Print Send a link

Le opere principali di Machiavelli

Di cosa parla il «Principe»

Nella chiusa della stessa missiva del dieci dicembre 1513, troviamo anche un accenno al Principe, che Niccolò aveva probabilmente appena terminato. La necessità, dice Machiavelli, mi spinge a mandarlo ai Medici: necessità di lavorare, di trovare un impiego che lo faccia sentire vivo; così si vedrà che i quindici anni passati a servire la Repubblica, egli non li ha «né dormiti né giuocati».
Effettivamente lo scritto machiavelliano è tutto pieno di una saggezza aspra e sbrigativa: lo stesso Niccolò, nella dedica a Lorenzo de' Medici (non il Magnifico, ma un suo meno magnifico nipote(external link)), dichiara di non aver usato quelle ampollosità, quelle formule retoriche ampie e gravi che fanno la fortuna di certi trattati; solamente la varietà della materia e l'importanza di essa possono abbellire il suo Principe.
Lo ribadisce anche nel capitolo XV: non vorrebbe passare per presuntuoso, scrivendo dello stato in maniera differente da quanto hanno fatto i teorici che l'hanno preceduto, ma suo intento è «andare drieto alla verità effettuale della cosa, che alla imaginazione di essa». Insomma, chi ha scritto di politica di solito lo ha fatto immaginando situazioni ben lontane dalla realtà, costruendo ipotesi di «republiche e principati che non si sono mai visti né conosciuti essere in vero». Il tentativo di Machiavelli è di sbaragliare qualunque costruzione idealistica e di maniera per andare al cuore della verità: ecco perché il suo principe, quando serva, deve imparare a poter «essere non buono»: tale fu Cesare Borgia, il famoso duca Valentino che tanto filo da torcere aveva dato allo stesso Niccolò; averlo reso protagonista del capitolo VII, è il miglior tributo pagato alla memoria del vecchio nemico.
Allo stesso modo, il principe a cui aspira Machiavelli, deve, se può, essere generoso; ma dal momento che essere generosi costa caro, è meglio essere parsimoniosi; così, non si dilapideranno i beni dello stato (cap. XVI).
Inoltre dovrà essere pietoso, ma all'occorrenza anche crudele; al punto che, di fronte al dilemma se sia meglio per un principe essere amato o temuto, Machiavelli non esita a optare per la seconda soluzione, perché gli uomini sono volubili e se desiderano ribellarsi al dominio, colpiranno più volentieri quel principe che si sia dimostrato amorevole; infatti l'amore è sorretto da un vincolo di riconoscenza che si può facilmente tradire, laddove il timore, fondandosi sulla paura di venire puniti, non abbandona mai i sudditi (cap. XVII).
Ancora: il principe deve essere leale, ma può, quando occorra, tradire la parola data. E se le leggi che si è dato, e che ha dato al proprio stato, non bastano a conservarlo, può ricorrere alla forza, tipica delle bestie. Deve insomma essere uomo e animale insieme; e, «dovendo usare la bestia, debbe di quelle pigliare la golpe (volpe) e il lione (leone); perché il lione non si defende da' lacci, la golpe non si defende da' lupi. Bisogna dunque essere golpe a consocere e' lacci e lione a sbigottire e' lupi»: l'astuzia della volpe e la forza del leone possono aver ragione di ogni nemico.

«Virtù» e «Fortuna»

Insomma, il buon principe non è colui che si attiene a in ogni circostanza a quei comportamenti virtuosi teorizzati dai trattatisti dei secoli precedenti, ma chi intraprende con lucidità e fermezza le azioni richieste dalle diverse contingenze.
In questo si compendia la «virtù» dell'abile politico, ovvero appunto la capacità di leggere ogni situazione e adottare quelle misure in grado di sottomettere la «fortuna», cioè le avversità impreviste del caso.
«Virtù» e «fortuna» sono due termini fondamentali del lessico politico machiavelliano, di cui si discute soprattutto nel penultimi capitolo del Principe. Non è semplice definirli: il concetto di «virtù» può essere accostato alla virtus romana, e compendia intuito, volontà, capacità strategiche e militari; «fortuna», invece, indica le circostanze esterne, che, dominate spesso da casualità e indeterminatezza, possono compromettere l'azione dell'uomo. L'abilità del principe consiste allora nel sottomettere la fortuna alla virtù, in modo da guidare e controllare sempre l'andamento degli eventi.

La «Mandragola»

La fatica del Principe, tuttavia, passa in fretta; per non dovere annoiarsi ulteriormente Machiavelli affronta altre fatiche letterarie, come quella, non nuova in realtà, di scrivere una commedia. Si tratta della Mandragola(external link), una delle più riuscite prove teatrali del nostro Rinascimento: ne sono protagonisti un vecchio sciocco, un giovane piacente, un servo furbo e un frate corrotto. Il giovane vuole avere una storia d’amore con la moglie dello stupido Nicia e organizza, aiutato dal servo e dal frate, una beffa ai suoi danni: la riuscita di questa sarà completa, tanto da fargli conquistare l’amore della donna.
Nel prologo alla Mandragola Machiavelli intreccia l’argomento della commedia alle vicissitudini personali: dichiara di essere stato costretto a scrivere di faccende così pruriginose per rendere meno pesante il suo esilio dalla vita attiva: «scusatelo con questo», dice rivolgendosi agli eventuali spettatori, «che s'ingegna/con questi van pensieri fare el suo tristo tempo più suave». Non sa infatti come arrabattarsi per passare il tempo e buscare qualche soldo, dal momento che tutti lo hanno allontanato: «perché altrove non have dove voltare el viso,/ché gli è stato interciso/mostrar con altre/imprese altra virtùe,/non sendo premio alle fatiche sue».

