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L'amore, la filosofia, il volgare


2.1 Poesia morale e dottrinale

Gli anni successivi alla stesura della Vita Nova vedono Dante impegnato anche nella vita politica, a partire dal 1295. Ma il coinvolgimento nelle lotte tra le fazioni cittadine dei Guelfi Bianchi e Neri(external link) lo conduce all’esilio da Firenze, a partire dall’inverno 1301-1302. La nuova e difficile situazione dell’esilio, accanto alle vicende politiche e militari, portano a compimento un processo di spostamento negli interessi e nei progetti letterari di Dante. Sperimentate e arricchite le possibilità della lirica amorosa, egli dedica ora la propria attività poetica e progettuale a canzoni ampie e complesse di materia morale e dottrinale. Progressivamente alcune di queste canzoni vengono a convergere verso il progetto di un’opera più ampia, il Convivio, ancora un prosimetro come la Vita Nova, ma con un ben diverso rapporto tra testi poetici e prosa.
Dante progetta infatti di raccogliere quattordici di queste canzoni (solo alcune delle quali furono poi effettivamente composte) in una vasta opera, aperta da un trattato proemiale e poi costituita dai testi poetici, per lo più incentrati su una virtù o su un problema filosofico o morale, e da un ampio commento in prosa a ciacuna di esse.
Tra le canzoni dottrinali destinate con molta probabilità a essere accolte e commentate nel Convivio si possono ricordare Poscia ch’Amor del tutto m’ha lasciato, dedicata al tema della leggiadria e Doglia mi reca nello core ardire, sulla liberalità. Qui in realtà la trattazione della liberalità si tramuta in un’aspra critica del vizio contrario, l’avarizia cioè la cupidigia insaziabile delle ricchezze, con toni che preannunciano la tensione profetica e civile della Commedia. La grande canzone Tre donne intorno al cor mi son venute affronta il tema della giustizia, personificata in tre donne che probabilmente rappresentano la giustiza divina, quella umana e la legge positiva. Tali tre donne appaiono ormai esiliate dal mondo, ma trovano rifugio e accoglienza presso il poeta.
In questo clima Dante reinterpreta in modo nuovo, secondo la tecnica dell’allegoria, alcune canzoni d’amore risalenti agli anni della Vita Nova o a quelli immediatamente successivi, e intonate ai modi della poesia stilnovistica. La donna amata cui esse sono dedicate viene ora interpretata allegoricamente, nella prosa del Convivio, come la Filosofia. È quanto avviene per le canzoni Voi che ’ntendendo il terzo ciel movete e Amor che nella mente mi ragiona, commentate rispettivamente nel secondo e nel terzo trattato del Convivio. Nel quarto, infine, l’ultimo realizzato prima che l’opera fosse abbandonata, viene invece commentata la canzone Le dolci rime d’amor ch’i’ solia, che presenta nuovo un registro stilistico, «con rima aspra e sottile», conveniente al tema morale affrontato, la natura della nobiltà.


2.2 La filosofia a Firenze: «scuole delli religiosi» e «disputazioni delli filosofanti»

Se la stesura del Convivio risale agli anni 1304-1307, nel secondo trattato Dante fa risalire il suo interesse e lo studio assiduo della filosofia a più di dieci anni prima, al periodo successivo alla morte di Beatrice, avvenuta nel 1290. Nel secondo trattato del Convivio Dante commenta la canzone Voi che 'ntendendo il terzo ciel movete, un componimento dialogico che mette in scena l’apparire, al poeta affranto per la morte di Beatrice, di una nuova donna che infine fa nascere in lui un nuovo amore. Nel commento si spiega che la nuova donna non è altri che allegoria della filosofia e si raccontano le vicende autobiografiache celate dietro le lettera del testo. Per lungo tempo, racconta lo scrittore, dopo la morte di Beatrice egli era costernato e inconsolabile. Fu la lettura di due libri di argomento filosofico, il De amicitia di Cicerone(external link) e il De consolatione philosophiae di Boezio(external link), ad aiutarlo a uscire dallo sconforto e dalla depressione.
In seguito alla consolazione trovata in questi libri, Dante si appassionò allo studio della filosofia e decise di frequentare le scuole di Firenze dove si tenevanoo corsi e lezioni di filosofia. A Firenze non esisteva ancora l’università, ma gli studia conventuali degli ordini mendicanti erano istituzioni per l’insegnamento della teologia, della filosofia e delle scienze di altissimo livello, con maestri e professori scelti fra gli intellettuali più prestigiosi. In particolare Dante avrebbe frequentato gli studia fiorentini del convento francescano di Santa Croce e di quello domenicano di Santa Maria Novella. Nel primo era ancora vivo l’insegnamento di grandi pensatori francescani particolarmente sensibili alle tematiche mistiche e profetiche, al sapere ermeneutico e simbolico proprio della tradizione biblica e medievale, ma anche di intellettuali appartenenti all’ala più radicale del francescanesimo, i cosiddetti “Spirituali”, inclini a un’interpretazione rigida del precetto francescano della povertà e a un energico richiamo a tutta la Chiesa per un ritorno alla povertà evangelica. Anche i domenicani di Santa Maria Novella avevano maestri di prim’ordine: qui Dante poté ascoltare lezioni improntate a un più stretto razionalismo e in particolare all’aristotelismo cristiano che aveva avuto un grande sistematore nei decenni precedenti proprio nel domenicano Tommaso d’Aquino(external link), professore all’Università di Parigi.
Forse è proprio a questa duplice influenza ricevuta nei primi anni dei suoi studi filosofici che risale la complessità del pensiero filosofico dantesco, come appare nel Convivio e soprattutto nella Commedia. Da una parte si mostra spesso incline alle tematiche mistiche, al pensiero simbolico, alla lezione dell’esegesi biblica, alle suggestioni platoniche; dall’altra, i fondamenti e alcune delle princiapli articolazioni del suo pensiero si ispirano alla lezione aristotelica, filtrata attraverso le interpretazioni dei grandi maestri domenicani del Duecento, Alberto Magno(external link) e Tommaso d’Aquino.


