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La variante dialettale

1. Un «parlà ciovile»

Molto lontano dai sobborghi delle città italiane, è nelle regge di capitali straniere e nelle metropoli nordeuropee, a Versailles, a Parigi, tra le alte cariche dell’esercito napoleonico e nelle cancellerie austriache, che tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento si decidono le sorti degli stati italiani, territori di provincia smembrati e ricompattati a ogni colpo di cannone. Tre quarti della penisola gravitano nella sfera d’influenza della Francia, la Curia romana si dibatte tra gli esperimenti democratici seguiti all’entusiasmo della Rivoluzione, mentre nell’Italia settentrionale Napoleone strappa agli austriaci i loro possedimenti promettendo agli spiriti riformisti innovazioni economiche e culturali. A Roma, come a Milano, personaggi diversi si avvicendano nelle cariche istituzionali, ma mentre i libri di storia narrano i rivolgimenti politici e le guerre che ricombinano lo scacchiere europeo, per il popolo tutto resta immerso nella più avvilente immobilità. Mercati e quartieri brulicano di una folla senza volto, un sottomondo in cui si vive di espedienti, tra le maglie dei grandi giochi di potere in cui non è dato ricoprire alcun ruolo: uomini ai margini della vita sociale, ma ignorati anche dai letterati e dagli artisti.
È la loro lingua il primo marchio di una irriducibile alterità: concreta, spontaneamente irriverente, viva, ma con un raggio d’azione troppo limitato per essere presa in considerazione dagli strati più colti della popolazione, in cui precettori e maestri sono instancabilmente presi nello sforzo «d’imparà l’itajjano a un itajjano». Il potere parla un altro linguaggio, e tenta di negare ogni legittimità a quanti sono incapaci d’imporsi per prestigio culturale o politico.
È l’eterna questione della lingua in Italia: l’aspirazione a un idioma nazionale, che sia per tutti comprensibile, tenta di superare le limitazioni dei campanili locali, ma allo stesso tempo scava un abisso sempre più profondo tra scrittori e pubblico.

2. La variante dialettale

Non sarà dunque per gusto folkloristico o attaccamento a presunte radici dimenticate se proprio nell’Italia di fine Settecento, dominata da sovrani stranieri e con la rivoluzione manzoniana alle porte, fiorirà inaspettata – e a lungo trascurata – una ricca produzione poetica in dialetto. L’opzione verso una lingua popolare è dettata dal desiderio di una maggiore aderenza al reale, a quel ‘vero’ che verrà poi definitivamente ufficializzato dalla poetica romantica. Si cerca di riprodurre una parlata «guasta e corrotta», che aspira tuttavia a racchiudere i registri di tutte le classi sociali, non solo di quelle più basse: parlate cittadine, civili, le lingue di città come Roma o Milano che si vorrebbero protagoniste della storia europea come Parigi o Vienna. Poetare nel vernacolo locale è ammesso, purché «con serietà d’intenti» [Isella 1969, 566]. La contraddizione tra scelta di un linguaggio comprensibile solo a livello locale e aspirazioni a un ruolo più significativo nel panorama europeo è dunque solo apparente: chi riesce nell’impresa di trasformare in letteratura il vociare dei mercati o i sermoni dei preti di campagna si è infatti formato su una cultura di ampio respiro, sul pensiero di scrittori e filosofi tutt’altro che locali – e non necessariamente viaggiando.
Tra gli anni ’20 e ’30 dell’Ottocento, Giuseppe Gioachino Belli visitò numerose città, ma non oltrepassò mai i confini italiani: allo stesso tempo tuttavia, mentre con la maschera dello «storico saccente» si calava nel romanesco dei suoi concittadini, descrivendone concetti e comportamenti con la lente deformante del comico e del grottesco, raccoglieva nel suo Zibaldone citazioni di letterati e artisti del realismo, dell’Illuminismo e del Romanticismo. In fuga dalla Lombardia caduta nelle mani dei Francesi, Carlo Porta non andò comunque oltre la casa del fratello Baldassarre a Venezia, ma insieme agli amici della «Cameretta» [cfr. par. 8 Gli anni della produzione principale] fu un punto di riferimento per la coscienza civile milanese, formatasi sui valori più profondi della Rivoluzione Francese. Lettori di Voltaire o di Madame de Staël, autori come Porta e Belli vivono immersi nella cultura transnazionale a cavallo tra il diciottesimo e il diciannovesimo secolo, rielaborandone i presupposti senza tradire la fedeltà ad una rappresentazione del mondo a loro familiare.

Page last modified on Wednesday 11 of March, 2009 14:22:21 CET

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