Porta romantico e satirico
19. Il silenzio della musa romanesca
Quando nel giugno del 1937 viene informato per lettera delle gravi condizioni di salute della moglie, Belli si trova in visita al figlio Ciro, studente di filosofia a Perugia. Torna in gran fretta a Roma, ma giunge troppo tardi: Mariuccia è già morta, vittima del colera e, come il poeta scriverà in suo ricordo, «delle fatiche e della generosità del suo cuore». La solitudine e la tristezza che assalgono Belli a partire da questo momento non tardano a sfociare in una vera e propria depressione, tanto più che le condizioni economiche della famiglia risultano meno floride del previsto e lo costringono a riallacciare rapporti di comodo con la società romana, e a rientrare a far parte dell’Accademia Tiberina. Gli amici lo convincono a pubblicare due raccolte di poesie in lingua [Orioli 1970]: Belli non abbandona dunque la scrittura, ma la musa romanesca inizia a svilirsi e – a esclusione di una nuova fase creativa negli anni tra il ’43 e il ’47 – si spegnerà del tutto nel 1849 con l’ultimo, malinconico sonetto dedicato alla nuora Cristina.La torva luce apocalittica, per quanto stemperata o esorcizzata nel riso, che ha alimentato da sempre lo splendore dei versi belliani, inizia a farsi tristemente concreta nella vita dell’autore. La nuova proclamazione della Repubblica Romana riaccende il ricordo angoscioso delle esperienze infantili, e di lì a poco un altro lutto viene a incupire le sue giornate, la morte dell’affezionata nuora, che negli anni della malattia il poeta aveva consolato e accudito con l’affetto di un padre.
Negli ultimi anni della sua vita, dunque, Belli si chiude sempre più nella sua ipocondria, si trincera dietro posizioni reazionarie, rinnega le proprie opere e sembra non attendere altro che il momento opportuno per ‘cancellarsi dalla storia’ con un ultimo colpo di penna.
La gabbia dei quattordici versi, adattata negli anni alle storie più varie e ai linguaggi più indiavolati, sembra divenuta ormai un sarcofago tagliato su misura per racchiudere l’intero corso di una vita da cui non ci si aspettano più sorprese: «Oggi son vecchio e mi strascino appena: / Poi fra non molti dì che sarò morto, / Dirà il mondo: “Oh reo caso! Andiamo a cena”». L’effetto di anticlimax con cui si chiude il sonetto ricalca un’immagine analoga, che già magistralmente aveva riunito la comicità e la tragedia delle grandi aspettative destinate a sfociare nel nulla: è la fine dello stesso universo creato, quel Giorno der Giudizzio che nell’immaginario di Belli non dovrebbe durare molto più del tempo necessario a recitare il sonetto. Anche gli angioloni barocchi, incaricati di dannare o salvare i trapassati, se la sbrigheranno senza troppi salamelecchi e come gli amici del poeta, constatato il fatto puro e semplice della fine, «smorzeranno li lumi, e bbòna sera».
20. Porta romantico e satirico
Le contraddizioni che Belli era stato così abile a registrare nel popolino romano sembrano dunque, nell’ultima parte della vita del poeta, venire alla luce anche in lui. Il già citato sonetto alla nuora Cristina, in cui il romanesco si accompagna con una prima persona verosimilmente autobiografica, pare esserne l’ultima conferma. Se anche ha ironizzato e talvolta disprezzato l’ignoranza dei suoi concittadini, Belli non ha mai tentato di ergersi a loro giudice, come consapevole di essere in fondo parte integrante dello stesso quadro. Ora a parlare è piuttosto il terrore verso il cambiamento, quell’impossibilità di accordarsi alla trasformazione che anche nel divampare dell’incendio polemico rifiuta ogni possibile alternativa. Dal ‘cambiamento’, in ultima analisi, c’è sempre qualcosa da temere. Forse già nella monomania del sonetto si sarebbe potuto scorgere un’avvisaglia dell’involuzione successiva: l’auto-ingabbiamento del poeta in una forma che lui stesso ha scelto, ma dalla quale sembra poi non sapersi più liberare, mostra a tratti la faccia ambigua di tutte le strutture troppo solide. È una gabbia anche lo stato pontificio, in cui Belli ha vissuto per tutta la vita. Per quanto deformate, snaturate e oscenamente derise, certe strutture – sembra ammonire il sonetto belliano – hanno il potere di reggere incrollabili all’urto di qualunque cambiamento.Ben diversi sono gli ultimi anni della vita di Porta, che vedono invece un radicalizzarsi della polemica contro nobiltà e clero. Nonostante l’incedere della malattia, le consuete difficoltà familiari, gli scontri con i detrattori della sua poesia, Porta non intende cambiare il tenore delle sue denunce. Afferma anzi di essere posseduto da una «musa rabbiada», che con la vecchiaia – se di vecchiaia si può parlare, dato che Porta morì ad appena 42 anni – non solo non accenna a farsi più docile, ma incrudelisce. È però anche l’ambiente cittadino che, ancora una volta, offre una spiegazione agli atteggiamenti del poeta. Intorno agli anni ’20 dell’Ottocento, Milano è agitata dalla polemica tra Classici e Romantici, dibattito d’importanza centrale per lo sviluppo della cultura italiana e di cui Belli, da Roma, non poteva recepire che una pallida eco.
Carlo Porta decide, dunque, di morire romantico. Nel 1819 chiarisce le sue posizioni nel poemetto Il Romanticismo e nel Sonettin col covon [Sonetto dalla lunga coda], in cui vengono attaccate le posizioni classicistiche e il ricorso alla mitologia. Ma è nella ‘tenzone’ con Pietro Giordani, che Porta dà sfogo alla propria vena satirica, componendo ben dodici sonetti in cui imita lo stile magniloquente dell’avversario, apostrofato col titolo di «Don Giavàn». Agli occhi di Porta, Giordani era infatti reo di aver pubblicato sul secondo numero della «Biblioteca Italiana» un articolo anonimo nel quale il dialetto, paragonato a una «moneta di rame», veniva considerato adatto a comunicare soltanto pensieri triviali. Coerentemente a tale visione, Giordani aveva poi criticato la decisione del dialettologo Francesco Cherubini di pubblicare una collana che raccogliesse i migliori poeti in dialetto milanese: collana ultimata, nel 1817, proprio con un volume interamente dedicato a Carlo Porta.
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