Print Send a link

La poesia della politica

7.1 «Il veltro verrà»

Non sorprende, vista la centralità della politica nella vita, nell’attività pubblica e nella riflessione teorica di Dante, lo spazio rilevante che al tema politico è riservato anche nella Commedia. Fin dal primo canto si annuncia l’arrivo di un personaggio che sconfiggerà l’avarizia, rappresentata dalla lupa, che provoca la rovina della vita pubblica nell’«umile Italia», causando discordie, guerre civili, ingiustizie e sofferenze. Tale personaggio è rappresentato allegoricamente come un «veltro», cioè un cane da caccia, coerentemente con l’immagine zoologico-venatoria delle bestie, la lonza, il leone, la lupa, che impediscono a Dante l’ascesa al colle della felicità.
Del veltro esistono numerose interpretazioni offerte dagli studiosi nel corso dei secoli, e lo stesso Dante ha voluto forse che l’annuncio profetico fosse oscuro e ambiguo, perché potesse prestarsi a diverse interpretazioni a seconda delle circostanze. Tuttavia la lettura più probabile e accreditata vede nel veltro un imperatore o un rappresentante dell’Impero che riporterà la pace e la giustizia nell’Italia dilaniata dalla cupidigia, dall’ingiustizia e dalle guerre civili.
Al momento della stesura del canto, verso il 1306, l’identificazione restava aperta e indeterminata, ma in seguito, anche nelle reinterpretazioni successive dell’autore, il veltro sembrerà incarnarsi di volta in volta in un preciso personaggio storico, come Arrigo VII(external link), nel periodo della discesa in Italia che accese tante speranze, o più tardi il vicario imperiale e signore di Verona Cangrande della Scala(external link), ospite generoso e protettore di Dante.
Del resto, Dante manterrà la stessa aperta indeterminazione nelle profezie politiche, pur evidentemente riferite a una figura imperiale, anche più avanti, verso la conclusione del Purgatorio, quando annuncerà l’avvento di «un cinquecento, diece e cinque, / messo di Dio», per punire la «puttana», cioè la Chiesa simoniaca dei papi avignonesi e «quel gigante che con lei delinque» (Purgatorio XXXII-XXXIII), cioè, stando all’interpretazione più probabile, il Regno di Francia di Filippo il Bello(external link), che corrompe e tiene soggiogata la Chiesa, anche in funzione anti-imperiale.


7.2 Firenze, la città partita

Il tema politico è pervasivo e tocca quasi ogni canto della Commedia, in cui l’incontro con i personaggi dell’aldilà o i riferimenti ai loro luoghi d’origine offrono l’occasione per un esame delle singole situazioni politiche delle città e dei regni d’Italia e d’Europa. Ma in particolare Dante affida ai sesti canti di ciascuna delle tre cantiche del poema il compito di svolgere il tema politico secondo una prospettiva sempre più ampia, che va dal particolare all’universale: Firenze nell’Inferno, l’Italia nel Purgatorio, l’Impero nel Paradiso.
Nel VI canto dell’Inferno è messo in scena l’incontro nel cerchio dei golosi con il fiorentino Ciacco, che riconosce Dante e si riferisce a Firenze come città «piena d’invidia». Immaginando che i defunti possano avere conoscenza più profonda della realtà terrena e anche degli eventi futuri Dante gli rivolge tre domande sulla situazione e il destino della «città partita»: «ma dimmi, se tu sai, a che verranno // li cittadin de la città partita; s’alcun v’è giusto; e dimmi la cagione / per che l’ha tanta discordia assalita» (Inf. VI 60-63).
La risposta di Ciacco presenta un oscuro vaticinio degli avvenimenti futuri, in cui è possibile riconoscere l’allusione ai fatti degli anni 1300-1302: la rissa di Calendimaggio (1° maggio 1300), fra Cerchi e Donati, con il ferimento di uno dei Cerchi («Dopo lunga tencione / verranno al sangue»); l’ascesa al potere dei Bianchi, guidati dai Cerchi, e la condanna all’esilio dei principali capi dei Neri nel giugno 1301 («la parte selvaggia / caccerà l’altra con molta offensione»); il rovesciamento della situazione, con la caduta dei Bianchi e l’ascesa dei Neri grazie all’aiuto di Bonifacio VIII(external link), nell’autunno-inverno 1301-1302 («Poi convien che questa caggia / infra tre soli, e che l’altra sormonti / con la forza di tal che testé piaggia»); infine il lungo potere dei Neri e la dure sofferenze che essi imporranno alla parte sconfitta («Alte terrà lungo tempo le fronti, / tenendo l’altra sotto gravi pesi, / come che di ciò pianga e che n’aonti»).
Come si vede, per parlare degli avvenimenti politici successivi alla primavera del 1300, periodo in cui è ambientato il viaggio nell’aldilà, Dante si serve della tecnica delle profezie post eventum: cioè assegna alle anime dell’aldilà la conoscenza del futuro e gli fa annunciare, con le ambiguità e le oscurità tipiche del linguaggio profetico, fatti di cui in realtà l’autore conosce perfettamente lo svolgimento, in quanto avvenuti prima della stesura dei vari canti del poema, a partire dal 1306.


