Navigazioni (1417 - 1492)
8.1 La “funzione Ulisse”
È un senso di sfida nei confronti del sapere costituito, una inesausta curiosità per il sapere che giace ancora nascosto, che contraddistinguere la stagione culturale dell’Umanesimo. La possibilità di trovare il manoscritto di un antico autore sconosciuto nella biblioteca di un monastero, esercita negli umanisti, da Petrarca a Erasmo, passando per Poggio Bracciolini e Giovanni Aurispa, la medesima irresistibile forza di attrazione che spinge l’Ulisse dantesco a varcare le colonne d’Ercole per seguire «virtute e canoscenza». Il 6 luglio 1417, per dire degli ostacoli che avrebbero potuto impedire all’amico Poggio Bracciolini le sue meravigliose scoperte, l’umanista veneto Francesco Barbaro uso un tricolon (42) che ricorda molto quello utilizzato da Ulisse, nel celebre canto XXVI dell’Inferno, per elencare gli ostacoli affettivi che avrebbero potuto (e dovuto) distoglierlo dall’idea del “folle volo”.
Il desiderio di conoscenza (curiositas) coincide con la voluptas, che già gli antichi insegnavano essere figlia di Amore e Psiche, entrambi colpevoli di curiosità. La voluptas che provano Valla e Poliziano di fronte ad un autore sconosciuto, o alla nuova lezione di un testo noto, è la stessa.
La via che porta dall’Ulisse dantesco a Cristoforo Colombo, passa dunque necessariamente per Poggio Bracciolini, assunto come rappresentante di tutte le centinaia di indefessi umanisti che scoprirono e ricopiarono autori greci e latini da secoli dimenticati. Scoprire significa poi spesso rimettere in circolazione testi segregati, lungo tutta l’età medievale, per il loro contenuto eterodosso, e sottoporli al giudizio critico di quella che si sarebbe chiamata Respublica litterarum: è il caso, per esempio, del De rerum natura di Lucrezio – altra “scoperta” tedesca di Poggio – la maledetta opera materialista in cui il poeta latino esponeva in versi le teorie del filosofo greco Epicuro.
8.2 La palestra degli umanisti
Non c’è autore antico, per quanto il suo pensiero possa essere radicale e in contrasto con l’impostazione cristiana, verso cui gli umanisti più sensibili non dimostrino il loro interesse. Dall’inizio alla fine del secolo è proprio questa disponibilità al dialogo e al confronto, inteso come unica via percorribile per giungere a una verità non imposta dogmaticamente dalla Chiesa o dalle sette dei filosofi scolastici, a caratterizzare l’atteggiamento del migliore umanesimo. Leonardo Bruni, nel primo grande testo programmatico dell’Umanesimo quattrocentesco, i Dialogi ad Petrum Paulum Histrum (1404), stende un sentito encomio della disputa fra dotti (43), come approfondito e sereno scambio di esperienze e valutazioni culturali.
E’ il medesimo appello che prorompe ad un certo punto dell’eroica Oratio de hominis dignitate che Giovanni Pico della Mirandola avrebbe voluto pronunciare pubblicamente a Roma nel 1487; a lui, che, enfant prodige della filosofia, appena ventitreene, aveva voluto, a sue spese, convocare di fronte al papa e all’intero collegio cardinalizio tutti i sapienti dalle più remoti parti d’Europa, per discutere le sue novecento tesi filosofiche, portatrici di una nuova universale concezione del sapere, a lui sarebbe risultata gradita anche la sconfitta sul campo, qualora il dibattito avesse dimostrato l’erroneità delle sue posizioni. Perché questo “vizio” della discussione (44) lo condivideva coi sommi filosofi dell’antichità, Aristotele e Platone.
Con una disponibilità non dissimile al dialogo tra posizioni certo non facilmente conciliabili, parecchi anni prima, nel 1433, Ambrogio Traversari, priore fiorentino del convento camaldolese di S. Spirito, aveva risposto, affogato com’era di affari, con una breve lettera a Lorenzo Valla in merito al dialogo De voluptate appena composto dal giovane amico; i primi due libri dell’operetta valliana erano fortemente antistoici e filo-epicurei, esaltavano cioè il primato dell’utilitas e del piacere sull’astratta virtù propria del vir bonus. Ma, nonostante questo, nella sua breve lettera di risposta, il religioso Traversari offriva insperate (per noi) aperture di credito alla molteplicità delle visioni, legittimando la diversità di posizioni filosofiche, qualora debitamente argomentate.
