Print Send a link

L'ascesa del Tasso


«Io son libero» poteva finalmente scrivere Torquato Tasso alla sorella Cornelia dopo sette lunghi e tormentosi anni di prigionia nell’ospedale di Sant’Anna. Sette anni di ricovero forzato, tra sconforto, allucinazioni e sofferenze disperate. Dal quel carcere di Ferrara veniva liberato nel 1586 un uomo di quarantadue anni provato, invecchiato precocemente, e ancora prigioniero delle ossessioni della sua mente turbata. Tuttavia non era un uomo finito. Sebbene la sua collocazione sociale ed economica siano incerte e i ricordi dei brillanti successi di cortigiano e di poeta stridano con l’amarezza e il grigiore dello stato presente, Tasso spera ancora. E comincia così, incessante e talvolta patetica, la ricerca di protezione presso una corte che non potrà mai più essere quella di Ferrara. Tasso cercherà plauso e consolazione fidandosi ancora del suo valore: «benché la fortuna m’abbia privato di tutti i suoi beni», scrive ancora alla sorella, «non ha potuto privarmi di quelli de la natura». La sorte tuttavia non gli sorride più come un tempo e la parabola esistenziale e mondana ha cominciato la sua discesa. Con la detenzione di Sant’Anna la vita del Tasso subisce una deviazione netta che sempre più lo allontana dalle ambizioni sociali e dai sogni di gloria che sin dalla più tenera età nutriva.

La vita

Nato nel 1544 a Sorrento da Porzia de’ Rossi e da Bernardo(external link), Tasso si ritrova molto giovane a raggiungere il padre, prima ad Urbino e successivamente a Venezia. Qui, appena sedicenne, scrive le prime centosedici ottave del Gierusalemme, il poema epico sulla prima crociata che avrebbe dovuto interpretare non solo il bisogno di una nuova ricerca letteraria ma le ansie e i timori diffusi in Europa e nella Repubblica di Venezia in primo luogo provocati dall’imminente invasione turca. Il progetto viene tuttavia interrotto perché il Tassino (come lo si chiamava per distinguerlo dal padre), con lucida consapevolezza si rende conto di non possedere ancora gli strumenti e la maturità per realizzarlo. Si dedica quindi, durante gli studi a Padova dal 1560, alla composizione del Rinaldo, un romanzo cavalleresco di impianto tradizionale, che verrà pubblicato nel 1562. Sono anni, quelli padovani e – dal 1562 al 1564 - bolognesi, molto importanti per la formazione del Tasso, durante i quali egli studia filosofia ed eloquenza (in particolare la Poetica di Aristotele(external link)) e frequenta letterati e intellettuali quali Scipione Gonzaga(external link), Sperone Speroni(external link), Francesco Piccolomini(external link), Carlo Sigonio(external link) e Giovanni Angelo Papio.
Comincia nel frattempo (1562-64) a stendere anche i Discorsi dell’arte poetica e in particolare del poema eroico, pubblicati nel 1587 e stampati nel 1594, dopo nuove aggiunte, con il titolo di Discorsi del poema eroico. Successivamente riprende, con mano più sicura, le ottave del Gierualemme che diventano i primi tre canti del Gottifredo. Anche la scelta della prima crociata si rivela particolarmente opportuna, perché nel 1571, in seguito alla notizia della vittoriosa battaglia navale di Lepanto(external link) in cui la Lega Santa(external link) infligge una pesantissima sconfitta alla flotta turca, l’entusiasmo provocato dalla straordinaria vittoria risveglia l’illusione di una nuova crociata europea. E continua così la stagione del successo tassiano ora presso la corte ferrarese del duca Alfonso II d’Este(external link) (che lo nomina lettore alla cattedra universitaria di geometria e sfera) al quale intende dedicare il nuovo poema.

