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La poesia umanistica unisce l'India alla Pianura Padana

1.1 Calcutta, marzo 2007. I due Virgilii


È al caffè “Espresso” di Calcutta che, per la prima volta, mi capita di parlare con qualcuno che sembra conoscere bene l’oscuro poeta carmelitano Battista Spagnoli, alias “il Mantovano”, al centro dei miei studi. Mentre assaporo un ottimo espresso, a più di ottomila chilometri da casa. Pronto a giustificare e a spiegarmi l’ennesimo sorriso di circostanza, l’ennesima scossetta di testa del mio interlocutore, una volta appagato il suo desiderio di conoscere il mio ambito di ricerca, è un tutt’uno riappoggiare soddisfatto sul piatto la tazzina del caffè e sentire: «Mantuan… Of course!». Alzo la testa, lievemente sconcertato. Mantuan…of course? Devo essermi spiegato male. Il professor Sukanta Chaudhuri, che insegna letteratura inglese alla Jadavpur University della capitale bengalese, e che si è occupato in particolare del periodo rinascimentale, avrà inteso il più celebre “Mantovano” – penso – il principe dei poeti latini, Virgilio. «Certo, il Mantovano – continua invece il professore indiano - il poeta amato da Lutero, Erasmo, Shekespeare, Spenser».
No, non ci sono stati fraintedimenti: io e il professor Chaudhuri stiamo davvero parlando della stessa persona. La conoscenza dell’umanista cristiano ‘Baptista Mantuanus’ non è appannaggio esclusivo dell’enorme cultura del professor Chaudhuri, ma appartiene, più in generale, al bagaglio culturale delle persone colte che studiano il Rinascimento europeo. Anche gli altri studiosi indiani presenti, verifico, conoscono bene Battista Mantovano. È sempre al caffè “Espresso” di Calcutta che amplio così la mia bibliografia sul “vecchio Mantovano”, frate ardentemente riformatore, ma col vizietto mondano della poesia, tanto letto dai grandi che fecero l’Europa moderna ma su cui i secoli, come spesso fanno, hanno steso più di una cortina: il professor Chaudhuri ha infatti scritto un impegnativo volume sulla poesia pastorale (1) in Inghilterra durante l’età elisabettiana, che contiene un lungo capitolo introduttivo sulla ripresa di questo antico genere nella letteratura umanistica italiana del XV secolo.

1.2 Il Mantovano. Chi era costui?


Non aveva ragione Erasmo (2) nel profetizzare al frate carmelitano, dopo la morte, una fama pari a quella del suo grande conterraneo Virgilio. Quell’enorme fama, infatti, l’«onesto» Mantovano – come lo chiameranno gli inglesi - la ottenne già in vita. «Le mie opere si leggono dovunque, e sembrano riscuotere il favore del mondo intero mi giungono di frequente lettere dalle Gallie, dalla Britannia, dalla Germania, dalla Dacia, dall’Oceano fino al mare del Nord, da cui apprendo che i miei libri colà sono stimati, letti da tutti, da tutti lodati» poteva dire orgogliosamente nel 1507. Ma, il Mantovano, insomma, chi era costui?
Era un frate carmelitano, principale esponente della Congregazione Mantovana, gruppo riformato dell’ordine, la cui prima fortuna fu quella di nascere nella patria di Virgilio, a metà del Quattrocento, e di avere come insegnanti di humanae litterae due grandi umanisti, Gregorio Tifernate e Giorgio Merula. Furono senza dubbio loro ad istillargli l’amore per la poesia degli autori pagani che egli alimentarà nel corso di tutta la sua vita. Oggi la poesia non fa più paura a nessuno, ma in quei tempi sì, eccome. La poesia era considerata dai più un affare pagano, piena di miti e simbologie che il Cristianesimo aveva reso datati, spesso addirittura oscena o comunque capace più di sviare che di indirizzare alla virtù. Nel 1397, un secolo prima che il Mantovano stampasse (1498) nella sua città natale il suo capolavoro, la raccolta di ecloghe Adolescentia, la prima cosa che il condottiero riminese Carlo Malatesta aveva fatto entrando nella città di Mantova era stata di gettare nel fiume Mincio la statua di Virgilio, dicendo che solo ai santi, non ai poeti, si potevano innalzare statue.
In quei centouno anni, molte cose erano cambiate. Maestri come Guarino Veronese a Ferrara, Gasparino Barzizza a Padova, Vitttorino da Feltre a Mantova, avevano insegnato il latino a centinaia di allievi a partire direttamente dai testi degli antichi autori, dimostrando nei fatti come, anche le parole dei poeti non corrompessero gli animi dei giovani ma, al contrario, li educassero ad una vera humanitas. Coluccio Salutati prima, Leonardo Bruni poi, sulla scia di Boccaccio, avevano insistito sul fatto che gli strumenti retorici di cui la poesia si serviva (fictiones), in primo luogo l’allegoria, erano non dissimili da quelli utilizzati nelle Sacre Scritture per far comprendere il senso di concetti molti difficili. Anche la poesia, dunque, poteva rivendicare un suo potenziale educativo.