8.3 Guardare di sguincio o di fronte
Spesso è guardando “di sguincio” l’oggetto di studio che si capisce, e si fanno le scoperte. Come se la scoperta fosse sempre potenzialmente nell’aria, e a noi spettasse tradurla in atto trovando l’esatto punto di osservazione sulla realtà in esame. La verità è sempre una relazione (fra testi, fra contesti, fra autore e lettore), mai un valore assoluto: anche questo ci hanno insegnato i nostri filologi-umanisti.
Se invece di guardare di fronte, al centro della piazza omonima, la facciata fiorentina di S. Maria Novella, ombelico del Rinascimento italiano, la guardiamo “di sguincio”, spostati tutti sulla destra, vediamo bene come quella “pagina” di Leon Battista Alberti (45) sia inserita in un “libro” gotico, quello della chiesa dei domenicani, che di tutt’altra, ben anteriore, realtà culturale è espressione. Nello stacco netto tra corpo e facciata della chiesa, realizzata da uno dei geni universali del Rinascimento, Leon Battista Alberti, sembra di trovare un “correlativo oggettivo” di quello che fu il Rinascimento: una pellicola di esaltante armonia senza tempo, di grazia sublime, sovrapposta a un corpo massiccio, meno vanitoso ma più funzionale, cui il tempo non pare abbia risparmiato neppure un minuto dal momento della sua venuta al mondo. L’effimero, bellissimo ed eterno, che beffa l’utile, elementare e transeunte. È questa un’istantanea che reca giustizia al nostro Rinascimento?
Qualche decennio prima, nel 1436, a poche centinaia di metri dalla facciata da cui siamo partiti, veniva terminata la cupola “autoreggente” dell’amico “Pippo” di Leon Battista Alberti, Filippo Brunelleschi. Nell’esaltante sfida alla forza di gravità lanciata dall’architetto del comune di Firenze, l’umanesimo ribatte ogni accusa di culto della forma e di leziosità e si propone invece come potente messaggio universale rivolto al genere umano, ad ogni singolo uomo. Là (ancora fermi a guardare di sguincio S. Maria Novella) una cultura raffinata e aristocratica che sancisce la separazione di arte e vita (non importa poi quale delle due prevalga sull’altra); qua (a naso in su in piazza Duomo), nel fausto intrecciarsi di sapienza costruttiva e spericolato sperimentalismo, un monumento che riassume l’umanesimo civile fiorentino e che non cessa di riproporre e vincere, attimo dopo attimo, la sua scommessa lanciata all’architettura e al buon senso, facendosi beffe della forza di gravità.
8.4 Sacerdoti e naviganti
Non c’è dubbio che l’umanesimo sia stato, ‘tecnicamente’ un’avanguardia esclusiva, che annoverò al suo interno alcune centinaia di dotti che nutrivano un vero e proprio culto per le humane litterae: sacerdoti di un culto laico (46), per molti di loro non c’è nulla di più desiderabile che sublimare la realtà nella splendida Arcadia, mondo dell’arte e della quiete incorruttibile, senza tempo. Da questo punto di vista la produzione umanistica parla, trasversalmente, a quella genìa di fruitori e produttori di letteratura del passato e del futuro, più che agli uomini che vivono questo mondo. Ma negare che un’osmosi ci fu, e pure determinante, fra mondo delle lettere e vita, che ci furono libri che si innestarono nell’immaginario collettivo, che meravigliarono e mossero persone ben al di fuori di quella ristretta cerchia di professionisti, significa espungere il precipitato più ricco e succoso di lunghi studi d’erudizione. Significa guardare solo frontalmente il nostro Umanesimo, e non “di sguincio”.
Nell’Utopia di Thomas More, testo capofila di un genere, il protagonista Raphael Hythlodaeus si finge un marinaio di Amerigo Vespucci. La letteratura attinge dalla vita, da un “eroe” dei tempi moderni. I tempi erano maturi, i mercanti pronti e la borghesia fremeva, ma, forse, senza quell’interesse enorme per la geografia che si sviluppò nel Quattrocento, in ambito erudito, nessuno degli avventurieri che conosciamo sarebbe partito alla ricerca di terre lontane e promesse. Già nei primi anni del Quattrocento, infatti, a Firenze, Jacopo Angeli da Scarperia attendeva alla traduzione della Geografia di Tolomeo. Nel 1477, mentre a Bologna una equipe di inquieti umanisti e scienziati dava alla luce Tolomeo nella lingua latina dell’Angeli, a Roma il giovane Domizio Calderini lavorava ad una parallela edizione, ridisegnando pure quelle carte geografiche che la plurisecolare tradizione del testo aveva inghiottito. Senza queste carte, senza le forti suggestioni offerte da questi libri, forse Cristoforo Colombo non si sarebbe mai messo in testa di circumnavigare il globo terrestre per raggiungere le Indie.
