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Intelletto d'amore

1.1 Da Bologna a Firenze

Nel 1283, quando riceve un sonetto di corrispondenza inviato ai maggiori poeti del tempo da un rimatore ignoto, intitolato A ciascun’alma presa e gentil core, Guido Cavalcanti(external link) è un poeta giovane ma già affermato, uno degli intellettuali più brillanti e originali di Firenze. Guido è colpito dalla qualità della composizione: il poeta vi racconta un sogno in cui appare Amore nell’atto di reggere una donna tra le braccia, di nutrirla con il cuore dell’autore e di allontanarsi con lei verso il cielo. Così Cavalcanti decide di rispondere al sonetto e quando poi si scopre che l’autore è l’appena diciottenne Dante Alighieri, nasce tra i due una grande amicizia e un sodalizio letterario che rinnova il destino della poesia italiana.
I due giovani fiorentini sono uniti nel tentativo di opporsi al magistero poetico di Guittone d’Arezzo(external link), influentissimo nella cultura toscana di quegli anni, e di tracciare una via nuova alla poesia. Ma le vie nuove nascono sempre da un dialogo con la tradizione precedente o dalla ripresa e dallo sviluppo di linee minoritarie. Così Guido, Dante e alcuni altri giovani poeti fiorentini, negli anni Ottanta e nei primi anni Novanta del Duecento, traggono ispirazione da alcuni componimenti innovativi del bolognese Guido Guinizzelli(external link) risalenti agli anni Sessanta-Settanta. Si tratta di testi, fra i quali spicca la canzone Al cor gentil rempaira sempre amore, che avevano suscitato reazioni polemiche da parte dei rappresentanti della scuola guittoniana, in quanto vi avvertivano pericolose novità rispetto ai moduli dominanti. In particolare Bonagiunta Orbicciani da Lucca(external link) rimproverava a Guinizzelli l’eccessiva «sottigliansa», cioè la difficoltà concettuale della sua poesia, derivanti anche dall’uso di una terminologia filosofico-scientifica e di moduli scritturali. Su tali sviluppi avrà certo influito l’ambiente bolognese, intellettualmente d’avanguardia in quanto sede della più prestigiosa università europea, insieme con quella di Parigi. A Bologna si ascoltavano, infatti, i corsi dei maestri più innovativi e stimolanti, nei campi del diritto, della retorica, della filosofia del linguaggio, delle scienze naturali, della metafisica.
E Dante riconoscerà più volte a Guinizzelli il ruolo di precursore del nuovo stile fiorentino e in particolare della propria poesia. Memorabile in tal senso l’incontro messo in scena nell’ultima cornice del Purgatorio, in cui il bolognese è definito «il padre / mio e de li altri miei miglior che mai / rime d’amor usar dolci e leggiadre» (Purgatorio, XXVI 97-99).


1.2 Un dolce stil novo

Lo stesso Guido Cavalcanti si troverà coinvolto in polemiche simili a quelle che opposero Guinizzelli a Bonagiunta, e così in alcune occasioni, fra cui nel sonetto Di vil matera mi conven parlare, in risposta alle accuse di Guido Orlandi, si trova a rivendicare gli aspetti della nuova esperienza poetica: la fedeltà al dettato d’Amore (v. 16: «Amore ha fabbricato ciò ch’io limo») e la qualità stilistica piana e dolce (vv. 10-11: «là dove insegna Amor, sottile e piano, / di sua manera dire e di su’ stato»). Sono caratteri che saranno poi fissati nella celebre terzina dantesca, ancora nel corso degli incontri purgatoriali con i poeti, e qui proprio con Bonagiunta Orbicciani : «I’ mi son un che, quando / Amor mi spira, noto, e a quel modo / ch’ e’ ditta dentro vo significando» (Purg. XXIV, 52-54).
Oltre a Guido Cavalcanti e Dante Alighieri, sono fiorentini anche altri poeti del gruppo come Lapo Gianni, Dino Frescobaldi, Gianni degli Alfani e il cosiddetto «Amico di Dante», identificato da alcuni studiosi in Lippo Pasci de’ Bardi, ed è toscano anche Cino da Pistoia(external link), intellettuale di grande prestigio e prosecutore dell’esperienza stilnovistica nei primi decenni del Trecento, fino a trasmettere l’esperienza ai giovani Francesco Petrarca e Giovanni Boccaccio.
Pur essendo impegnati attivamente nelle vicende politiche, i poeti dello Stilnovo trattano nei propri componimenti esclusivamente il tema amoroso. Il poeta, spiritualmente nobile (dotato di «cor gentile»), vive l’amore come un processo di elevazione morale e spirituale, e fa dell’amore, a partire dalla propria esperienza autobiografica, l’oggetto di un’indagine attuata anche attraverso strumenti filosofici e scientifici. La donna amata è mediatrice fra l’uomo e la sfera divina: Guinizzelli assimila la funzione della donna a quella delle intelligenze angeliche, che traducono in atto la volontà divina, mettendo in movimento le sfere celesti. Nello stesso modo la donna avvia l’amante verso la perfezione spirituale.
Sul piano stilistico si ricerca la dolcezza: una sintassi lineare, una lingua raffinata, la rinuncia a forme “plebee”, l’uso limitato di artifici retorici. Ma questo stile “dolce” e “piano” non implica una facilità di lettura. Al pubblico è richiesta una cultura raffinata per comprendere le sottili allusioni ai concetti della filosofia scolastica, dell’averroismo, della teologia mistica e della metafisica della luce; le similitudini relative a complessi fenomeni scientifici; l’analisi, stringente e oggettiva, della psicologia amorosa.


