte interessanti. Tra queste il potente Giovanni Visconti, acerrimo nemico dei fiorentini. Alla domanda di Francesco che gli chiede quali sarebbero i suoi compiti a corte, il signore di Milano gli risponde: “Null’altro che la tua presenza, che onorerà me e il mio dominio”. Deluderà forse tutti voi, Francesco, come deluse mortalmente i fiorentini, optando proprio per Milano come sua nuova residenza. È che siamo troppo legati ad una idea di lui come di un ingenuo “sentimentale”; e invece, oltre che poeta laureato, il nostro è pure uno smaliziatissimo intellettuale che vuole sfruttare a pieno le possibilità che la sua fama può ormai procurargli. Fosse un calciatore di oggi, lo si potrebbe accusare di non essere molto attaccato alla maglia. In un’ottica di storia culturale il soggiorno milanese di Petrarca rappresenta l’incubazione della figura del letterato cortigiano, destinata a diventare dominante in Europa nei secoli successivi. Il fenomeno che da lui prenderà il nome di “petrarchismo” non è un semplice fenomeno letterario di imitazione del suo modo di poetare. È anche, e forse soprattutto, un’ideologia che disinnesca la carica eversiva del poeta e lo converte da potenziale terrorista a cortigiano modello, con una condotta galante, festevole e sorridente (M. Domenichelli). Con Thomas Wyatt (1503-1542) in Inghilterra, per esempio, intorno alla metà del Cinquecento, i confini della poesia tendono sempre più a coincidere col perimetro della corte, all’interiorità del poeta subentrano gli intrighi di palazzo. Un po’ più tardi, la regina Elisabetta, sostituendo se stessa a Laura, farà della poesia un mezzo di controllo politico. Ma noi tendiamo sempre a parlar troppo. Non si può mica addossar tutte le colpe al nostro protagonista per il sol fatto di essere una persona carismatica. Nel 1353, alla soglia dei quarant’anni, ha ormai pronte le valigie ed è finalmente pronto al grande viaggio di ritorno. I suoi servi ci avranno messo molte ore a caricare tutta la sua biblioteca: pesanti codici rilegati, come il Virgilio e il Platone, oppure carte sparse, fascicoli dentro buste dove giacciono, allo stadio larvale o già ben sviluppate, quasi tutte le sue opere. Neanche in viaggio, fra l’asperità delle Alpi, Francesco riesce a placare la sua febbre di leggere e di scrivere. Già in passato gli è già capitato di comporre qualche "improvviso" al passaggio delle Alpi, come i bozzetti dei pittori che scenderanno in Italia per fare il Grand Tour. Ma questa volta il suo cuore vibra di emozione pura, o almeno sembra, e i pochi versi che essa ispira sono davvero memorabili, degni di essere cantati (non fossero, ancora una volta, in latino) dai patrioti dei secoli a venire.3.3 Milano
I signori di Milano gli hanno preparato una casa molto confortevole e adatta a lui. È subito fuori dalla città, lontana dal baccano e nei pressi della chiesa che fu di Ambrogio, il maestro di Agostino e patrono della città. Pensate: può camminare, riflettere, leggere e scrivere nei giardini dove anche il santo godeva del suo ozio. Quando entra nella sua chiesa, poi, può vederne un ritratto fatto talmente bene che gli manca solo il respiro per dire che sia Ambrogio in carne e ossa. Sembra proprio realizzato da un mago (ma piano a parlare di magia, che ultimamente alcuni invidiosi hanno accusato Francesco di essere un negromante, e se non fosse stato per la sua fama e per protettori molto potenti, come il cardinale Gui de Boulogne, avrebbe avuto parecchi grattacapi). Chissà quante volte, guardando quel ritratto bellissimo, ha ripensato al suo amico Simone Martini, pittore esimio che ha conosciuto ad Avignone e cui ancora parecchi anni fa commissionò una miniatura3.4 La corte praghese
I Visconti non mantengono del tutto la promessa che gli avevano fatto. Non lo assillano, è vero, ma una volta gli chiedono di scrivere una lettera ufficiale, un’altra volta han bisogno di una bella orazione, un’altra urge loro una consulenza. Sanno bene quale aurea avvolga ormai il loro protetto e che effetto di “moral suasion” può avere nelle ambascerie presso le corti straniere. Un vero e proprio “testimonial”. Non si peritano dunque, nel corso degli anni, di mandarlo ora a Venezia, ora a Mantova, ora a Praga, ora a Parigi. Nel 1354 Francesco incontra per la prima volta l’imperatore Carlo IV a Mantova. Negli anni precedenti gli ha scritto alcune lettere (Fam. X 1; XII 1; XVIII 1) pregandolo di venire in Italia per porre fine alla contese intestine che la dilaniano da decenni (viene in mente Dante e le