Il nuovo modello dell'Aminta

Nel 1573 viene messa in scena, probabilmente presso la delizia(external link) di Belvedere (una delle residenze della corte estense), la favola boschereccia dell’Aminta che diventa subito il modello di un genere nuovo. L’opera rappresenta lo sviluppo drammatico di un genere, l’egloga pastorale, assai diffuso nel Quattrocento e nel Cinquecento. E molteplici e significativi sono i richiami intertestuali dell’Aminta dove accanto ai modelli classici latini e greci, si ripropongono temi e stilemi stilnovistici, oltre a echi della produzione lirica di Boiardo(external link) e Ariosto. Ma la cultura e la sapienza letteraria sono prodigiosamente convertiti in naturalezza, nell’incanto di un recitativo limpido e stupito. Appaiono inoltre riconoscibili elementi, personaggi e scenari del milieu ferrarese, tanto che talvolta sembra addirittura che la scena rappresentata sia proprio la delizia(external link) di Belvedere. Ciascuno dei 5 atti del dramma, in cui vengono abilmente alternati dialoghi e monologhi, è scandito dalla presenza di un coro finale, mentre la dimensione diegetica resta affidata all’intreccio musicale del movimento narrativo e delle pause liriche. La cornice idillica del racconto è quella di una primigenia vita pastorale dove, in un’apparente perpetua armonia, regna ancora la «bella età dell’oro».

I personaggi della favola

La bellissima e ritrosa Silvia, la ninfa che non intende cedere alle lusinghe dell’amore cui antepone le gioie della caccia, converte in odio il suo sentimento nei confronti del pastore Aminta da quando questi le dichiara la propria passione struggente. Accanto a loro compaiono i più maturi Tirsi e Dafne che cercano di consigliare, ma invano, i due giovani. Un giorno Silvia viene rapita da un satiro(external link), i cui appetiti ferini minacciano la verginità della ninfa(external link). Aminta riesce a liberare Silvia e a mettere in fuga il satiro, ma la giovane, anziché mostrare riconoscenza al suo pudico liberatore, fugge, rinnovando la sua dedizione alla dea Diana(external link) e lasciando nella disperazione il pastore innamorato. Gli eventi successivi, assieme a fallaci indizi, spingeranno Aminta a credere che Silvia sia stata sbranata da una belva, e a decidere, disperato, di lanciarsi da una rupe. Ma a questa notizia il cuore di Silvia cede il posto alla tenerezza e all’amore, e finalmente, dopo tante peripezie i due giovani possono unirsi felici. In un gioco di illusioni si inscena così il contrasto fra «amore» e «onore», che propone una meccanica concertata degli affetti piuttosto che l’introspezione psicologica dei personaggi. E l’ambientazione pastorale funziona come una sorta di travestimento, una «favola boschereccia» dentro la corte con chiari elementi autobiografici. L’opera intende rappresentare un luogo, semplice e incorrotto, della giovinezza e del desiderio; un sogno senza artificio cortigiano, uno spazio dello spirito dove le emozioni si esprimono nella loro pienezza originaria, fuori dalla norma sociale della civiltà moderna. Di fatto è la corte stessa che viene messa in scena in una singolare commistione di ruoli fra pastori e poeti, con un pubblico che è il vero protagonista di una favola sdoppiata. E l’Aminta è anche un’isola della riconciliazione, della felicità, dell’armonia ritrovata attraverso il potere drammatico della parola che si fa azione, con gli eventi decisivi che non vengono messi in scena ma sono tutti raccontati dal coro.

