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Letteratura minore

21. La sorte dei minori

Con gli occhi del lettore che si accosta a queste opere, a quasi due secoli di distanza, la scelta di scrivere in un dialetto tanto ‘verace’, e allo stesso tempo stilisticamente elaborato, risulta forse effettivamente difficile da comprendere. L’intenzione di attenersi al vero con tanta perizia ha portato sia Belli sia Porta sull’orlo dell’oblio o, nel migliore dei casi, li ha circoscritti nel campo di una folkloristica e spontaneamente irriverente letteratura minore.
Per entrambi una valutazione più accurata delle opere dialettali non arriverà fino agli anni ’60 del Novecento: per quanto riguarda Belli, sarà l’edizione critica dei sonetti romaneschi curata da Giorgio Vigolo [Vigolo 1952] a costituire finalmente una solida base su cui potranno innestarsi i contributi critici di Muscetta e Vigolo stesso, fino ai più recenti studi di Merolla e Gibellini. Per Porta verranno soprattutto le ampie ricerche filologiche di Dante Isella. Quest’ultimo insiste in particolare nel ricollocare Porta all’interno di una precisa linea di sviluppo della letteratura italiana, rifuggendo le interpretazioni che ne fanno una figura sui generis, bizzarramente avulsa dal contesto storico e politico. Nei Lombardi in rivolta, Isella indaga lo sviluppo di questa linea ‘lombarda’ che, partendo da Carlo Maria Maggi e dagli scrittori dell’Accademia dei Trasformati, giunge fino agli esordi di Carlo Emilio Gadda, attraverso le esperienze letterarie di Parini, di Porta e di Manzoni [Isella 1984]. E nell’Idillio di Meulan, lo stesso studioso discute di una vera e propria ‘funzione’ «Porta-Dossi-Gadda» [Isella 1994].
Una linea di modelli altrettanto nitida non sembra invece rintracciabile per Belli, le cui fonti di ispirazione, come già accennato, sono da ricercare più negli scrittori dell’Illuminismo francese che non nei dialettali della sua epoca. Ma se mancarono i modelli non mancarono i successori. Ancora in Gadda, tra gli altri, è possibile riconoscere il peso dell’influenza di Belli: la rappresentazione dell’infernale e babelico caos romano sarà infatti un ingrediente essenziale per la composizione del Pasticciaccio. [Papponetti 1985; Anceschi 1993].
Tuttavia, mentre in Italia si discuteva della necessaria ricollocazione di Porta e Belli nel quadro letterario ottocentesco, la fama dei due autori, incurante delle vie maestre della cultura ‘ufficiale’, già valicava autonomamente i confini nazionali, mostrando come la scelta dialettale non condannasse necessariamente a un destino di marginalità.

22. «de là de le montagne, sia puro in culibus monni...»

.... probabilmente non v’è capitato di leggere i sonetti del poeta romano d’oggi, il Belli, che peraltro vanno ascoltati quando egli stesso li recita. In essi – in questi sonetti – c’è tanto sale e tanta arguzia, proprio imprevista, e vi si rispecchia la vita dei trasteverini odierni tanto autenticamente, che vi mettereste a ridere, e quella pesante nube che spesso piomba sulla Vostra testa volerebbe via insieme all’importuno e insopportabile Vostro mal di testa. Sono scritti in lingua romanesca, non sono ancora stati stampati, ma poi io ve li spedirò. [Cit. in De Michelis 1983, 318-319]

L’occasione di ascoltare dal vivo i sonetti di Belli si presentò a Nikolaj Gogol′ durante un viaggio a Roma, forse proprio nel salotto di quella «Sor’Artezza Zzenavida Vorcoschi» che già altre volte aveva esortato Belli a comporre versi per i suoi aristocratici ospiti. Una discreta conoscenza del dialetto trasteverino basta a Gogol′ per cogliere la genialità di Belli, e nell’aprile del 1938 ne scrive in termini entusiastici all’amica Màrija Balàbina, che a sua volta aveva visitato Roma l’anno precedente.
Gogol′ parlerà di Belli anche al critico francese Charles Augustin de Saint-Beuve?, incontrato per caso sul battello che riporta i due da Roma a Marsiglia. Saint-Beuve? annota nel suo Carnet de Voyage il nome di questo «Belli (o Beli)», straordinario e malinconico poeta romano, e in una lettera a Charles Labitte rimpiange il fatto di non averlo potuto ascoltare di persona:
C’è a Roma (e mi dispiace di non averlo incontrato) un poeta – sì, un vero poeta, e me lo hanno detto delle persone competenti: si chiama Belli, scrive sonetti in dialetto trasteverino, ma sonetti che fanno sequenza e formano poema. È originale, spiritoso per tutti, ma in particolare agli occhi dell’artista: sembra proprio che sia un «grande» poeta, intriso della vita romana; egli non pubblica, le sue opere restano manoscritte, e non circolano quasi del tutto; sui quarant’anni, piuttosto malinconico, d’indole poco estroversa. In un prossimo viaggio bisognerebbe vederci chiaro. [Gibellini 1983, 28]

