Print Send a link

La situazione italiana



17-La situazione italiana

In Italia la situazione è meno vivace. Si distingue il teatro, in cui svettano l’opera innovatrice di Carlo Goldoni(external link) e la vena melodrammatica e razionalistica di Metastasio(external link); la narrativa, benché presente, non raggiunge vertici ragguardevoli, se si escludono alcune autobiografie (Casanova(external link), Alfieri(external link)) collocate a fine secolo. Le novità maggiori sono nella saggistica; è qui che la cultura italiana del Settecento, tra luci e ombre, si esprime al meglio. Uno dei centri è senz’altro Napoli, in cui maturano autori e opere morali, filosofiche, civili ed economiche di rilievo. Le figure di spicco sono Giambattista Vico(external link), Pietro Giannone(external link), Antonio Genovesi(external link), Ferdinando Galiani(external link), Gaetano Filangieri(external link). In maniera diversa e a volte anche contrastante questi intellettuali di statura europea hanno portato un notevole contributo al progresso degli studi. Essi si integrano con il grande lavoro storico e riflessivo del modenese Ludovico Antonio Muratori(external link) (1672-1750), che apre il secolo con alcune considerevoli opere programmatiche, tra cui i Primi disegni della Repubblica letteraria d’Italia (1703) e il trattato Della perfetta poesia italiana (1706).
L’illuminismo napoletano riflette sulla storia, sia in termini di epoche e di interpretazione complessiva, sia nella contingenza del presente, quando la storia è ancora cronaca e l’intervento dell’uomo non è solo speculativo ma attivo. Questa unione di riflessione a lungo termine e di impegno militante è caratteristica che accomuna l’intero illuminismo europeo. Per gli illuministi la storia è soprattutto quella che si sta facendo, alla quale occorre portare il proprio contributo innovativo e positivo.

18-Dei delitti e delle pene

L’opera più nota e fortunata del nostro illuminismo fu il trattato Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria(external link) (prima edizione 1764; quinta edizione, probabilmente l’ultima rivista dall’autore, 1766; il 3 gennaio 1766 il libro venne inserito nell’indice dei libri proibiti). Si tratta un’opera piccola, quarantasette brevi capitoli e nemmeno un centinaio di pagine, un po’ come Il principe di Niccolò Machiavelli; entrambi non sono trattati estesi, sistematici e dettagliati, ma opere sintetiche e militanti, all’insegna del motto «Niente avrei detto, se fosse necessario dir tutto» (cap. XIV). Beccaria(external link) la scrisse a venticinque anni; forse anche per questo una delle caratteristiche del testo è la freschezza, l’ancora intatta capacità di parlare in modo diretto e incisivo, senza complicati giri di parole. Lo scrittore è mosso dall’entusiasmo di un’importante scoperta civile: la giustizia è parte integrante della pubblica felicità, del sistema organico dello stato; in quanto tale essa agisce non solo per punire ma soprattutto per educare («il più sicuro ma più difficil mezzo di prevenire i delitti si è di perfezionare l’educazione», cap. XLV, chiaro omaggio a Rousseau(external link), che nel biennio 1761-1762 aveva pubblicato La Nouvelle Héloïse, il Contrat social e l’Émile ou De l’éducation). La prospettiva di Beccaria(external link) è fiduciosa e costruttiva, «effetto del dolce e illuminato governo sotto cui vive l’autore», che si dichiara «pacifico amatore della verità» (dall’introduzione A chi legge). In quest’ottica egli condanna la tortura e la pena di morte, facendo dell’opera il manifesto della giustizia moderna e democratica.

