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Luigi Capuana e il mestiere della scrittura

Inquieto, curioso, interessato alle forme espressive più svariate. Dalla fotografia alla fiaba(external link); dall’incisione al disegno; dalla società alla storia; dalla vita borghese alla psicologia; dalla donna al paesaggio; dal reale all’inconscio. Luigi Capuana legge, scrive, recita, fotografa, riflette. Interpreta il mistero; descrive il mondo; analizza l’essere umano; indaga la sua istintualità; polemizza sull’assenza di coesione sociale; fa rivivere gli oppressi; guarda al destino dei più sfortunati; racconta la loro storia. È, il suo, il metodo verista; quello che nasce dalle delusioni; quello che viene elaborato con la volontà di fare emergere realtà primigenie; quello che risponde ai mondi regionali; quello che dà voce a chi di voce ne ha poca e non riesce a gridare; quello che fa parlare la Sicilia, che non sembra fatta per splendere in un’aura nazionale, ma pare quasi abbandonata dalla storia, dalla politica, dall’unità d’Italia(external link), al suo destino arretrato.
Figura poliedrica, Luigi Capuana è critico letterario e narratore, ma è principalmente il mediatore in Italia della cultura naturalistica europea, la quale si propone di unire l’attenta osservazione della realtà a più coerenti analisi psicologiche: lo scrittore, durante la creazione, vive uno stato ipnotico, di intercettazione dell’invisibile:
Le pareti di quella casa dovevano essere certamente sature di misteriosi fluidi, di pensieri e di atti là registrati e con tale forza da produrre terrificanti sensazioni rivelatrici… Durante la lunga nottata insonne non gli era anche parso di sentire una specie di formicolio dappertutto, nelle pareti, nelle volte, dietro gli usci, nelle stanze accanto, un formicolio sordo, che l’orecchio non percepiva ma che intanto non gli sembrava meno reale, quantunque percepito dai nervi di tutto il suo organismo, quasi per immediato contatto? (da Delitto ideale).

Gran parte della sua opera narrativa dà l’impressione di un organismo costruito a freddo. Uno studio impassibile di un documento di vita, di un caso umano.

La vicenda al microscopio: meccanismi sociali

Durante il suo soggiorno a Firenze, che si prolunga fino al 1868, Capuana conosce le opere di Honoré de Balzac(external link) e Alexandre Dumas figlio(external link) e pubblica il suo primo racconto Il dottor Cymbalus (1867)(external link). Il protagonista, inventore di un metodo in grado di eliminare qualsiasi tipo di sofferenza, riflette nella sua pratica, quella dello scrittore naturalista: egli è in grado di osservare clinicamente, con atteggiamento puramente scientifico il paziente, senza lasciar affiorare il minimo trasporto, così come l’autore, con i personaggi che animano le sue opere. Al dottore interessa decifrare i moti interiori che muovono l’uomo a compromettere equilibri personali e sociali. E così lo scrittore naturalista, che scruta, interpreta, studia, analizza. Tesi, antitesi e sintesi.
Ma dietro l’occhio neutro di Capuana si cela una vicenda amaramente autobiografica: egli stesso è infatti vittima della violenza delle convenzioni; dei moti inspiegabili dell’animo umano; dei meccanismi astratti e incomprensibili che fanno la realtà. Innamorato di una domestica analfabeta, Giuseppina Sansone, non può godere di tale unione: che scandalo deriverebbe da un matrimonio fra i due! Simili con simili, ordina la legge sociale. I figli, frutto di questo rapporto, finiscono all’orfanotrofio; la donna viene data in sposa ad un suo “pari”. E così, gli amori che popolano la fantasia di Capuana saranno amori ingrati, infelici, impossibili. E le sue figure femminili, cittadine e borghesi, nient’altro che lo specchio di una civiltà malata: Delfina e un amore mai condiviso; Giulia e la fedeltà ad un uomo che le si è dimostrato ingrato; Cecilia e il suo abbandono all’amore adultero. Sono profili, come li definisce lo stesso autore (Profili di donne, 1877(external link)), ricordi narrati da una voce maschile, immagini ritratte che aprono degli spiragli sulla condizione della donna nella modernità, su una insana “educazione sentimentale”.