8.5 Nuove coordinate
Nella bisaccia di Colombo, oltre ad autori ancora medievali come Giacchino da Fiore e Albumasar, ci sono l’Historia Rerum ubique gestarum di Enea Silvio Piccolomini e, fittamente postillata, quella Naturalis historia di Plinio, (che il Poliziano, il Beroaldo e il Barbaro facevano a gare ad emendare), nella traduzione volgare di Cristoforo Landino. Ma oltre ai libri nella bisaccia ci sono gli uomini nel cuore. Tra i grandi umanisti e gli uomini d’azione ci sono spesso delle straordinarie personalità universali, trasversali alle competenze costituite, come lo scienziato Paolo dal Pozzo Toscanelli, capace di imprimere un senso dinamico alle più avanzate speculazioni del suo tempo. Egli è «presente nelle misure della cupola del Brunelleschi, nelle prose amare dell’Alberti, nelle riflessioni matematiche del Cusano, nelle polemiche astrologiche del Pico, nelle conversazioni filosofiche del Landino e del Ficino» (Garin). A partire dalle riflessioni sviluppate da un mappamondo regalatogli da Francesco Castellani, abbozza una carta geografica che allora dovette sembrare assurda, e la invia in allegato al canonico di Lisbona Fernam Martins (amico e familiare del re di Portogallo), il 25 giugno 1474: «Rimetto … a sua maestà una carta fatta colle mie mani, nella quale si trovano disegnati i vostri lidi, e le isole dalle quali il viaggio si dovrebbe incomiciare, sempre verso occidente, e i luoghi ai quali si dovrebbe giungere, e quanto si dovrebbe declinare dal polo, e dalla linea equatoriale, e quanto spazio, ossia quante miglia converrebbe percorrere per giungere ai luoghi fertilissimi d’ogni specie d’aromi e di gemme. E non vi meravigliate se chiamo porti occidentali quelli dove sono gli aromi, mentre comunemente si chiamano orientali, perché quelli che navigheranno continuamente a ponente, per mezzo della navigazione agli antipodi, raggiungeranno dette regioni».
Meno di venti anni più tardi, proprio dalle coste portoghesi, sarebbero partite le navi di Colombo, in grado di verificare le erronee misure dei geografi attraverso una feconda convergenza di sapere e operare. La tensione tra utopia, letteratura e vita aveva raggiunto il suo culmine.
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- Firenze, Bologna, Parigi: Dante e i saperi del suo tempo
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- Narrare storie dal Mediterraneo all’Inghilterra: circolazione e ricezione di Boccaccio
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- Tasso e la soggettività moderna da Montaigne a Milton
- L’Adone, Parigi e una nuova poesia dell’educazione sentimentale
- Shakespeare e il rinascimento italiano
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- Metastasio, il melodramma e la Vienna asburgica
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- Alfieri: un viaggiatore europeo tra tragico e romanzesco
- Ugo Foscolo e la logica del Neoclassicismo
- Il mondo romantico del dramma e del romanzo
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- L’antilirica della nuova metropoli. Dialetto e cultura europea in Carlo Porta e Giuseppe Gioachino Belli
- Appunti sul melodramma italiano dell'Ottocento e sulla sua fortuna europea
- Ippolito Nievo: le Confessioni di un franc chasseur della letteratura
- Sogni d’altrove. Emilio Salgari e il lettore europeo fin-de-siècle
- Una Sicilia europea: da Verga a Pirandello
- Pascoli e l’Europa simbolista
- Le avanguardie storiche: una nuova poesia, una nuova prosa
- La letteratura italiana del Novecento: un itinerario europeo
- Letteratura e cinema nel Novecento
- Letteratura e mercato letterario: l'Europa e l’Italia tra la guerra e la pace
- Il fumetto in Italia, una narrazione tra pop culture e letteratura
- Barbari benefici o Apocalisse?