1.3 La Vita Nova e il primo degli amici: un dibattito sull’amore

Ma la tensione fra amore e ragione, desiderio e virtù, passione fisica e perfezionamento spirituale è risolta solo parzialmente e provvisoriamente da Guinizzelli. Ne è prova il ben diverso svolgimento dei motivi dello Stilnovo da parte di Guido Cavalcanti, il quale giunge a una concezione dell’amore come passione negativa e dolorosa, che colpisce la parte sensitiva dell’anima, non quella razionale, e spinge le facoltà del soggetto a una distruttiva battaglia interiore, in cui la ragione soccombe trascinata dagli impulsi sensibili, dal desiderio ansioso e inappagabile. E la riflessione di Cavalcanti sulla natura dell’amore è profondamente segnata dalla filosofia aristotelica e dagli studi scientifici di matrice universitaria, come appare con particolare evidenza nella canzone Donna me prega. Nonostante la dolcezza dello stile, la poesia amorosa di Cavalcanti è dunque, nei suoi componimenti più importanti, fortemente drammatica e intonata a una concezione pessimistica dell’amore.
I limiti e le contraddizioni dello stilnovismo guinizzelliano e di quello cavalcantiano sono superati in un libretto rivoluzionario, la Vita Nova, scritto da Dante nella prima metà degli anni Novanta (1293-1295). Qui egli raccoglie alcune delle sue poesie giovanili e altre composte per l’occasione, disponendole in modo tale da delineare uno sviluppo narrativo nelle vicende del suo amore per Beatrice e nella poesia che canta questo amore. Inoltre i testi poetici sono accompagnati da brani in prosa che svolgono diverse funzioni: integrano e arricchiscono la narrazione, offrono spiegazioni e commenti ai testi poetici in chiave autoesegetica.
Nonostante l’amicizia con Guido Cavalcanti, definito da Dante «il primo delli miei amici», sia inscritta nel libro, la Vita Nova propone un’idea dell’amore e della poesia d’amore completamente diversa rispetto a quella elaborata da Cavalcanti nella parte più prestigiosa della sua produzione poetica. Tuttavia la relazione cronologica fra la Vita Nova e Donna me prega è incerta: non si sa con sicurezza quale dei due testi sia stato scritto prima e quale dopo, ma è evidente l’irriducile opposizione fra le due prospettive.
Nei primi capitoli, pur in chiave stilnovistica e guinizzelliana, il libretto dantesco rimodula tipici schemi cortesi, fra cui quelli legati alla necessità di celare l’amore per Beatrice, fingendo di amare invece un’altra donna (detta perciò donna dello schermo). Ma Dante fa esplodere le contraddizioni insite in questi schemi: per rispettare le regole della cortesia e celare l’amore per Beatrice, egli finisce per mostrare con troppa insistenza, «oltre li termini della cortesia», l’amore per la donna dello schermo, danneggiandone così la reputazione e provocando lo sdegno di Beatrice.
Ma non basta: la reazione di Beatrice coinvolge un altro degli elementi cardine dello stilnovismo guinizzelliano: il saluto della donna, fonte di salute, cioè di salvezza e beatitudine per l’amante-poeta. Dante si trova a riflettere dolorosamente sul potere salvifico del saluto di Beatrice proprio nel momento in cui la donna, sdegnata, lo priva di esso. Da questa privazione consegue una fase cavalcantianamente dolorosa dell’amore e della poesia: il poeta-amante non solo soffre per la privazione del saluto, ma è ormai incapace di tollerare gli effetti devastanti dell’apparizione dell’amata: in sua presenza sbigottisce, si confonde, non riesce ad articolare le parole, perde i sensi sino allo svenimento.


