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L’altra faccia del tragico (l’indiavolato tafferuglio dell’anima)

1. La sublimazione del comico

Alla sublimazione dell’arte, tenacemente perseguita da Alfieri, e che informa l’anima dell’universo tragico, fa da contraltare l’abbassamento comico che caratterizza la produzione comica. Alfieri, infatti, è autore di sei commedie, redatte tutte a Firenze sullo scorcio della sua esistenza: L’Uno, I pochi, I troppi, L’Antidoto, La finestrina e Il divorzio.
I primi quattro testi si configurano come una tetralogia politica, tesa a demistificare, con sapiente humour corrosivo del conte philosophique, le magagne, le imperfezioni di ogni forma di governo. In particolare L’Uno contiene una critica impietosa all’assolutismo; I pochi condanna, invece, l’oligarchia; I troppi biasima la democrazia. Interessante è il tentativo, per altro maldestramente perseguito, di coniugare alla pars destruens una pars construens.
Nella commedia L’antidoto, infatti, Alfieri si impegna nella teorizzazione di un efficace contravveleno a queste forme di malgoverno. Pare che la forma di governo misto, identificabile pressappoco con la monarchia costituzionale, si configuri come la più efficace per garantire ordine e felicità comune. Va da sé che l’esile impianto ideologico infici la robustezza della struttura drammatica, ridotta a trame esili e davvero poco convincenti.
I personaggi, infatti, paiono privi di consistenza psicologica, stereotipati in una gestualità inerte e meccanica. Essi affollano la trama con il loro carico di grettezze e meschinità, ciascuna avvolta nella nube dei propri interessi esclusivi. Di fatto i personaggi delle commedie non riescono a istituire alcuna forma di comunicazione e i dialoghi, spesso fiacchi e incespicanti, si rivelano monologhi meramente giustapposti. Impossibile non ricavarne un’impressione di artificio.
Alla sublimazione del vero tragico corrisponde, ora, un abbassamento prosaico: Alfieri persegue una sistematica desacralizzazione dell’eroismo. I Gracchi, figura centrale de I pochi e argomento in voga tra fine Settecento e primo Ottocento, non si configurano più come gli eroi strenui difensori degli interessi della plebe, ma come un’accozzaglia di politicanti gretti e interessati, che non esitano a mascherare il proprio egoismo dietro una retorica demagogica svilita. La desublimazione appare, dunque, come la costellazione di senso per l’altra faccia del tragico: universo di cortigiani, lacchè, tutti adulazioni e moine.

2. «La finestrina»

Interessante mi pare, al contrario, la commedia La finestrina. Certo occorre sfrondare il campo da alcune posizioni ideologicamente limitate, come la facile liquidazione dell’Oriente di Confucio e Maometto, venata da una vis polemica davvero stordente. La commedia contiene, tuttavia, alcuni motivi di sicuro interesse. Giova a questo testo, come alla commedia Il divorzio, critica caustica all’istituzione familiare, l’inversione di rotta. Infatti entrambe le commedie possono essere definite, con la dovuta cautela, commedie di costume.
La Finestrina trae linfa vitale dalla sua surreale vena satirica, dall’estro sulfureo e un poco luciferino che la caratterizza. Come è noto, l’opera rappresenta i tre Giudici Minosse, Radamanto ed Eaco alle prese con il compito arduo di giudicare le anime. Ma il loro operato si mostra sempre più maldestro.
Si impone, necessariamente, l’intervento di un esame più severo: Mercurio viene inviato nella casa di Plutone con la malaugurata idea di incidere sopra il cuore un grande spacco, a guisa di finestra, per ficcare il naso nel guazzabuglio dell’animo umano. Va da sé che ogni amore si rivela vanità, ogni slancio altruistico ambizione ipocrita. Un gran puzzo, insomma, esala da quelle carni lacerate: meglio davvero tenersi chiusa la finestra propria e rinunciare, per sempre, a spiare nel buco altrui. A fronte della compiaciuta chiusa, dal marcato sapore epidittico, l’aspetto più convincente del testo risiede nella stravagante e stralunata (verrebbe da dire lunatica) diavoleria.
L’humour irriverente, memore del talento fantastico di Luciano di Samosata(external link), coniugato alla fantasticazioni ariostesche, dà vita a un pastiche dai toni satirici e paradossali degno di Swift(external link). E certe riflessioni sulla necessità sociale del ‘vestire le maschere’ anticipano il relativismo etico e gnoseologico di Pirandello(external link), benché siano ovviamente scevre della problematicità radicale di quest'ultimo. Credo, inoltre, che il sulfureo tafferuglio di ombre che agita La finestrina abbia esercitato una sicura fascinazione su Tommaso Landolfi(external link), autore della pièce Faust ’67 .

Page last modified on Sunday 21 of November, 2010 13:55:18 CET

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