1.3 Lo scandalo di certa poesia


Il divario esistente tra i notevoli esiti teorici dell’avanguardia umanistica, in fatto di riflessione sulla poesia, e i suoi “prodotti di punta”, rimase molto profondo nella prima metà del Quattrocento. Nel 1426 usciva a Bologna una raccolta di epigrammi così scandalosi da essere bruciati a più riprese nelle piazze di molte città. Si intitolava Ermaphroditus (3) e, già dal titolo, si intuisce che non era roba da educande. Lo aveva scritto un giovane umanista siciliano, Antonio Beccadelli, detto il Panormita, che era venuto al Nord, come succede oggi, per motivi di studio. Nell’Ermaphroditus si potevano leggere svariate decine di brevi componimenti latini ‘spurcissimi’, ispirati, come lessico e argomenti, a Catullo, Marziale, ai carmina priapea e ad altra produzione licenziosa medievale. I dotti li leggevano spesso sottobanco, utilizzando le accortezze di chi sfoglia una rivista pornografica. Ma a più d’uno capitò di fare terribili figuracce. Se ne può leggere una, davvero simpatica, nella vita del cardinale Giuliano Cesarini (4) scritta da Vespasiano da Bisticci.
L’opera del Panormita ebbe un grandissimo successo tra il pubblico adulto e molti umanisti europei, come Conrad Celtis e Jan Everäertz, seguirono la via di questa scandalosa poesia. Certo, il libretto del Panormita, con tutta la sue progenie, rappresentava un caso estremo. Per quanto non oscena, sfiorava però corde licenziose anche il nuovo indirizzo di poesia elegiaca: l’Angelinetum del siciliano Giovanni Marrasio, la prima fortunata raccolta di elegie umanistiche, di ispirazione classica e petrarchesca, composte a Siena e dedicate ad Angelina Piccolomini; la Xandra del fiorentino Cristoforo Landino, altra raccolta di elegie per la donna amata, che dà il nome alla raccolta; il Pruritus, composto a imitazione dell’Hermaphroditus e gli Hendecasyllabi (5), ritratti delle belle cortigiane aragonesi nei bagni napoletani di Baia, del più squisito e raffinato, assiema al Poliziano, tra i poeti della fine del secolo, Giovanni Gioviano Pontano, umbro di nascita e napoletano per scelta professionale.