L’«Asino»

Questo sconsolato sarcasmo lo ritroviamo anche in un poemetto in terzine, L’asino, steso sempre, almeno nella sua prima forma, negli anni dell'esilio dalle cariche pubbliche. In terzine perché, trattandosi di un testo allegorico, Machiavelli riprende il metro della Commedia dantesca. Protagonista è infatti lo stesso Niccolò che viene invitato da un’ancella di Circe(external link) a visitarne i serragli, dove vivono uomini trasformati in bestie. Il poemetto, rimasto incompiuto, si conclude con le parole di un porco che esalta la condizione animale a tutto scapito di quella umana, con parole amare sul "furore" che contraddistingue la nostra specie: «Nessun altro animal si truova ch'abbia/più fragil vita, e di viver più voglia, più confuso timore o maggior rabbia./Non dà l'un porco a l'altro porco doglia, l'un cervo a l'altro: solamente l'uomo/l'altr'uom ammazza, crocifigge e spoglia».
Nel frattempo, l’obiettivo che Machiavelli si era dato attraverso la stesura del Principe, ovvero di suscitare interesse presso i Medici, segnatamente Lorenzo, sì da poter essere richiamato al lavoro, viene meno: quel giovane signore non ha affatto interesse verso la pratica dello stato accumulata da Niccolò in tanti anni di onorata carriera. Machiavelli è deluso: nella dedica ai Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, altra grande opera di questo periodo, dice di volerla indirizzare non tanto a un principe quanto agli amici Zanobi Buondelmonti e Cosimo Rucellai, gli unici che, potendolo, vorrebbero dargli onori e cariche.

I Imparare dalla storia: i «Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio»

I Discorsi nascono come una specie di commento all'opera dello storico latino Tito Livio(external link): più ancora che in altre opere di Machiavelli, qui spira potente la lezione della storia, di cui l'autore fa tesoro non tanto per indagare la nascita e lo sviluppo di un principato assoluto (come nel Principe), quanto delle istituzioni repubblicane. Il modello latino serve a Machiavelli per individuare le cause della decadenza presente, lo scarto tra la corruzione dei propri tempi e l'integro funzionamento degli ordini civili nella Roma repubblicana.
I Discorsi sono un'opera meno affascinante dell'impetuoso Principe, ma non per questo meno meditata; anzi, vi si riscontra un idealismo più marcato che nell'operetta sui principati, quasi che Machiavelli, ragionando di istituzioni che conosce bene e per le quali ha operato e combattuto, si faccia trascinare dalla memoria di età trascorse e gradite. Inoltre, come nella missiva al Vettori, si avverte costantemente l'amore per la latinità e il desiderio di confrontarsi con l'epoca antica.

La brigata degli Orti Oricellari

Ma c'è anche altro. A partire dal 1517, Machiavelli aveva cominciato a frequentare, a Firenze, un circolo di giovani aristocratici che si riunivano nel giardino di casa Rucellai, chiamato Orti Oricellari(external link). Il vecchio padrone, Bernardo Rucellai, era morto da poco, e a reggere le sorti della famiglia era subentrato ora Cosimo, lo stesso a cui Machiavelli dedica i Discorsi. Accanto a lui e ad altri giovani di buona famiglia, frequentavano gli Orti parecchi altri intellettuali, come Zanobi Buondelmonti (l'altro dedicatario dei Discorsi), lo storico Jacopo Nardi(external link)), il poeta Luigi Alamanni(external link) e il filosofo Francesco da Diacceto(external link). È proprio perché incalzato da quegli incontri e da quelle discussioni, dove egli poteva riordinare le idee sull'arte dello stato, che Machiavelli compone i Discorsi e l'Arte della guerra, un dialogo in cui, ancora una volta, riversa l'esperienza della vita temprata dallo studio degli antichi testi. Scopo dell'opera è di mostrare quali siano i modi migliori per difendere militarmente lo stato. Difendere e non offendere, giacché Machiavellli sa bene che la guerra è detestabile e rovinosa. Tuttavia, come direbbe lo stesso Segretario, è necessario per uno stato saper bene salvaguardare i propri confini per non cadere ai primi colpi dell'esercito nemico.
Naturalmente la stesura di questo testo era anche un modo per rispondere, molti anni dopo, alle accuse sulla disfatta dell'Ordinanza nella sconfitta di Prato per opera degli spagnoli ed anzi per riprendere con matura convinzione quell'idea, stroncando nel medesimo tempo la corruzione e l'indisciplina delle milizie mercenarie.
Fabrizio Colonna(external link), il protagonista del dialogo, discute con competenza ogni aspetto dell'arte militare, consapevole, tuttavia, che un buon esercito deve essere formato da buoni soldati, e che buoni soldati si hanno solo con una riforma radicale delle istituzioni politiche.
Qualche studioso ha rilevato come la disillusione machiavelliana circa la bontà degli ordini militari, trasparirebbe sin dal titolo, dove "arte" significa non solo tecnica del guerreggiare, ma anche "mestiere", quasi che fosse divenuto possibile impugnare le armi non per difendere lo stato all'occorrenza, ma per farne un vero e proprio lavoro retribuito, indipendentemente dall'appartenenza a una città o a una patria.

Page last modified on Monday 21 of September, 2009 16:04:50 CEST

Contents
[toggle]