L'attività di commediografo
14 – L’attività di commediografo
Ma l’attività cortigiana sollecita Ariosto anche in un altro senso, per fortuna più piacevole: Ippolito lo spinge ad occuparsi degli apparati festivi allestiti in occasione di ricorrenze particolari o eventi di certa importanza. Organizzare delle feste, per il carnevale, per celebrare nozze o arrivi di principi stranieri, è tutt’altro che attività disimpegnata: Ludovico traduce delle commedie latine che poi saranno recitate alla presenza dei signori, ne diventa quello che oggi chiameremmo il “regista”, si cimenta addirittura come attore in alcuni ruoli, collabora con artisti e architetti che devono occuparsi della scena e di tutte gli addobbi della corte. Ma soprattutto scrive testi originali, dei quali il primo, La Cassaria del 1508, viene di solito indicato come la prima commedia della tradizione volgare italiana: uno spettacolo interamente laico che sfrutta scenograficamente l’innovazione della prospettiva, introducendo personaggi e ambienti contemporanei.Delle cinque commedie di Ariosto, la critica attribuisce la palma di migliore alla Lena (link 9), dove protagonista è tutta un'umanità truffaldina e furba, sullo sfondo di una Ferrara plebea lontanissima dall'eleganza aristocratica di quelle sale di corte che ne ospitavano la rappresentazione.
Ma davvero ciò che più conta, di là dai risultati dei diversi testi, è la costanza e la passione di Ariosto nell'affrontare, diremmo oggi "da professionista", il difficile mondo del teatro; gliene vennero tributi e lodi da persone di un certo riguardo: per esempio Ruzante
Le commedie ariostesche presentano quasi tutte spunti di critica sociale e politica: che il teatro sia la modalità preferita da Ariosto per dire la propria, per mostrarci la gabbia di pazzi che è il mondo attraverso gli infingimenti di trame e personaggi inventati per la scena? Che questo infinito gioco di sottrazione cui sempre si presta Ariosto (questo fastidio per la politica come mestiere, per la vita cortigiana, questo affetto per la propria città e per una vita tranquilla di studi ed esercizi letterari) trovi nel teatro la sua espressione più propria?
Non lo sappiamo, ma certo l'amore per la scena durò fino alle soglie della morte e culminò nella costruzione di un grande teatro in legno, con palco e scenografia fissi: nel dicembre del 1532 un incendio devastò il palazzo ducale bruciando il nuovo teatro estense. Era il sogno di una vita che se ne andava in fumo.
15 - Un padrone dispotico
Dentro questo singolare manicomio che è per Ariosto il mondo circostante, uno dei pazzi peggiori dovette sempre sembrargli il cardinale Ippolito: e ancor più tutti i cortigiani che si affannavano ad assecondarlo in richieste assurde ed eccessive: la più imprevedibile venne nel 1517, quando il cardinale decise di partire per l'Ungheria con tutto il suo seguito, avendo appena ottenuto il vescovado di Angria. Un viaggio lungo e pericoloso, attraverso strade malsicure, controllate spesso dai briganti: un viaggio dal quale ritornare sani poteva non essere così scontato. Per la prima volta Ludovico si oppone con fermezza: lui in Ungheria non ci vuole andare e non ci andrà. Impossibile pensare che un padrone possessivo e irascibile come Ippolito non se la prenda; e infatti, proprio come un datore di lavoro permaloso, il cardinale licenzia Ariosto. La gabbia di pazzi ch'è il mondo appare a Ludovico ancora più buia e tetra. Ce ne si può rendere conto leggendo la Satira I, composta forse nel novembre del '17 proprio in seguito alla rottura col cardinale. E' lui, con tutta la sua corte, il vero protagonista del componimento, lui il vero bersaglio, questa specie di sovrano omaggiato a destra e a manca, in maniera persino ridicola:O ch'egli lodi, o voglia altrui far scorno
di varie voci subito un concento
s'ode accordar di quanti n'ha dintorno;
e chi non ha per umiltà ardimento
la bocca aprir, con tutto il viso applaude
e par che voglia dir: “anch'io consento”.
Ludovico, all'opposto di questi cortigiani servili e ambiziosi, rivendica per sé un ideale di vita tranquillo e sobrio, fatto di pochi agi, purché sufficienti a garantirgli le ore di studio che ha sempre dovuto mendicare. Egli è persino disposto a restituire al cardinale i benefici sin lì ricevuti, come fa capire la favoletta (link 10) (di origine oraziana
Or, conchiudendo, dico che, se 'l sacro
cardinal comperato avermi stima
con li suoi doni, non mi è acerbo et acro
renderli, e tòr la libertà mia prima.