19-La fortuna europea

Gli illuministi francesi se ne accorsero subito e ne decretarono l’immediato e clamoroso successo europeo; il 21 giugno 1765 d’Alembert(external link) scriveva a Paolo Frisi(external link) che «ce livre, quoique d’un petit volume, suffit pour assurer à son auteur une réputation immortelle»; alla fine di quello stesso anno usciva la prima traduzione francese curata da André Morellet. La straordinaria fortuna del piccolo trattato di Beccaria(external link) fu inversamente proporzionale alla sua limitata mole, esito in sintonia con l’esigenza di brevità e di prontezza tipica dell’illuminismo. Il testo si contraddistingue anche per la nettezza sentenziosa che rende memorabile parecchi passaggi: «Non vi è libertà ogni qual volta le leggi permettono che in alcuni eventi l’uomo cessi di esser persona e diventi cosa» (cap. XX); «Le macchine politiche conservano più d’ogni altra il moto concepito e sono le più lente ad acquistarne un nuovo» (cap. XXII); «l’infamia di molti si risolve nella infamia di nessuno» (cap. XXIII); «Uno dei più gran freni dei delitti non è la crudeltà delle pene, ma l’infallibilità di esse» (cap. XXVII); «se dimostrerò non essere la morte né utile né necessaria, avrò vinto la causa dell’umanità» (cap. XXVIII); «La più sicura maniera di fissare i cittadini nella patria è di aumentare il ben essere relativo di ciascheduno» (cap. XXXII); «Volete prevenire i delitti? Fate che i lumi accompagnino la libertà» (cap. XLII). Beccaria(external link) sottolinea più volte il compito pedagogico e progressista dei «cittadini illuminati», favoriti ora dal fatto che «veggiamo riposti su i troni di Europa monarchi benefici, animatori delle pacifiche virtù, delle scienze, delle arti» (cap. XXVIII); «l’uomo illuminato», egli ribadisce, «è il dono più prezioso che faccia alla nazione ed a se stesso il sovrano» e una «scelta di uomini tali forma la felicità di una nazione» (cap. XLII).

20-La voce dell’illuminismo italiano

Dai giovani uomini «illuminati» dell’Accademia milanese dei Pugni nacque in quegli stessi anni il «Caffè» (giugno 1764 – maggio 1766), il più importante periodico dell’illuminismo italiano. Oltre a Pietro(external link) ed Alessandro Verri(external link) e a Cesare Beccaria(external link) collaborarono alla rivista Alfonso Longo(external link), François Baillou, Ruggero Boscovich(external link), Gian Rinaldo Carli(external link), Giuseppe Colpani, Giuseppe Visconti, Paolo Frisi(external link), Luigi Lambertenghi, Pietro Secchi, Sebastiano Franci. Il «fine» della rivista è riassunto nella formula «pubblicare verità utili, senza noia» (I, 3). Nell’avviso Al lettore gli autori dichiarano:

Questo lavoro fu intrappreso da una piccola società d'amici per il piacere di scrivere, per l'amore della lode e per l'ambizione (la quale non si vergognano di confessare) di promovere e di spingere sempre più gli animi italiani allo spirito della lettura, alla stima delle scienze e delle belle arti, e ciò che è più importante all'amore delle virtù, dell'onestà, dell'adempimento de' propri doveri. Questi motivi sono tutti figli dell'amor proprio, ma d'un amor proprio utile al pubblico. Essi hanno mosso gli autori a cercare di piacere e di variare in tal guisa i soggetti e gli stili che potessero esser letti e dal grave magistrato e dalla vivace donzella, e dagl'intelletti incalliti e prevenuti e dalle menti tenere e nuove. Una onesta libertà degna di cittadini italiani ha retta la penna.


21-L’utopia di un gruppo di amici

Il «Caffè» è quindi il frutto di un gruppo di giovani amici («una piccola società») che vuole promuovere la cultura oltre gli ambienti degli addetti ai lavori e rivolgersi tanto al «grave magistrato» quanto alla «vivace donzella», con una prospettiva sociale senza dubbio più estesa rispetto alle nobili «dame» del Newtonianismo di Algarotti(external link). Si tratta certamente di un’utopia, di uno scopo poco praticabile, ma è importante perché indica la direzione in cui deve svilupparsi l’attività degli intellettuali: uscire dalle nicchie degli «intelletti incalliti e prevenuti» e indirizzarsi alle «menti tenere e nuove», seguendo un programma pedagogico di riforme letterarie e civili. «Onestà», «libertà» (ulteriormente abbinate nella formula «onesta libertà») e «amor proprio» vanno di comune accordo perché virtuosamente uniti dall’obiettivo dell’utilità sociale («utile al pubblico»).