L’osservazione

Capuana conosce personalmente Zola a Roma, nel 1888.
La narrazione procede nei romanzi dello scrittore siciliano, secondo quanto lo stesso Zola espone nel Romanzo sperimentale (1880): i comportamenti di un personaggio, gli accadimenti della sua vita non sono, nelle mani dell’artista, che “esperimenti” utili a elaborare delle valide tesi sui comportamenti umani; sulle reazioni dell’essere in specifiche circostanze. La prima importante prova letteraria di Capuana è, non a caso, dedicata proprio allo scrittore francese. In Giacinta (1879)(external link) riecheggia il realismo psicologico flaubertiano e impera la tecnica dell’impersonalità. L’ambizione di una scrittura che sia un puro referto dei fatti si esercita in questo caso sulla figura della protagonista che, abbandonata ancora bambina dalla madre e vittima di un abuso, riscatta se stessa e il suo trascorso rinunciando al matrimonio con l’uomo che ama. La donna scardina così, per vendetta nei confronti dell’arido, o meglio mancato, affetto familiare, le convenzioni sociali e borghesi. Giacinta incarna quel moto di sorda ribellione che si nasconde nello sguardo e nel silenzio di Capuana, nei suoi sentimenti inconfessabili. La strenua lotta contro la famiglia e la società la condurranno, comunque, al suicidio. L’autore analizza con neutralità i suoi modi comportamentali. È l’occhio del dottor Follini, alter ego di Capuana, ad analizzarli ed esplicarli con scientificità:
Una sera che la contessa pareva allegrissima e faceva scoppiettare attorno a lei le sue frasi vibranti e frizzanti, il dottore s’era seduto in un angolo, fuori di vista, per osservarla con più comodo.
- No, quell'allegria non era sincera; glielo dicevano gli occhi di lei, che lampeggiavano stranamente, le labbra le si inaridivano cosí presto.
Appena Giacinta si avvide delle pupille quasi severe che le stavano addosso, cominciò, gradatamente, a provare un impaccio anche nei movimenti. Sforzatasi a continuare il discorso, si era sentita quasi legare la lingua e diventar distratta, incoerente. E si alzò, traendo un gran respirone, come se le fosse venuta meno l'aria.

Il romanzo ha pagine di impressionante lucidità analitica. La struttura e il dettato appaiono serrati. Manca però un’animazione poetica, tanto che l’opera quasi un referto clinico.

L’autoanalisi

L’analisi di un comportamento patologico è il filo conduttore del romanzo più riuscito di Capuana, Il marchese di Roccaverdina (1901)(external link), ambientato nel piccolo paese siculo di Rabbato.
Si tratta, ancora una volta, di una vicenda che pare riecheggiare l’amore per la domestica Giuseppina. Il marchese, innamoratosi della contadina Agrippina Solmo, per scongiurare un eventuale scandalo e per non disonorare la famiglia, la dà in sposa al suo dipendente più fedele. Non riesce, però, a controllare la sua gelosia, tanto che finisce con l’ucciderlo. Tormentato dal rimorso dell’omicidio e dal senso di colpa per aver accusato del delitto un uomo innocente, il marchese entra in un folle delirio: gli occhi del crocifisso lo inseguono, così come la visione del cadavere:
Il marchese, fissatala con quegli sguardi smarriti dove la pupilla sembrava già coperta da un leggero strato di polvere, era stato zitto alcuni istanti, concentrato, quasi frugasse in fondo alla memoria per trovarvi un lontano ricordo; poi, indifferente, aveva ripreso il triste ritmo dei suoi gridi: "Ah! Ah! Oh! Oh!", agitando la testa, lasciando colare dagli angoli della bocca la bava che Agrippina Solmo, pallida come una morta, coi neri capelli in disordine, buttata per terra la mantellina, si era messa ad asciugargli, senza una parola, senza una lagrima, con un pietoso stupore negli occhi che non si staccavano dal viso sfigurato del suo benefattore; non lo chiamava altrimenti.

La follia si impossessa di lui come la siccità invade la Sicilia: è un maleficio che Capuana può osservare con distacco: da narratore consapevole trasferisce su personaggi fittizi un dramma interiore. Come un medico che osserva sugli altri i sintomi della propria malattia, così lo scrittore siciliano conduce, attraverso i suoi romanzi, una spietata autoanalisi.
Forte è, come di consueto, l’insistenza analitica di tipo naturalistico, su minuziosi particolari della psicologia del protagonista. Potenti alcune pagine che descrivono lo scabro paesaggio siciliano e l’intreccio della vicenda. Sicuramente la creatura più compiutamente poetica è Agrippina, l’amante schiava che accompagna il marchese fino alla morte.


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