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La «langue des passions»: le «Rime»

1. La biografia del profondo

Alfieri stesso concepisce le Rime come libro segreto dell’anima, conferendo all’intera produzione un marcato tratto autobiografico. Ma il testo trascende, almeno nelle prove più convincenti, la pura dimensione aneddotico-diaristica, per esprimere contenuti di maggiore profondità. In fondo la coazione all’autobiografismo è una componente ineludibile dell’intero corpus dell’autore e la «rimeria» non si sottrae certo a tale destino, inaugurando, tuttavia, nuovi orizzonti di senso. Pur configurandosi come viatico necessario allo scoperto autobiografismo della Vita, i componimenti poetici esprimono, magari anche solo a livello intuitivo, i toni chiaroscurali di un sentimento drammatico della vita e della storia.

2. Del petrarchismo possibile

Il petrarchismo(external link) di Alfieri non è certo riconducibile al cliché allora in voga di tanti interpreti della lirica settecentesca. Alla musicalità levigata, alla sobria leggerezza che tanto seduce i rimatori coevi, Alfieri sostituisce il culto per l’intensità drammatica della conflittualità petrarchesca. Si può ipotizzare che il modello non sia assimilato con pacifica acquiescenza, ma sia rovesciato, agendolo dall’interno. Si pensi, per esempio, alla differente percezione del paesaggio. Se Petrarca conferisce agli scenari naturali una funzione rasserenante, Alfieri, al contrario, ne enfatizza la dimensione drammatica.
Il rovesciamento del modello agisce anche nella stessa concezione dell’atto poetico: alla funzione consolatoria della poesia si contrappone la concezione della lirica come amplificazione e intensificazione del dramma.
L’esasperazione del conflitto inasprisce le «arcature», ovvero le spezzature del verso alfieriano. Alla soffusa cantabilità del modello costituito dal petrarchismo si contrappongono le energiche torsioni dell’astigiano. Le violazioni al modello non sono, tuttavia, espressione di un’istintualità selvaggia. Va da sé che l’attraversamento del modello implichi un culto assiduo della forma, che sempre assume i caratteri, nella produzione di Alfieri, di incessante rovello.
La presa di distanza dal modello si manifesta ancora più compiutamente nella trattazione del tema amoroso. Le Rime di Alfieri, infatti, non gli attribuiscono quella possente centralità che è del Canzoniere: la stessa contessa di Albany non ha certo la profondità problematica di Laura. Il tema amoroso si sgrana, dunque, in un’elusiva impalpabilità, a fronte della dolorosa percezione della solitudine e del presentimento acuto della morte.

3. Storia e cronistoria delle «Rime»

L’esercizio delle Rime risale agli albori della giovinezza: se si esclude un primo tentativo poetico, ascrivibile al 1771, il primo nucleo risale alla fine del 1776. A questo gruppo appartengono alcune prove interessanti, pur nel possesso ancora incerto degli strumenti espressivi, come i sonetti galanti dedicati alla marchesa di Ozà. Qui la contemplazione della bellezza femminile è coniugata al culto edonistico della forma, ma la levigata compostezza è scossa da accenti di sensualità. E la grazia, tipicamente manierista, della composizione è pervasa da impeti di intensità drammatica.
La vera voce poetica di Alfieri prorompe, tuttavia, nei sonetti realizzati tra la fine del ’77 e l’inizio del ’78. Questa costellazione di testi tematizza il sentimento della morte eroica e della solitudine della grandezza. I testi scritti tra il ’78 e il ’79 inaspriscono il dissidio fra culto di eroici ideali e percezione della meschinità del presente. Padrone ormai il poeta di sapienti moduli stilistici, le rime composte in questo torno di anni testimoniano le convergenze, nient’affatto episodiche, fra i fatalia monstra dell’universo tragico e la produzione lirica. Più deboli appaiono i risultati conseguiti dal gruppo di testi ascrivibile all’amore per la d’Albany. Il pieno possesso di un bene, la passione soddisfatta sono inconciliabili con la coazione all’inappagamento che struttura l’orizzonte di poetica dell’autore: è come se l’intensità lirica traesse linfa generativa dalla ricerca perennemente insoddisfatta, dall’aspirazione a ideali negati.
Dopo alcuni anni di silenzio ‘lirico’, nel 1783 Alfieri mette mano alla realizzazione di 50 sonetti tutti incentrati sul motivo del viaggio. Gli scenari paesistici perdono qualsiasi concessione a soffuse morbidezze idilliche. Persino là dove Alfieri vagheggia il ripiegamento nella pace agreste, l’invocazione perde qualsiasi connotazione nostalgica e il paesaggio si tinge delle potenti lacerazioni dell’anima. Talora i sonetti, in un ossessivo corteggiamento della morte, si nutrono anche delle suggestioni di un orrido mai di maniera.
Il gruppo di rime composte nel 1784 a Siena, a contatto con la freschezza dell’amata lingua toscana, approfondisce invece i temi della solitudine, della morte e del funebre onirismo. Nei testi successivi Alfieri accentua la componente diaristica e occasionale, trasfigurando minute schegge di vita in potenti occasioni di rivelazione. Di più, a testimonianza di quanto il canzoniere alfieriano non si configuri come ripetizione stanca di moduli pienamente acquisiti e sperimentati, si pensi all’evoluzione della tonalità. Dal grido vibrante, la lirica si attenua, si distende nella calma sommessa del canto.
Anche il paesaggio abdica all’aspra grandiosità e, pur non assumendo certo i tratti di certo pittoresco stilizzato, è mitigato in una cornice di intima malinconia. Così la voce poetica assume un andamento sommesso, che rinuncia ai proclami della retorica tribunizia. La medesima intonazione pervade la seconda sezione delle Rime, che contiene i testi redatti dal 1794 in poi. All’intensità appassionata subentra ora un senile ripiegamento, il culto esclusivo di una malinconica dolcezza di sentire. Si acuisce, tuttavia, il senso di solitudine nella percezione degli anni che si involano, e dell’incupirsi di ogni illusione.

Page last modified on Sunday 21 of November, 2010 13:54:22 CET

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