sue speranze riposte in Arrigo VII per le sorti dell’Italia! Certo la concezione politica di Francesco è meno coerente di quella dantesca, prima repubblicano con Cola di Rienzo, adesso filoimperiale… la lettura di Svetonio deve averlo influenzato). L’Imperatore? è molto gentile con lui: gli chiede notizie sullo sviluppo delle sue opere (sembra interessato agli Uomini illustri e alla Vita solitaria), ma non gli passa neanche per l’anticamera del cervello di farsi salvatore dell’Italia. Come da protocollo, dopo aver ricevuto la corona imperiale dalle mani di papa Clemente VII, se ne torna a Praga. Tempo due anni e i due si rincontrano. Nel 1356, però, tocca a Francesco andare in trasferta, anche questa volta in missione per conto dei Visconti per chiedere al sovrano di spendersi per la pace in Italia. Come diplomatico il nostro beniamino non doveva essere un granché se qualche anno più tardi Carlo scenderà in Italia come nemico dei signori di Milano…Comunque?. Francesco viene accolto in pompa magna e nominato persino conte palatino. Egli, che è spesso diffidente e schifiltoso, è sinceramente colpito dal grado di civiltà e di cultura della corte, dove incontra persone squisite come Arnost z Pardubic e Jan ze Středa, coi quali stringe profonda amicizia. In particolare, Jan si mostra molto interessato alle sue opere erudite e negli anni successivi gliene chiederà a più riprese degli esemplari. Quando, nel 1361, il cancelliere praghese riceverà una copia del Bucolicum carmen, una raccolta di dodici dialoghetti pastorali di derivazione virgiliana, risponderà dicendo che ci ha capito davvero poco e che gli piacerebbe che Francesco gli spedisse un commento esplicativo. In effetti ultimamente Francesco si è un po’ fissato col valore allegorico della poesia3.5 Labilità dell’esistenza
Cumuli di macerie, silenzio e orrore. Appena entra in quella città fantasma a Francesco pare di sognare, di essere vittima di una tremenda allucinazione. Solo qualche mese prima era stato a Basilea ad attendere l’imperatore. Aveva trovato la città stupenda, gentili i cittadini, saggio il governatore e aveva potuto rincontrare dopo parecchi decenni alcuni suoi ex compagni di università coi quali aveva trascorso spensierati anni a Bologna. Ed ora un terremoto di pochi secondi ha cancellato tutto. Dopo l’esperienza della peste, che ha visto mietere “con una sola falce tutto il genere dei mortali da oriente ad occidente”, disseminando le campagne di cadaveri, questa è la seconda campana che suona a morto per il genere umano. Quando si deciderà, lui Francesco Petrarca, a smetterla di considerarsi eterno, se non nel proprio corpo, nelle proprie poesie, nelle proprie riflessioni, nelle proprie intuizioni filologiche? Quando si deciderà che la cultura ha senso solo come preparazione alla morte, come diceva Platone, che giustamente considera il filosofo pagano più vicino al cristianesimo? Guardate: in questo momento è lì che sta scrivendo all’imperatore Carlo (di cui, come di altre persone molto potenti, si stima di essere amico) che gli ha chiesto un espertise per testare l’autenticità di un privilegio3.6 Una visita gradita
Nel 1359 Giovanni Boccaccio trascorre alcuni mesi a Milano, ospite di Francesco che sta diventando uno dei suoi migliori amici. Appena lo vede si abbracciano fraternamente e Francesco chiede notizie degli amici fiorentini: il poeta Sennuccio è morto da un pezzo, gli altri, Zanobi da Strada, Francesco Bruni e il Nelli stanno tutti bene e lo vorrebbero a Firenze. Chissà se, in privato, lontano da orecchie indiscrete come le nostre, Giovanni ha poi chiesto spiegazioni sul gran rifiuto fatto sei anni prima dall’amico (ricordate la proposta di andare a insegnare a Firenze?). Siccome è una persona educata, comunque, Giovanni ha portato due doni. Di cosa si può trattare se non di libri? Il primo è il Commento di Agostino ai Salmi, che Francesco gradisce moltissimo perché ne aveva una copia mutila e il secondo… (qui la faccia dell’ospite si fa più seria)…la Comedìa di Dante Alighieri, che Giovanni reputa “divina” e che si appresta a commentare pubblicamente nella città di Firenze. Girano strane voci sull’atteggiamento di Petrarca verso il “padre” Dante. Alcuni calunniatori dicono che lui sia invidioso della sua fortuna. Ma come è possibile, dice Francesco a Giovanni, che io sia invidioso di un poeta letto dai tintori, dagli osti, dai lanaioli? Lui, Francesco, ha meno successo perché, come Virgilio e Ovidio, non è mica un poeta popolare. Il giudizio, più che fugare le accuse, sembra confermarle. Niente affatto. “Io ammiro moltissimo Dante” dice Francesco tirando fuori tutta la sua personalità bipolare. E poi sente il bisogno di stilare la classifica, come succede in tutti i gruppi infantili: “Mettiamo Dante al primo posto, io secondo e tu terzo, ti va bene?”