In Francia, tuttavia, autentici studi critici sull’opera belliana si avranno solo a partire dal 1898, con Ernest Bovet e Rémy de Gurmont, e ad essi faranno seguito numerose traduzioni. Instancabili traduttori dell’‘intraducibile’ Belli saranno anche i romanisti tedeschi: già negli anni Settanta dell’Ottocento il filologo Hugo Schuchardt pubblica alcuni studi sui sonetti romaneschi, corredati da traduzioni in prosa. L’entusiasmo e la profondità con cui Schuchardt di avvicina al linguaggio belliano sono testimoniati anche da una lettera del 1969, scritta in un divertentissimo ‘romanesco-todesco’, nella quale lo studioso confida all’amico Alessandro d’Ancona di voler al più presto tornare a Roma a «alzà er gomito co queli massiccioni de Tristevere».
La catena di traduzioni che da Dante aveva portato a Belli sembra poi arricchirsi di un ulteriore anello con le versioni tedesche di Paul Heyse, lo scrittore berlinese premio Nobel nel 1910: Heyse azzarda infatti traduzioni poetiche che tentano di mantenere inalterata anche la rigida struttura metrica del sonetto, come è facile osservare in Die Papstwahl (La scerta der Papa). Karl Vossler, invece, contribuirà agli studi belliani in lingua tedesca con saggi che presentano i sonetti esclusivamente nella lingua originale, considerando impossibile tradurre la vivacità della scelta linguistica adottata da Belli.
Se poi i contatti tra Belli e Stendhal, così come l’apprezzamento dei sonetti da parte di James Joyce, risultano ancora oggi difficili da verificare, certo è anche la fantasia di un grande scrittore in lingua inglese rimase impressionata dai sonetti: Anthony Burgess, noto in Italia soprattutto per A Clockwork Orange, trasformò infatti Belli in uno dei personaggi di ABBA ABBA, romanzo del 1977 che fin dal titolo richiama le rime tipiche del sonetto. Convinto come Vossler dell’impossibilità di una traduzione, non per questo Burgess evitò di cimentarvisi: con l’aiuto della moglie, romana d’adozione, realizzò traduzioni libere di alcuni sonetti, tra cui Il giorno der Giudizzio. Proprio le traduzioni in inglese dei sonetti, del resto, hanno letteralmente portato il nome di Belli da un capo all’altro del globo, contando versioni che vanno dallo slang newyorkese all’australiano [Abeni 1983, 195-304].
In ABBA ABBA, Belli ci appare durante una visita alla Cappella Sistina, in seguito alla quale viene presentato a John Keats. Di fronte alla constatazione che ogni buon poeta dovrebbe conoscere qualche passo di Dante a memoria, Keats recita i versi proemiali della Divina Commedia, e Belli raccoglie la sfida, recitando a sua volta Dante – e non un Dante qualunque:
«A mitaa strada de quell gran viacc
Che femm a vun la voeulta al mond da là
Me sont trovaa in d’on bosch scur scur affacc,
Senza on sentee da pode seguità».

«What language is that?» John asked.
«Italian. Another kind of Italian. The dialect of Milan. And that is Carlo Porta's translation of those lines of Dante into the tongue of the common people of Milan.» Belli added a short of growl of challenge.
John did not truly know what response was expected of him. He cut his tough veal and chewed. They were in a tavern in a low street off the Corso [Burgess 1989, 45].


Page last modified on Friday 30 of October, 2009 19:31:03 CET

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