1.4 Una pedagogica censura


Queste raccolte si prestavano bene alla fruizione ipercolta e raffinata di una ristretta cerchia di specialisti della poesia, i signori mecenati con la loro corte di eruditi, piuttosto che ad un uso scolastico. La canonizzazione di un autore al rango di “classico” passava attraverso la sua adozione a libro di testo sui banchi di scuola, e che ciò sanciva la sua promozione ad auctoritas capace di proporsi quale modello da imitare. Contro i nuovi ‘catulliani’ si sviluppò in Italia, ma soprattutto nell’Europa di Erasmo, una vera e propria campagna di boicottaggio. Già il bolognese Giovanni Garzoni sconsigliava la lettura di autori ritenuti dannosi come Catullo, Tibullo, Properzio, Marziale; autori che invano si sarebbero ricercati nella sua ampia biblioteca. Simili condanne si possono leggere nelle lettere di Erasmo e dei suoi amici stampatori e nuovi pedagoghi, con alle spalle, spesso, una formazione nelle scuole italiane: Badio Ascensio, Jacob Wimpheling, Conrad Celtis, Sabastian Brant. Per educare la gioventù francese e tedesca bisognava evitare la poesia dei vecchi poeti erotici e dei loro emuli moderni: erano indispensabili testi capaci di coniugare le bonae litterae (cioè il buon latino) con i bona instituta (i precetti morali cristiani).
È in questo clima, nell’attesa crescente, cioè, di un “Virgilio cristiano” che sapesse coniugare le forme della poesia pagana coi contenuti della vera religione, che si spiega l’esagerato successo di Battista Spagnoli Mantovano. Egli non fu il primo, ma senza dubbio il più efficace fra i poeti che ‘cristianizzarono’ le forme metriche classiche. Prima di lui il lodigiano Maffeo Vegio aveva scritto in versi una vita di S. Antonio abate (Anthonias); il domenicano fiorentino Domenico da Corella aveva composto un grande poema in distici sul Salvatore, il Theotocon (1468); e sempre a Firenze Ugolino Verino aveva inserito la materia cristiana nel genere epigrammatico. Anche l’umanista Antonio Geraldini da Amelia (1448/9-1489) scrisse dodici ecloghe cristiane, in cui si narrano avvenimenti della storia dei santi sotto travestimenti pastorali, e che riscossero un notevole successo nei programmi scolastici europei; esse, a ulteriore riprova del carattere cosmopolita di questa produzione, furono composte a Barcellona all’inizio del 1484 e pubblicate a Roma l’anno successivo.

1.5 Un poeta in trionfo


Ma il successo travolgente della poesia dello Spagnoli, in particolare delle sue ecloghe, sta non solo nell’aver cristianizzato il genere bucolico, ma anche, e forse soprattutto, nell’avergli impresso una forte carica pedagogica (che il commento dell’umanista fiammingo Badio Ascensio esalterà) aliena da eccessi pedanteschi. Del resto da sempre l’insegnamento del latino a scuola era cominciato con le Bucoliche di Virgilio (6). Quello che si verifica, nel Cinquecento europeo – anche se non dappertutto e non senza contrasti - è la sotitituzione, in ambito scolastico, di un classico antico con un classico moderno. Alcuni umanisti tedeschi arrivarono infatti a preferire il Virgilio cristiano a quello pagano, «per l’abbondanza della latinità, per la chiara dolcezza dello stile, per gli argomenti più utili, per la pudicizia e l’onestà»: sono parole di un prete educatore, Jacob Wimpfeling (1450-1528), grande insegnante ed organizzatore, a Strasburgo, della Sodalitas literaria Argentinensis. Non c’è quindi da stupirsi che moltissimi grandi dell’Europa del Cinquecento abbiano appreso i rudimenti del latino dalle ecloghe del Mantovano. «Battista Mantovano fu il primo poeta che lessi, poi vennero le Eroidi di Ovidio e quindi mi imbattei in Virgilio», è la testimonianza preziosa di Lutero, nei suoi Discorsi a Tavola. E ancora Oloferne, un pedante pedagogo che fa il suo ingresso nel quarto atto della commedia shakespeariana Love’s Labours’ Lost (7), cita ai suoi scolari, prima di Orazio e Ovidio, il primo verso delle ecloghe del Mantovano, vero e proprio tormentone che Shakesperare stesso avrà memorizzato in un’aula scolastica.
Siamo arrivati, con una corsa vertiginosa, al grande genio di Shakespeare, passando per le autostrade (ieri, oggi meandri) dell’umanesimo italiano ed europeo. E con lui, siamo tornati al professor Sukanta Chaudhuri, che insegna letteratura inglese a Calcutta, e al nostro iniziale caffè. Come si vede, seguendo gli itinerari della letteratura umanistica, il viaggio andata-ritorno dal Bengala alla pianura Padana non è poi così lungo.


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