. Per spiegare come mai non ha mai letto bene la Commedia, dice che da giovane si accorse che era una poesia così potente da influenzare qualsiasi mente. La sua originalità poetica ne sarebbe stata compromessa. Francesco ha elaborato a proposito dell’imitazione letteraria una interessante teoria, che naturalmente ha ripreso da altri, come spesso fa, riadattandola. Dice che la poesia è come il miele che il poeta-ape deve produrre prendendo il polline un po’ da ogni fiore. Che l’opera deve stare al suo modello di riferimento come un figlio sta al padre, con un’aria, un "non so che" di familiare che li accomuna ma non li fa uguali. È proprio dei vigliacchi attenersi servilmente all’antico. Ecco perché Francesco ha l’ansia che il lettore scopra le sue ascendenze letterarie e quando rilegge ciò che ha scritto cerca sempre di allontanarsi dal modello; e in ciò chiede anche l’aiuto degli amici, come del fidato Giovanni, quando non gli riesce di correggere un verso che suona troppo ovidiano. Insomma: anche gli antichi erano uomini – questa lezione vale tanto in campo artistico quanto in campo filosofico – anche Cicerone e Aristotele hanno commesso errori, e se li si segue pedissequamente, come le scimmie, si rischia di cadere nei loro stessi errori. In questo l’umanesimo progressista, cioè antidogmatico ed eclettico, che arriva a Erasmo passando per Valla e Poliziano, è largamente debitore dell’insegnamento del nostro. Giovanni se ne torna a Firenze con la speranza che Francesco si decida a leggere Dante, così che le loro discussioni, che vertono sempre sui classici antichi, possano anche volgersi alla letteratura moderna. Ma se per Francesco la lettura avviene sempre con una penna in mano, che lascia tracce evidenti e parlanti, allora possiamo dubitare fortemente che egli lesse con attenzione il capolavoro dantesco: il manoscritto che Giovanni lasciò quel giorno sul tavolo della sala è conservato oggi alla Biblioteca Vaticana, e ha solo una noticina piccola e quasi indecifrabile. È in questi casi che viene da pensare che Francesco, ben sapendo che i posteri avrebbero esaminato scrupolosamente ogni manoscritto passato per le sue mani, abbia voluto, anche coi chiaroscuri lasciati nei margini dei propri libri, indirizzare le analisi verso quel ritratto ideale di sé cui lavorò indefessamente per tutta la vita.Page last modified on Friday 30 of October, 2009 20:32:44 CET
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Contents
- Sommario
- Storia della letteratura italiana
- La scena del Mediterraneo
- Italiani, Francesi, Provenzali
- Firenze, Bologna, Parigi: Dante e i saperi del suo tempo
- Petrarca da Avignone a Praga
- Narrare storie dal Mediterraneo all’Inghilterra: circolazione e ricezione di Boccaccio
- Valla, Poliziano, Beroaldo, Erasmo: l’Umanesimo tra Università, accademie e scuole
- Machiavelli e la nuova politica europea
- L’epos ariostesco, il cortigiano, l’hidalgo e la fantasia europea
- Tasso e la soggettività moderna da Montaigne a Milton
- L’Adone, Parigi e una nuova poesia dell’educazione sentimentale
- Shakespeare e il rinascimento italiano
- Il teatro e la novella nel Cinquecento
- Metastasio, il melodramma e la Vienna asburgica
- Milano, Parigi, Londra, Napoli: l’età dei Lumi
- Alfieri: un viaggiatore europeo tra tragico e romanzesco
- Ugo Foscolo e la logica del Neoclassicismo
- Il mondo romantico del dramma e del romanzo
- Le illusioni della natura e dei sogni: Leopardi poeta e filosofo europeo
- L’antilirica della nuova metropoli. Dialetto e cultura europea in Carlo Porta e Giuseppe Gioachino Belli
- Appunti sul melodramma italiano dell'Ottocento e sulla sua fortuna europea
- Ippolito Nievo: le Confessioni di un franc chasseur della letteratura
- Sogni d’altrove. Emilio Salgari e il lettore europeo fin-de-siècle
- Una Sicilia europea: da Verga a Pirandello
- Pascoli e l’Europa simbolista
- Le avanguardie storiche: una nuova poesia, una nuova prosa
- La letteratura italiana del Novecento: un itinerario europeo
- Letteratura e cinema nel Novecento
- Letteratura e mercato letterario: l'Europa e l’Italia tra la guerra e la pace
- Il fumetto in Italia, una narrazione tra pop culture e letteratura
- Barbari benefici o Apocalisse?