16 - Le Satire
Le sette Satire (composte tra il 1517 e il 1524, pubblicate postume) sono forse, dopo l'Orlando furioso, l'opera più compiuta di Ariosto, quella dove meglio si manifesta la sua indole pacifica e umorale insieme: una sorta di conversazione allo specchio, di autobiografia sentimentale, dove Ludovico riflette sulla vita, amministra le sue simpatie e sfoga i suoi sdegni, che, non a caso, sono spesso indirizzati alla corte. Il fatto di essere scritte in terzine (è il metro della Commedia dantesca) serve a frenare la piena dei sentimenti, che in alcuni casi potrebbe farsi travolgente. Spesso, come nel caso citato prima, alcune favolette interrompono il discorso, alleviando il tono risentito del testo; di queste la più famosa è quella della Satira III: «nel tempo ch'era il mondo nuovo ancora» (link 11) un gruppo di ingenui tenta un'improbabile scalata alla luna, che ovviamente, per quanti sforzi essi facciano (tutti corrono con panieri e canestri lungo il crinale del monte nel tentativo di catturarla) non viene mai raggiunta. Questo per dire che la serenità che pensiamo di poter acquistare al colmo degli onori in realtà è solo un'illusione. La luna tornerà poi nel Furioso, anche lì come emblema della pazzia che agita gli uomini; ma lo vedremo a suo tempo.17 – In Garfagnana
La Satira IV, scritta nel 1524, è una delle più interessanti, perché ci racconta gli anni del governatorato in GarfagnanaDopo il licenziamento da parte di Ippolito, Ariosto si trova naturalmente in gravi difficoltà economiche; gli viene in aiuto Bonaventura Pistofilo, segretario del duca Alfonso, su istanza del quale Ludovico entra a far parte dei cortigiani di quest'ultimo: una situazione ideale per lui, dal momento che Alfonso è sicuramente più sedentario del fratello. Tuttavia i problemi economici tornano a farsi pressanti attorno al 1521, quando Alfonso gli sospende lo stipendio in previsione di una guerra contro il papato che poi non si realizzerà mai. L'unico modo per smarcarsi da certe difficoltà è accettare un incarico politico (governatore) nella regione della Garfagnana, una zona impervia dell'appennino tosco-emiliano, oggi geograficamente appartenente alla Toscana, ma allora appena sottratta dagli Estensi ai fiorentini. Il compito non si presentava semplice: di là dalla malagevolezza del viaggio, e dall'inospitalità dei luoghi, il problema più grave era rappresentato da continui episodi di brigantaggio che tenevano costantemente sotto scacco la regione, in un continuo stato di disordine amministrativo, politico e civile. Ariosto, a differenza di quello che possiamo credere, fu un governatore di polso, in lotta non solo con la popolazione locale, ma anche con il governo centrale di Ferrara, che non gli garantiva i mezzi necessari per svolgere al meglio il proprio compito. Di questo periodo ci restano alcune lettere belle e famose, che rivendicano la libertà di manovra nell'azione politica e giuridica.
«Io non cesso di pensare e di fantasticare come senza spesa del signore nostro io possi accrescere le mie forze, per fare almeno che questi ribaldi abbian paura di me», scrive nel 1522. Ma nel 1523 era costretto a rivolgersi al duca con queste parole: «Se V. Ex. (vostra eccellenza) non mi aiuta a difender l'onor de l'officio, io per me non ho forza di farlo: che se bene io condanno e minaccio quelli che mi disubbidiscano, e poi V. Ex. li assolva o determini in modo che mostri di dar più lor ragione che a me, essa viene a dar aiuto a deprimere l'autorità del magistro». Insomma, Ludovico si affannava a condannare, mentre a Ferrara subito liberavano. Ma nel giugno del '25, dopo tre durissimi anni, anche questo servizio finisce e Ludovico può tornare a Ferrara dalla famiglia.
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Contents
- Sommario
- Storia della letteratura italiana
- La scena del Mediterraneo
- Italiani, Francesi, Provenzali
- Firenze, Bologna, Parigi: Dante e i saperi del suo tempo
- Petrarca da Avignone a Praga
- Narrare storie dal Mediterraneo all’Inghilterra: circolazione e ricezione di Boccaccio
- Valla, Poliziano, Beroaldo, Erasmo: l’Umanesimo tra Università, accademie e scuole
- Machiavelli e la nuova politica europea
- L’epos ariostesco, il cortigiano, l’hidalgo e la fantasia europea
- Tasso e la soggettività moderna da Montaigne a Milton
- L’Adone, Parigi e una nuova poesia dell’educazione sentimentale
- Shakespeare e il rinascimento italiano
- Il teatro e la novella nel Cinquecento
- Metastasio, il melodramma e la Vienna asburgica
- Milano, Parigi, Londra, Napoli: l’età dei Lumi
- Alfieri: un viaggiatore europeo tra tragico e romanzesco
- Ugo Foscolo e la logica del Neoclassicismo
- Il mondo romantico del dramma e del romanzo
- Le illusioni della natura e dei sogni: Leopardi poeta e filosofo europeo
- L’antilirica della nuova metropoli. Dialetto e cultura europea in Carlo Porta e Giuseppe Gioachino Belli
- Appunti sul melodramma italiano dell'Ottocento e sulla sua fortuna europea
- Ippolito Nievo: le Confessioni di un franc chasseur della letteratura
- Sogni d’altrove. Emilio Salgari e il lettore europeo fin-de-siècle
- Una Sicilia europea: da Verga a Pirandello
- Pascoli e l’Europa simbolista
- Le avanguardie storiche: una nuova poesia, una nuova prosa
- La letteratura italiana del Novecento: un itinerario europeo
- Letteratura e cinema nel Novecento
- Letteratura e mercato letterario: l'Europa e l’Italia tra la guerra e la pace
- Il fumetto in Italia, una narrazione tra pop culture e letteratura
- Barbari benefici o Apocalisse?