7.3 Le «tre faville», «la gente nova e i subiti guadagni»

L’analisi delle cause della discordia civile che Dante affida a Ciacco è più morale che strettamente politica: «superbia, invidia e avarizia sono / le tre faville c’hanno i cuori accesi» (Inf. VI 74-75). La triade di vizi alla radice del male nella vita pubblica rimanda alla triade bestiale del primo canto, che impedisce l’ascesa al colle della felicità. A causa di questi vizi regna l’ingiustizia e la discordia nelle città e dunque è impossibile la felicità che l’uomo, in quanto animale sociale, può perseguire solo all’interno di una società ordinata, in cui regnano la giustizia e la pace.
Dopo tante allusioni disseminate nel corso del poema, Dante torna in modo ampio e approfondito sui temi della politica fiorentina nel Paradiso, in occasione dell’incontro con l’avo Cacciaguida, morto da martire come crociato in Terrasanta, nel cielo di Marte (Par. XV-XVII). Cacciaguida rievoca l’immagine mitica e utopistica della Firenze dei suoi tempi, piccola ma pura, nobile, pacifica: «Fiorenza dentro da la cerchia antica / […] / si stava in pace, sobria e pudica» (XV 97-99). E indica la causa della decadenza morale e della discordia civile di Firenze in termini socio-economici e demografici, mettendo sotto accusa l’inurbamento di popolazioni provenienti dal contado, con la conseguente «confusion de le persone», e il turbinoso sviluppo demografico ed economico, che sconvolge gli antichi equilibri.
Del resto lo stesso Dante personaggio aveva pronunciato nell’inferno un giudizio simile: «La gente nova e i subiti guadagni / orgoglio e dismisura han generata, / Fiorenza, in te, sì che tu già ten piagni» (Inf. XVI 73-75).


7.4 «Ahi serva Italia»

Le dolorose discordie civili che sconvolgono Firenze e sono la causa anche delle disgrazie personali e dell’esilio di Dante trovano corrispondenza in molte città e stati regionali italiani, dilaniati dalle guerre tra opposte fazioni o vittime di disordine e decadenza, anche a causa dell’assenza del potere imperiale in grado di svolgere una funzione di guida e garanzia al di sopra delle parti. Così nel VI canto del Purgatorio l’analisi politica si sposta da Firenze alla situazione italiana. L’Italia è per Dante l’insieme di tante situazioni politiche particolari, città-stato come i Comuni, piccoli stati di origine feudale, piccoli regni regionali: in realtà manca quella prospettiva nazionale e unitaria che a questo passo dantesco è stata sovrapposta dalla retorica risorgimentale.
La celebre invettiva che si apre con le parole «Ahi serva Italia» è infatti pronunciata direttamente dalla voce del narratore, e scaturisce come commento all’incontro nell’Antipurgatorio fra due personaggi, i quali, appena scoperto di essere entrambi mantovani, prima ancora di conoscersi per nome, si abbracciano fraternamente. L’abbraccio fra i due concittadini sconosciuti fa da doloroso contrasto con la situazione delle città italiane, in cui i concittadini «non stanno sanza guerra» e «l’un l’altro si rode / di quei ch’un muro e una fossa serra».
Per cogliere la forza terribile del verbo rodere, qui usato da Dante, occorre ricordare che il lettore ha incontrato pochi canti prima l’immagine agghiacciante del conte Ugolino che appunto rode la testa dell’arcivescovo Ruggieri, realizzazione infernale ed eterna del cannibalismo civile, illustrato anche attraverso la terrificante immagine classica di Tideo e Menalippo, personaggi della Tebaide di Stazio(external link): «Non altrimenti Tidëo si rose / le tempie a Menalippo per disdegno, / che quei faceva il teschio e l’altre cose» (Inf. XXXII, 130-132). E infatti Pisa, teatro della terribile sciagura del conte Ugolino, poco dopo veniva definita come «novella Tebe» (XXXIII 89), con un’espressione che si estende, attraverso i molti riferimenti alla materia tebana, a colpire tutte le città italiane, dilaniate dalle discordie civili e dagli odi fratricidi come l’antica città greca che vide la tragica guerra tra i fratelli Eteocle e Polinice(external link).
Nel VI canto del Purgatorio Dante passa in rassegna i territori italiani, senza trovare alcuna parte che goda di pace e di stabilità, ma non esita nel segnalare le responsabilità delle istituzioni universali, l’Impero e la Chiesa. Dante considera l’Impero vacante, in quanto dopo Federico II(external link) gli imperatori eletti non sono scesi in Italia a ricevere l’incoronazione a Roma. Così è feroce il giudizio su Alberto I(external link), che come il padre Rodolfo I(external link) trascura l’Italia e i doveri imperiali nei suoi confronti, ma viene duramente criticata anche la gerarchia ecclesiastica, che dovrebbe favorire il ripristino dell’autorità imperiale e invece lo ostacola perché non siano limitate le mire temporali della Chiesa.


