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La situazione italiana ed europea

Lo scacchiere europeo

Che stava dunque accadendo in quegli anni in Europa? Dirlo in poche righe non è semplice, proprio per via dei continui cambiamenti di fronte dei vari principi e sovrani. Da un lato, tutti gli stati mirano legittimamente a mantenere i propri confini, dall'altro, un po' meno legittimamente, ad espanderli. Carlo VIII, il sovrano francese di cui abbiamo parlato, voleva per esempio condurre una crociata contro i turchi, usufruendo per questo di una base d'appoggio nel Regno di Napoli(external link), in mano agli Aragonesi(external link), che detenevano il potere dalla fine della dinastia angioina, di cui però Carlo VIII era discendente... È una faccenda già piuttosto complicata, come si vede. Quando passa in Italia, Carlo VIII si vede spalancare le porte da Ludovico Sforza(external link), signore di Milano, da Venezia e persino dal papa: anche Firenze, pur alleata degli Aragonesi, si schiera dalla parte della Francia, e ciò porta alla sollevazione della città, all'allontanamento dei Medici e all'instaurazione della repubblica (intanto il prestigio di Savonarola cresce a dismisura...). Poi però tutti gli stati avvertono che non è affatto piacevole avere un sovrano straniero tanto potente sulle proprie terre: disfano l'alleanza appena intessuta e danno vita alla Lega di Venezia, che riunisce appunto Venezia, Milano, papato, Firenze e ottiene l'appoggio pure dell'Impero e della Spagna. Carlo VIII viene sconfitto a Fornovo, nell'appennino parmense, e torna in Francia con la coda tra le gambe.
Non è finita, naturalmente: il successore di Carlo VIII si chiama Luigi XII(external link); anche a lui fa gola l'Italia, ma preferisce puntare su Milano, rivendicando un'antica parentela con i Visconti, cacciati anni prima dagli Sforza. Milano cade in mano francese nel 1500; nel 1501, poi, sempre la Francia decide di prendersi anche un pezzetto del regno di Napoli, lasciando l'altro pezzo agli spagnoli, che in seguito, estromessi i francesi, lo terranno per oltre due secoli. Un bel ginepraio, insomma: a farne le spese è l'Italia, calpestata in lungo e in largo dagli stivali delle milizie straniere.

Lo scacchiere italiano

Naturalmente, come tutti sanno, gli stati e staterelli italiani, invece che sollevarsi e cacciare il nemico, decidono di combattere tra loro. Per noi oggi l'unità politica, amministrativa e culturale della penisola è un fatto pienamente acquisito, mentre allora il frazionamento in tante piccole o medie unità territoriali comprometteva ogni forma di solidaristico aiuto in nome di un'idea di nazione ancora troppo astratta e vaga. Ogni pezzetto d'Italia aveva i suoi statuti politici, i suoi costumi, i suoi poeti che cantavano la dinastia in carica. Così Cesare Borgia detto il Valentino(external link), figlio del pontefice Alessandro VI, decide tra il 1499 e il 1503 di riacquistare al pieno controllo di Roma quella miriade di piccole signorie che tra Umbria e Romagna si erano rafforzate nonostante in totale autonomia dalla Chiesa che, nominalmente, le amministrava. Ma Alessandro VI muore, il Valentino cade: alcune di quelle signorie recuperano i vecchi sovrani, altre se le ingoia Venezia.
Il nuovo papa si chiama Giulio II, uno davvero volitivo: può accettare le rivendicazioni della Serenissima? Assolutamente no, e così fa una Lega ( Lega di Cambrai(external link), 1508) che unisce papato, Francia, Spagna e impero. Venezia è battuta. Ora però sono i francesi, e grazie proprio all'alleanza appena stipulata, ad apparire troppo potenti al papa: e sotto allora con un'altra lega! Si chiama Lega Santa: unisce papato, Spagna, Impero, Inghilterra e Venezia (quando le cose si mettono male è meglio cancellare con un colpo di spugna i dissidi recenti...): così, nel 1512, i francesi vengono cacciati dai confini italiani.
Firenze, poveretta, che ha tenuto fede all'antica alleanza con la Francia, è costretta a pagare cara la propria coerenza: viene assaltata da truppe spagnole che riportano al potere la signoria medicea, dopo diciotto anni di repubblica.