22-L’illuminismo napoletano

L’illuminismo napoletano precedette quello milanese di alcuni anni e brillò soprattutto per gli studi di economia. Antonio Genovesi(external link), che ne fu il primo autorevole esponente, era nato quindici anni prima di Pietro Verri(external link), nel 1713 (lo stesso anno di nascita di Diderot(external link)); Ferdinando Galiani(external link), che fu il più noto e il più europeo degli illuministi napoletani, era nato nel 1728 (come Pietro Verri(external link)) da una famiglia importante (il padre Matteo era funzionario del regno, lo zio Celestino arcivescovo e ministro dell’istruzione). Sia Genovesi(external link) sia Galiani(external link) furono ecclesiastici, il primo prete (dal 1737), il secondo abate (dal 1745). Galiani(external link) fu letterariamente assai precoce: pubblicò il ponderoso trattato Della moneta a soli ventitre anni, nel 1751. L’opera riscosse grande successo e diede notevole impulso alla carriera pubblica di Galiani(external link), che dal 1759 al 1769 visse e lavorò a Parigi in qualità di segretario dell’ambasciata del Regno di Napoli. Nella capitale francese conobbe i maggiori illuministi e divenne assiduo e ricercato frequentatore dei salotti, celebre per i suoi frizzanti e taglienti motti di spirito. Nel 1770 (anno di pubblicazione del Système de la nature di Holbach(external link)), grazie anche alle cure di Diderot(external link) e di Madame d’Épinay(external link), apparvero i suoi Dialogues sur le commerce des bleds (“Dialoghi sul commercio dei grani”), che gli procurarono ulteriore fama e aspre polemiche. Nell’opera, capolavoro di «vigore polemico» e di «vivacità espositiva», egli attaccava il liberismo dei fisiocratici e in fondo manifestava «una vena di conservatorismo, di sfiducia nelle idee di riforma, nelle novità cui, da diversi punti di vista, sul piano economico o su quello filosofico, fisiocrati e uomini dei lumi aspiravano» (F. Diaz).

23-Ferdinando Galiani e l’Encyclopèdie

Galiani, soprannominato dai francesi Machiavellino, fu un illuminista complesso e spesso contraddittorio, originale nei punti di vista, acuto e per lo più polemico nelle opinioni.
Per rendersene conto è sufficiente leggere il ricchissimo epistolario, dove la lucidità di pensiero fa tutt’uno con la costante attenzione al nuovo e con l’intelligenza provocatoria che anima i giudizi.
Sintomatici sono per esempio i passaggi di alcune lettere in cui Galiani(external link) presenta al proprio interlocutore le fatiche degli enciclopedisti francesi.
Uno, desunto dalla missiva parigina del 12 novembre 1764 indirizzata al primo ministro napoletano Bernardo Tanucci(external link), illumina efficacemente la fabbrica dell’Enciclopedia, a cominciare dal ritratto dei due direttori Diderot(external link) e d’Alembert(external link); egli descrive con chiarezza il contesto culturale e soprattutto economico dell’impresa, con la dovizia di dettagli che caratterizza lo studioso di economia (e nello specifico di editoria) e il pungente osservatore dei costumi («Non può esser ripreso chi siegue gli usi del suo paese e del suo Stato»; «Ma i Francesi l’ultima cosa che scordano è il saper fare il conto loro. Potranno esser atei, ma non saranno mai coglioni»). Le parole di Galiani(external link) mettono in evidenza la distanza abissale che separa Parigi (e certo anche Londra) dall’Italia, da capitali pur sempre “provinciali” dei lumi come Milano e Napoli (e, se si vuole, la Toscana granducale riformista).
Un secondo brano è ricavato dalla lettera del 20 febbraio 1770 all’amico e studioso dell’umanesimo fiorentino Lorenzo Mehus. Galiani(external link) è da poco rientrato, e in modo definitivo, a Napoli («Pour moi je m’ennuie mortellement ici. […] La vie y est d’une uniformité tuante. On ne dispute de rien, pas même de religion. Ah! Mon cher Paris! Ah! Que je le regrette!» scriverà al barone d’Holbach il 7 aprile dello stesso anno). I Dialogues sur le commerce des bleds sono appena stati stampati e la polemica è già divampata. Nella lettera a Mehus egli torna sull’Enciclopedia in termini assai critici e con una anacronistica proposta di revisione dell’impianto dell’opera.
Forse più per estro provocatorio che per reale convinzione Galiani(external link) stronca il grande monumento collettivo degli illuministi francesi; alla vena corrosiva che lo distingue si aggiunge una indubitabile distanza, ambientale e personale, dallo spirito innovativo, borghese e imprenditoriale, dei lumi francesi e inglesi, in cui è inscindibile il nesso tra sviluppo sociale e culturale. Sviluppo che nella realtà italiana, specie in quella di Napoli, era ancora un miraggio.