2.3 La filosofia in volgare e un pubblico nuovo

Se il secondo trattato rievoca le ragioni autobiografiche dell’amore per la filosofia, in quello proemiale Dante aveva invece presentato gli obiettivi dell’opera e soprattutto aveva difeso la scelta di scriverla in volgare. Il testo si apre solennemente con la citazione dell’incipit della Metafisica di Aristotele: «Sì come dice lo Filosofo nel principio della Prima Filosofia, tutti li uomini naturalmente desiderano di sapere». Inoltre la conoscenza è considerata, sempre secondo l’insegnamento di Aristotele, come la via verso la perfezione dell’uomo e dunque la felicità.
Questi assunti aristotelici costituiscono il fondamento che giustifica e sostiene il progetto di realizzare un’opera filosofica rivolta non ai dotti di professione, ma a un pubblico nuovo, finora escluso dall’accesso alla filosofia, alla teologia, alla scienza. Si tratta del pubblico di coloro che, nobili spiritualmente e dunque particolarmente sensibili al desiderio di conoscenza insito «naturalmente» in ogni uomo, a causa di un vita ricca di impegni familiari e civili non hanno potuto studiare il latino e poi dedicarsi allo studio della filosofia.
Così Dante giustifica ripetutamente la scelta di scrivere un libro di filosofia in volgare, anziché, come era consueto, in latino, da una parte con la maggiore appropriatezza di un commento in volgare a canzoni scritte in volgare, ma soprattutto con desiderio di giovare a un pubblico più ampio rispetto a quello che avrebbe potuto fruire l’opera in latino. Del resto anche l’estraneità alla cultura in latino da parte del pubblico cui Dante si rivolge è vista come una qualità positiva in quanto è inquadrata in una contrapposizione nei confronti dei dotti e letterati di professione, che del latino e della scienza fanno un uso strumentale, per ottenere ricchezza e potere.
Ma c’è un’altra caratteritica rilevante del pubblico cui Dante intende rivolgersi: esso è composto sia da uomini che da donne. Si tratta di una novità importante e significativa, in quanto le donne erano allora solitamente escluse dalla conoscenza del latino e dunque dall’accesso alla cultura filosofica e scientifica.
E l’uso del volgare, capace di creare un nuovo pubblico, annuncia l’alba di un’epoca nuova: il trattato in volgare sarà infatti «luce nuova, sole nuovo, lo quale surgerà là dove l’usato tramonterà, e darà lume a coloro che sono in tenebre ed in oscuritade, per lo usato sole che a loro non luce» (I, xiii, 12).


2.4 Il banchetto della sapienza

L’opera di Dante presenta fin dal titolo la metafora del banchetto o convivio, e fa quindi uso delle metafore alimentari per indicare l’attività conoscitiva. Tali metafore sono ampiamente utilizzate nel primo trattato per presentare la struttura e i fini dell’opera. L’autore dichiara infatti la volontà di apparecchiare un banchetto per coloro che sono esclusi dal cibo della conoscenza: in tale banchetto le canzoni costituiranno le vivande, mentre il commento esplicativo in prosa, letterale e allegorico, sarà come il pane che accompagnerà le vivande rendendole digeribili e nutrienti.
E la metafora del cibo si presta anche a un’antitesi fra coloro «che seggiono a quella mensa dove lo cibo delli angeli si manuca e quelli che colle pecore hanno comune cibo». Al centro dell’opposizione fra un cibo angelico e un cibo bestiale è l’uomo che può elevarsi verso una «così alta mensa» o scendere a una «bestiale pastura» fatta di erba e ghiande.
Ma la posizione in cui l’autore si colloca non è quella di un sapiente che elargisce con sussiego il suo grande sapere, bensì quella, più umile, di chi, «fuggito alla pastura del vulgo», non siede alla «beata mensa», ma ai margini e ai piedi di essa e da lì può raccogliere almeno le briciole e gli avanzi caduti dalla tavola. Ed è con queste che intende apparecchiare per gli altri «un generale convivio» della sapienza.


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