Alla riconquista di Pisa

E Machiavelli in tutto questo dov'è? È ogni volta nel cuore di avvenimenti tanto importanti. Quando si pensa al Principe, alla Mandragola, ai Discorsi, ci si immagina che Niccolò abbia seguito il cursus normale degli uomini di lettere: studi importanti e poi giù a scrivere tutto il giorno! Niente di tutto questo, almeno sino a quel fatidico 1512. Machiavelli è uomo d'azione, e stare fermo anche un sol giorno a poltrire in casa gli procura accessi di stizza e di umor malinconico. Non a caso, cinque giorni dopo la morte di Savonarola (torniamo indietro al 1498), Niccolò viene nominato segretario della commissione dei Dieci di Libertà e Pace, che deve gestire gli affari militari nei territori dominati dalla repubblica fiorentina. Insomma, una specie di ministro degli esteri, seppur privo della facoltà di prendere decisioni: il compito suo e dei suoi collaboratori, per esempio Biagio Buonaccorsi o Marcello Adriani, era di informare i Dieci sulle diverse situazioni in atto, in modo che essi potessero deliberare per il meglio.
Una delle questioni più spinose che Machiavelli si trovò subito ad affrontare fu la riconquista di Pisa, caduta in mano francese al tempo della discesa di Carlo VIII. Pisa era una città strategica per Firenze, baluardo verso possibili invasioni straniere, e riaverla era vitale per il nostro segretario, tanto più che il comandante che i francesi avevano posto a capo della fortezza pisana, anziché riconsegnarla come promesso a Firenze, la rivendette al popolo pisano dietro il pagamento di ventimila scudi: toccava riprendersela con la forza.
A capo dell'impresa fu chiamato il condottiero romano Paolo Vitelli(external link), il quale, già sotto le mura di Pisa, traccheggia, lascia che i pisani si rianimino e alla fine del 1499, con le truppe minate dalla malaria, toglie persino il campo. I fiorentini non possono sopportare quello che giudicano non solo una poco accorta strategia militare, ma addirittura un vero e proprio affronto e alla fine del 1499 mandano a morte il Vitelli.

In Francia

Come abbiamo detto, c'è un nuovo sovrano che sta per scendere in Italia: è Luigi XII, pronto a conquistare Milano e il Regno di Napoli. È a lui, ora, che si rivolgono i fiorentini. I francesi si impegneranno a conquistare Pisa dietro il pagamento di una somma molto alta e il vettovagliamento di 5.000 soldati: si tratta di una condizione molto onerosa, ma Firenze, pur di riavere Pisa, accetta. Le cose, ovviamente non vanno come devono: la soldataglia francese perde tempo nel sacco di altre città e, giunta in vista di Pisa, decide di ammutinarsi con la scusa che il cibo fornito dai fiorentini è di scarsa qualità.
A loro volta i fiorentini non hanno ancora pagato a Luigi XII la somma concordata per la spedizione, che, nonostante la brutta figura, egli pretende.
Machiavelli è spedito in Francia con il compito da un lato di rabbonire il re, dall'altro di lamentare lo scarso impegno delle sue truppe. È una situazione spinosa, nella quale Machiavelli mette alla prova le proprie doti di abile oratore e politico. Resterà in Francia molti mesi, ricavandone utili osservazioni per il proprio operato e per le condotta da tenere in frangenti così difficili. All'inizio del 1501 è richiamato a Firenze, perché un'altra partita si sta giocando, ancora più intricata.

Cesare Borgia detto il Valentino

Il figlio di papa Alessandro, Cesare Borgia detto il Valentino (dal nome delle terre – Valentinois – donategli dal re di Francia), sta riconquistando alla Chiesa i territori delle Romagna dove infuria la ribellione dei vari signorotti locali. È già cosa fatta la conquista di Pesaro, Forlì, Rimini, Imola, Faenza; Urbino sta per cadere; la cosa che però angustia di più Firenze e insieme Machiavelli, è la ribellione di Arezzo al dominio fiorentino: e anche in questo caso, a fomentare la rivolta, pare ci sia lo zampino di Cesare Borgia.
Così Firenze, stretta d'assedio da ogni parte, si trova in pericolo mortale: la repubblica decide di mandare Machiavelli e Francesco Soderini(external link) a trattare col Borgia a Urbino, appena caduta.
I dispacci che Niccolò invia ai Dieci sono dei capolavori, soprattutto per le descrizioni del condottiero, dovute all'ammirata inquietudine che il Valentino era in grado di suscitare nei due ambasciatori: Machiavelli ce lo descrive come un uomo astuto e imperscrutabile, energico, coraggioso, e con in più la fortuna dalla sua parte: non è un caso che, anni dopo, egli ne farà un esempio da portare ai lettori del Principe.
Cesare Borgia sa anche essere spietato: presa Urbino, fa uccidere Guidobaldo da Montefeltro(external link), signore della città; qualche tempo dopo, avendo ricevuto notizia di una congiura ai suoi danni, fa strangolare Vitellozzo Vitelli(external link), Paolo Orsini, il duca di Gravina e Oliverotto da Fermo(external link), tutti tirannelli della Romagna. Questa era la politica a quel tempo, forza e astuzia, sangue e cervello: la diplomazia era un'opzione poco praticata...
Machiavelli ammira il Valentino per il suo spirito d'iniziativa e per la lucidità che sempre pare accompagnare le sue scelte, anche le più crudeli: come quando lascia le terre di Romagna al proprio luogotenente Ramiro de Lorqua, uomo spietato e dai modi sbrigativi («crudele ed espedito», Principe, cap. VI), ma, accortosi poi che tale governo risulta troppo gravoso alla popolazione, lo uccide e ne squarta il corpo, esibendolo sulla piazza di Cesena: in questo modo tutti vedono la fine che può fare chi non ottempera ai propri compiti. «La ferocità di quello spettacolo», conclude Machiavelli a proposito di questa vicenda, «fece quelli popoli in uno tempo rimanere satisfatti e stupidi» (Principe, cap. VI).

