L'educazione sentimentale e la tematica religiosa
13. L’educazione sentimentale
I due sonetti belliani appena citati appartengono al cosiddetto Gruppo di Morrovalle, ed è appunto in essi che la componente erotica risulta espressa in modo più smaccato. Che qui lo scrittore prema sul pedale dell’osceno in maniera quasi morbosa e comunque molto più greve di quanto non accada in Porta, è un fatto evidente anche al lettore più distratto: l’aria asfittica della Restaurazione, che impregna lo Stato Pontificio e contribuisce a rigettare nel dominio del peccaminoso tutto quanto si avvicini alla sfera del piacere, si respira del resto in tutta l’opera belliana. Non è soltanto l’interpretazione della donna a risentirne: tutto il mondo descritto da Belli, dagli scarafaggi agli «angioloni» del Paradiso, è gravato dall’ombra di un elemento demoniaco che si agita nelle profondità dell’inconscio e che, se risulta facilmente dominabile da esterni poteri reazionari, non diviene mai pienamente analizzabile ai lumi della ragione. Un esempio del lato più torbido di tale sensibilità può essere rappresentato dal sonetto La peracottara, nel quale la voce dell’autore assume le sembianze di un aggressivo popolano ammalato di gonorrea che immagina di possedere con la forza la venditrice di pere cotte, incurante del pericolo di contagiarla.È però proprio nell’urto di tutti questi contraddittori elementi che si scatena la forza del comico, il riso irriverente e liberatorio che scioglie le ossessioni di Belli e che in Porta alleggerisce il peso della consapevolezza di un incolmabile divario sociale. La sproporzione degli oggetti e dei corpi è un marchio tipico di un tal genere di comicità, e le donne, coi loro attributi, sono le prime a uscirne trasfigurate. Donne come gigantesse, monumenti deambulanti e talvolta persino minacciosi, paragonabili a opere architettoniche e proprio per questo affini alle città, quasi dei loro ‘doppi’. «Culisei» e «cchiaviche maestre» fanno parte della loro panoplia: di fronte a tali immani apparizioni il poeta quasi si ritrae terrorizzato. L’educazione sentimentale proposta da Porta gioca con gli stessi elementi, spostando però maggiormente l’attenzione sulle condizioni culturali e sociali in cui maturano le storie raccontate. Le prostitute tradite e gli amanti ingannati della sua Milano riescono così, pur nella loro miseria, a ergersi a figure paradigmatiche di una denuncia contro il potere e contro l’ipocrisia della società, critica che il poeta radicalizzerà sempre più negli ultimi anni della sua vita.
Ancora in relazione alla tematica erotica, vale infine la pena di citare un altro singolare aspetto dei sonetti di Belli: il fatto cioè che a diventare oggetto del desiderio non sia soltanto il corpo femminile, ma anche – con le dovute reticenze – quello maschile. Nel sonetto Er miracolo di San Gennaro, dove il racconto dell’evento è filtrato dagli occhi di un popolano in visita a Napoli, è addirittura la figura dell’officiante ad essere investita di questa carica erotica: il «pretone», che «smaneggiava er zangue in quer tar coso», finisce col trasformare la funzione religiosa in una sorta di rito orgiastico di massa. L’autore parla esplicitamente di «furor baccante» nelle note che accompagnano il sonetto, prova dei suoi interessi antropologici per le consuetudini religiose ed ennesima maschera, questa volta saccente, dell’ambigua personalità di Belli.
14. Analogie e differenze nella tematica religiosa
Elementi che accomunano e allo stesso tempo caratterizzano singolarmente i due poeti sono individuabili anche nell’atteggiamento col quale entrambi si avvicinano alla tematica religiosa.Il piglio con cui Carlo Porta descrive le sconclusionate processioni milanesi e le abbuffate dei frati – che del resto avevano fatto parte della sua quotidianità familiare, quando i genitori davano ricetto nella loro casa ai religiosi perseguitati dai francesi – è sempre quello di un osservatore critico e consapevole, ben informato dei fatti ma allo stesso tempo ideologicamente del tutto estraneo ad essi. La polemica di Porta diventa particolarmente radicale nella fase ‘romantica’ della sua produzione, ma senza mai eccedere nei toni: è la critica razionale e profondamente rielaborata che è stata propria, prima che del romantico, dell’illuminista formatosi sugli scritti anticlericali del Parini.
I sonetti di Belli al contrario – pur raggiungendo in alcuni passi un grado di sguaiataggine impensabile in Porta – sembrano continuamente investiti dal timore di scatenare sul serio il furore delle forze ultraterrene che pretendono di sbeffeggiare. Il livello di immedesimazione con le voci dei suoi personaggi e l’effettiva presa di distanza dalla materia trattata risultano problematici all’analisi: se nelle prime fasi di composizione dei sonetti Belli si era posto l’obiettivo – ispirato appunto da Porta – di ritrarre la plebe romana con l’occhio professionale del linguista-sociologo, col procedere dell’opera la materia sembra voler prendere il sopravvento sul suo creatore, e il romanesco fagocitarlo, diventando a poco a poco la sua stessa lingua. Il poeta si traveste, cambia pelle, dice ‘io’ tanto nei panni della prostituta quanto in quelli del servitore, dissimula il proprio punto di vista. La verve che negli anni giovanili lo aveva reso noto nei sobborghi romani anche come attore (analogamente a quanto era stato per Porta al Teatro Patriotico), trasmigra sulla pagina scritta con tutto il suo pathos drammatico.
E il gioco di immedesimazione si spinge al punto di riuscir quasi a trasferire sul lettore la sensazione di essersi lasciato sfuggire qualche sacrilego sproposito: no, la pagina di Belli non può essere facilmente accusata di blasfemia – a meno di non voler accusare di blasfemia anche il Papa, i cardinali e tutto il concerto di personaggi biblici. Perché è la loro voce, quella che esce dalla pagina: il Papa in persona, preso da più gravi cure, lancia sul popolo una «benedizzionaccia»; Noè si tira giù i calzoni stordito dalla sbornia di «vino novo»; e Marta si sfoga della svogliatezza di Maria con un singolarmente poco comprensivo Gesù. I personaggi tratti dall’ «Abbibbia», anzi, sembrano proprio i più esasperati dal dover recitare, dopo migliaia di anni, un copione ancora ostinatamente sacro.
L’individualità del poeta si rifrange così nel turbinio delle figure senza svelare mai troppo di se stesso; ma il linguaggio, estremamente scurrile nei primi sonetti, smorza a poco a poco la propria tonalità fino ad assomigliare sempre più al linguaggio quotidiano del suo autore: emblema e punto conclusivo di tale parabola può essere considerato proprio l’ultimo sonetto romanesco di Belli, Sora Crestina mia, nel quale il pronome ‘io’ si avvicina come mai fino ad ora alla figura biografica del poeta.
Ma le interpretazioni non cessano di moltiplicarsi: quand’anche si riesca a identificare la voce narrante di questo o quel sonetto, chi è Giuseppe Giachino Belli, colui che si mostra al suo pubblico solo come un cabalistico «996»?
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