24-Antonio Genovesi

Il processo di rinnovamento a Napoli si identificò soprattutto nell’opera di Antonio Genovesi(external link). Il 28 maggio 1754 Galiani(external link), già affermato autore del trattato Della moneta, aveva scritto a Lorenzo Mehus che tra le rare novità del regno vi era la fondazione di «una cattedra di Commercio e di Meccanica da insegnarsi in italiano, e la insegnerà Genovesi(external link)». La cattedra di economia, che fu la prima in Europa, fu istituita e finanziata da Bartolomeo Intieri (1676-1757), figura fondamentale della vita economica e culturale del regno e dell’illuminismo napoletano, che Genovesi(external link) ampiamente ritrasse ed elogiò nella propria autobiografia. Genovesi(external link), che aveva assistito alle ultime lezioni di Vico(external link), esordì con studi di metafisica (Metafisica, 1743-1747), grazie ai quali intraprese la carriera accademica; egli fu un ottimo insegnante e formò una prestigiosa scuola di pensiero, in buona parte ispirata all’empirismo di Locke(external link) e di Newton(external link). Genovesi(external link) proseguì l’opera antipedantesca avviata da Intieri, all’insegna delle “cose” prima che delle “parole”, approfondendo gli studi di economia e di commercio, di agricoltura e di meccanica. Le sue Lezioni di commercio o sia d’economia civile (1765) diedero un contributo basilare ai fiorenti studi settecenteschi di economia italiani, sia per i contenuti sia per il metodo.

25-Un imprescindibile contributo al rinnovamento

Il secolo delle «cose» trovò quindi in Napoli e in Milano due esemplari centri di riflessione e sviluppo del pensiero illuministico. L’obiettivo che accomunò intellettuali pur diversi come Antonio Genovesi(external link), Ferdinando Galiani(external link), Pietro(external link) e Alessandro Verri(external link), Cesare Beccaria(external link) (per citare i nomi più noti) fu di accogliere e fare maturare gli stimoli innovativi provenienti dall’Inghilterra e dalla Francia nell’arretrata e frammentata situazione italiana. La distanza tra l’Italia e l’Europa restò notevole ma grazie alle loro opere si avviò una indubbia fase di avvicinamento. L’attenzione all’esperienza e alla concretezza della vita legò i tanti settori culturali che essi presero in considerazione, dalla valorizzazione dei sensi alla ricerca della pubblica felicità, dalle leggi dell’economia ai procedimenti giudiziari. In ogni ambito l’invito fu di passare dall’astratto al materiale, ad abbandonare le generalizzazioni per descrivere e discutere i fatti. È una lezione lineare e semplice ma che non fu affatto facile mettere in pratica; da qui ebbe inizio un processo di rinnovamento della cultura italiana che interessò la filosofia e la letteratura, la morale e l’economia, la società civile e la «repubblica delle lettere». Per queste ragioni il contributo degli illuministi milanesi e napoletani costituì e costituisce tuttora un riferimento determinante nell’inscindibile binomio di etica ed estetica.




Page last modified on Tuesday 02 of November, 2010 19:00:18 CET

Contents
[toggle]