La fine di un condottiero

Ma la fortuna volta le spalle anche all'apparentemente invincibile Cesare Borgia: nel 1503 Alessandro VI muore e lo stesso Valentino si ammala (ce lo dice Machiavelli nel Principe senza specificare di quale malattia); la forza e la lucidità di qualche tempo prima sono irrimediabilmente compromesse; lo stesso Valentino commette una sciocchezza: favorisce l'ascesa al soglio pontificio del cardinale di San Pietro in Vincoli, Giuliano della Rovere, che diventerà appunto papa con il nome di Giulio II(external link).
Si tratta di un rivale della famiglia Borgia, esiliato dalle terre pontificie dal suo predecessore: forse il Valentino, mostrandosi così clemente, sperava di cattivarsene l'amicizia; Machiavelli, sempre scettico sulla lealtà degli uomini, ha buon gioco a dimostrare che quello del Valentino fu un calcolo del tutto sbagliato: «e chi crede che ne' personaggi grandi e benefizii nuovi faccino dimenticare le iniurie vecchie, s'inganna». Infatti Giulio II fa arrestare il duca, che rifiuta di cedere le terre di Romagna ancora in suo possesso, e qualche tempo dopo lo fa uccidere. Firenze, che si era salvata da un assalto delle truppe ducali grazie allo spauracchio dell'alleanza con la Francia, gli aveva appena negato il salvacondotto per passare sui propri territori e mettersi in salvo.

L’istituzione della “milizia”

In questi anni, pieni per Firenze di ansie e timori, Machiavelli, non sta certo con le mani in mano. Risalgono al marzo e luglio del 1503 i due discorsi Parole da dirle sopra la provisione del danaio, sulla necessità di imporre nuove tasse per dotarsi di truppe fedeli, e Del modo di trattare i popoli della Valdichiana ribellati, con cui il Segretario esorta le istituzioni fiorentine ad avere un po' più di polso nel trattare con Arezzo, per evitare nuove ribellioni fomentate dal Valentino.
In mezzo a queste bufere politiche e belliche, Machiavelli concepisce un’idea che, secondo lui, può aiutare Firenze a sostenersi in tempi tanto calamitosi, così da poter fronteggiare l’assalto di truppe straniere: l’istituzione della “milizia”, ovvero di un esercito regolare e ben addestrato.
Il Segretario comincia a parlarne in giro e trova le istituzioni fiorentine abbastanza sollecite ad accogliere il suggerimento, in particolare il gonfaloniere Pier Soderini(external link).
Non mancano però nemmeno le riserve: i fiorentini da lungo tempo avevano smesso l’uso delle armi, essendosi trasformati nell’ultimo secolo in artigiani, mercanti e banchieri; inoltre le famiglie aristocratiche temevano che la milizia diventasse uno strumento di offesa e propaganda per il gonfaloniere, sì da portarlo alla signoria assoluta sulla città. L’ultima riserva riguardava colui che avrebbe dovuto guidare le truppe, Michele de Corella, un ex luogotenente del Valentino, noto per le crudeltà e vessazioni.
Machiavelli non si scoraggia: comincia ad assoldare uomini nel Mugello e nel Casentino: meglio infatti reclutare gente nelle campagne, perché, di ritorno dalle spedizioni, i fanti si sarebbero dispersi su un territorio ampio, eliminando così il pericolo di possibili adunanze non controllate: il fatto poi che guidarli fosse un capitano di altra provenienza geografica, scongiurava ogni possibile solidarietà tra il capo e i suoi sottoposti. Insomma, come un ottimo stratega, Niccolò aveva previsto tutto. Tra delusioni e speranze (Francesco Soderini gli scrive, nel maggio del 1504, di non abbattersi: «non restate, che forse un dì serà data la gloria, che non se dà l’altro»), finalmente, nel febbraio del 1506, Machiavelli può far sfilare quattrocento fanti vestiti e armati di tutto punto. Sono contadini, ma il fascino della parata conferisce loro una credibilità che le vicende belliche presto saranno destinate a sgonfiare.

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