7.5 Il «sacrosanto segno»: l’aquila imperiale

L’Impero è per Dante l’istituzione ordinata provvidenzialmente da Dio per guidare gli uomini verso la felicità terrena. Ha dunque un posto altissimo nella sua concezione politica, come è ripetutamente ribadito a partire dal IV libro del Convivio, nel De monarchia e in tanti passi del poema, in particolare nel XVI canto del Purgatorio, dove Marco Lombardo ripropone la dottrina che definisce l’Impero e la Chiesa come «due soli», cioè due guide, autonome tra loro, stabilite dal cielo per condurre gli uomini alla felicità nella vita terrena e nella vita eterna.
Ma la lode dell’Impero e della sua funzione è limitata nel poema sempre al tempo passato o a un futuro profeticamente annunciato. Il presente dell’istituzione imperiale è invece sempre giudicato negativamente, per la sua assenza dalla scena politica italiana, causa di terribili conseguenze. Gli imperatori contemporanei sono sempre criticati per il loro rifiuto di scendere in Italia a ribadire la sovranità imperiale sulla penisola, con l’unica eccezione di Arrigo VII(external link), che infatti sarà sempre lodato, nonostante l’esito infelice della sua impresa, fino agli ultimi canti del poema.
All’istituzione imperiale è dedicato il VI canto del Paradiso, costituito da un lungo discorso interamente pronunciato dall’anima dell’imperatore Giustiniano(external link), promotore nel VI secolo della grande impresa del Corpus iuris civilis, la raccolta delle leggi civili romane, che resterà per secoli alla base di ogni ordinamento giuridico europeo. Nel poema dantesco l’imperatore rievoca in chiave celebrativa le grandi imprese compiute dal «sacrosanto segno», cioè dall’aquila simbolo del potere imperiale, con una rassegna trionfale che parte da Enea e arriva sino a Carlo Magno.
Ma dopo la celebrazione della gloria dell’Impero il canto presenta anche un’aspra riflessione sulla situazione attuale e le critiche in questa occasione sono rivolte a coloro che contrastano la sovranità universale dell’Impero, cioè il regno di Francia e i Guelfi(external link) suoi seguaci, che al «pubblico segno», cioè all’aquila imperiale, sostituiscono «i gigli gialli», emblema della casa di Francia, segno cioè di un regno particolare, soggetto al potere universale dell’Impero. Tuttavia la censura colpisce anche i Ghibellini(external link), sedicenti seguaci dell’Impero, che in realtà molto spesso appoggiano le rivendicazioni imperiali non per disinteressato senso di giustizia, ma per ricavarne vantaggi personali e di parte.
Ma esiste un’altra minaccia più radicale e pericolosa: il papato, che usurpa le prerogative del potere politico universale, impedendo che l’Impero guidi efficacemente l’umanità verso la felicità terrena. Accecata dalla cupidigia e concentrata solo sui beni e poteri mondani, la Chiesa di Roma trascura i propri doveri religiosi di guida per l’umanità verso la felicità eterna. Il canto inizia infatti ricordando il gesto di Costantino(external link), che portò l’aquila verso oriente, spostando la capitale da Roma a Bisanzio, e offrì alla Chiesa la donazione di Roma e del territorio circostante, fondamento giuridico del potere temporale del papato.


Page last modified on Wednesday 04 of November, 2009 17:24:03 CET

Contents
[toggle]