La parola in scena

Si afferma così la forza lirico-evocativa della parola in quanto lo spettatore deve visualizzare a sua volta ciò che viene raccontato. Si generano, alla fine, due spazi: lo spazio del narratore e quello del fatto narrato, mentre lo spettatore viene continuamente invitato a ricostruire un “teatro mentale” a fronte di una parola teatralizzata, tradotta in gesto, in emozione diretta. Ed è molto significativo che il Tasso, a partire dagli anni della sua prigionia, non parlerà più di questa opera, nemmeno negli intenti di risistemazione delle sue opere.
Qui comunque si apprezza già la sua qualità di scrittore romanzesco-sentimentale tra il registro del madrigale e quello del genere pastorale, che si pone a un gradino più basso del linguaggio lirico petrarchesco e si configura come un parlato letterario moderatamente realistico e discorsivo. Accanto a una dominante sensuale – in cui all’amore si accompagna la celebrazione della natura incontaminata dei luoghi – riveste un ruolo fondamentale il motivo drammatico della morte e della instabilità delle cose umane. In fondo Aminta e Silvia percorrono cammini opposti e speculari: il primo passando dall’amore alla morte (la notizia della morte dell’amata lo porta a tentare il suicidio), la seconda, invece, dalla morte all’amore (Silvia scopre di amare il protagonista una volta appresa la notizia della sua morte). I due momenti sono sempre presenti sulla scena, l’uno presuppone l’altro e, benché a lieto fine, la favola pastorale – che in questa commistione di idillio e di dramma prepara la nascita del melodramma – non celebra l’amore solo come mondo dell’eros, poiché la storia amorosa è sempre sfiorata dalle ombre cupe della morte, sovvertendo le aspettative del pubblico e della convenzione teatrale. A ragione è stato notato che l’Aminta, benché tenti di ricreare un mondo perfetto e geometrico dove valgono solo le ragioni incontrastate del desiderio e dell’aspirazione privata alla felicità o il tempo del carnevale, accoglie delle zone oscure e inquietanti che rivelano l’ambiguità di un’armonia costruita dall’immaginazione e dal sogno.

L'arresto

Giunge intanto la conclusione del poema. Ma proprio da questo momento cominciano il travaglio e le ossessioni che renderanno la «mente libera» del Tasso sempre più «confusa ed intralciata», come scriveva Goethe(external link) nel dramma a lui dedicato. L’inquietudine lacerante lo induce nel 1576 ad accusare come eretici se stesso e altri membri della corte presso l’inquisitore di Ferrara. E la faccenda non era di poco conto visto che su Ferrara, feudo dello Stato pontificio, pendeva l’ombra di Roma. Il ducato sarebbe stato annesso dal pontefice nel momento in cui Alfonso II(external link) fosse morto senza eredi. Allo stesso tempo, il duca era figlio di Ercole II(external link) ma soprattutto di Renata di Francia(external link), la duchessa che favoriva i protestanti e addirittura aveva ospitato Calvino(external link) a Ferrara. Quindi, le accuse del Tasso, al di là della loro fondatezza, potevano costituire un pretesto per autorizzare interventi romani nella politica del ducato ferrarese.
Per questo ed altri motivi Alfonso II(external link) fa rinchiudere Tasso nelle prigioni del palazzo ducale dalle quali però questi riesce a fuggire, rifugiandosi prima a Bologna, dove vorrebbe riaprire il suo processo per eresia, e quindi a Sorrento, a casa della sorella Cornelia. Nel 1578, ottenuto il perdono di Alfonso II(external link), ritorna a Ferrara dove ormai ha perduto tutti i privilegi guadagnati nei suoi anni di servizio: viene infatti alloggiato fuori dal palazzo ducale, senza più il diritto di sedere alla mensa del duca e senza gli stipendi assegnati. Da questo momento comincia inesorabile il declino del cortigiano. Si sposta vagando di città in città, a Mantova, a Padova, a Venezia, a Pesaro. Viene accolto a Torino presso il ducato di Savoia, dal marchese Filippo d’Este. E ritorna ancora, con nuove speranze, a Ferrara, dove però non viene ricevuto dal duca impegnato nei preparativi del matrimonio con Margherita Gonzaga(external link). Finiti i lunghi festeggiamenti, l’11 marzo 1579, Tasso si avvia verso il palazzo ducale e in un accesso d’ira insulta il duca e, forse, anche la duchessa Margherita(external link). Informato subito del fatto, Alfonso(external link) lo fa rinchiudere nell’ospedale di Sant’Anna, dove comincia una lunga e tormentata detenzione tra sofferenze e allucinazioni, crisi melanconiche e dolori fisici drammaticamente documentati dal suo epistolario. A questa situazione si aggiunge la delusione provocata dalle prime stampe non autorizzate della Gerusalemme che cominciano a circolare. Dispiacere grande visto che la Liberata gode di un successo editoriale immediato, e non porta alcun guadagno all’autore.



Page last modified on Monday 04 of October, 2010 23:14:19 CEST

Contents
[toggle]