1.4 Il fine dell’amore e lo stile della lode

Ma la grande svolta, il superamento di queste contraddizioni verso una nuova concezione dell’amore e della poesia d’amore, avviene grazie a un dialogo con un gruppo di donne belle e spiritualmente nobili, soprattutto dotate di «intelletto d’amore». Oggetto del colloquio è il fine dell’amore. E qui Dante ammette che in precedenza il fine del suo amore era il saluto di Beatrice, in cui risiedeva tutta la sua beatitudine, ma ora che ne è stato privato, per uscire dalla dolorosa condizione in cui si trova, oggetto anche delle ultime composizioni poetiche, decide di porre il fine dell’amore e la beatitudine «nelle parole che lodano la donna mia». La lode di Beatrice è posta da ora in poi come oggetto della poesia e come fine dell’amore, a partire dalla canzone Donne che avete intellecto d'amore, rivolta appunto alle donne gentili con cui il poeta aveva dialogato.
Se la poetica della lode, che si esprime in una serie di composizioni poetiche fra cui il celebre sonetto Tanto gentile e tanto onesta pare, apre dunque spazi nuovi alla poesia, superando le prospettive guinizzelliane e quelle cavalcantiane, il libretto dantesco riserva sviluppi ulteriori e novità più radicali. Preceduta da presagi onirici e visionari e in realtà mai rappresentata direttamente, al centro del libro è la morte della donna amata. Ma dopo un periodo di dolore luttuoso, di sofferrenza inconsolabile, illustrato da una serie di componimenti in cui più è evidente il registro elegiaco, peraltro sotteso a tutta l’opera, il poeta-amante sembra trovare dapprima pietà e comprensione e poi anche consolazione amorosa in una donna «pietosa» e «gentile».
Il nuovo amore è però interrotto da una nuova apparizione in sogno di Beatrice, che rimprovera Dante per essersi allontanato da lei. Si apre un nuovo, radicale superamento dei paradigmi amorosi e poetici cortesi e stilnovistici, con le loro tensioni e contraddizioni: l’amore è ora non più per una donna vivente, sia pure miracolosa intermediaria del divino e caratterizzata metaforicamente come donna-angelo, ma per una beata del Paradiso. La donna amata, defunta e pianta luttuosamente, appare gloriosamente risorta alla beatitudine celeste? e da lì guida l’amante verso un processo di innalzamento spirituale.
Ma la poesia che può cantare questo amore nuovo e straordinario e la «mirabile visione» in cui Beatrice beata si manifesta all’amante, non è ancora alla portata dell’autore della Vita Nova: l’opera si conclude infatti con l’ammissione di uno scacco per il poeta di fronte a una materia così alta e nuova, ma anche con la promessa di studiare e lavorare nel futuro per potere un giorno scrivere un’opera dedicata a Beatrice nella quale si propone di «dire di lei quello che mai non fue detto d’alcuna».


1.5 Una poetica dell’asprezza per un amore petroso

La promessa formulata nel finale della Vita Nova troverà adempimento nella Commedia, sia pure con modalità straordinarie e imprevedibili nel momento in cui essa veniva formulata. Ma tra la conclusione del libretto e l’inizio della composizione del poema passano circa dieci anni nel corso dei quali il poeta affronta esperienze esistenziali e letterarie del tutto nuove.
Portato a livelli per il momento non più superabili il paradigma stilisticamente sublime della poesia amorosa, esso viene provvisoriamente abbandonato per una serie di esperimenti letterari nel campo della lirica. Tra questi colpisce per la novità e per l’intensità il gruppo delle poesie che gli studiosi definiscono le “rime petrose”, in quanto dedicate all’amore per una donna indicata con il nome-senhal Petra o con l’espressione metaforica «bella petra». Se Beatrice, sempre «gentile» e «umile», conduce il poeta-amante verso un processo di innalzamento spirituale, la donna-petra al contrario è «aspra» e «dura» e porta il poeta a un desiderio ossessivo e angoscioso, infine degradante e bestiale.
E coerentemente con la natura “petrosa” della donna amata e con la pungente e ossessiva sensualità del sentimento che suscita nel poeta, anche lo stile di questi componimenti sarà «aspro», quanto era invece «dolce» quello delle poesie per Beatrice. È ciò che dichiara, con la consueta lucidità programmatica, il poeta nell’incipit della più celebre fra le rime “petrose”: «Così nel mio parlar voglio esser aspro / come nelli atti questa bella petra». All’asprezza anche fonica del linguaggio si associa, nelle rime petrose, la durezza delle metafore, prese spesso dal campo semantico della guerra, e il prevalere di atmosfere climatiche invernali: il gelo che stringe la natura trova corrispondenza nell’assenza di calore amoroso dell’implacabile donna-petra e nella ossessiva fissità del desiderio da parte del poeta.
Per l’uso di un linguaggio aspro e difficile Dante sembra essersi ispirato all’esperienza del trovatore provenzale Arnaut Daniel(external link), maestro dello stile detto «trobar clus» (‘poesia chiusa, difficile’). In alcuni componimenti poi, proprio sulla scorta dell’esempio di Arnaut Daniel, Dante sperimenta la tecnica della sestina, una canzone in sei stanze di sei versi ciascuna più un congedo, fondata sulla ripetizione di sei sole parole rima, che variano la loro posizione nella strofa secondo un complesso meccanismo detto retrogradatio cruciata. Oltre alla sestina vera e propria, Al poco giorno e al gran cerchio d’ombra, anche le altre due canzoni dette “petrose” si fondano sul principio della ripetizione delle stesse parole rima da una stanza all’altra. Ne risultano componimenti privi di sviluppo narrativo o argomentativo, bloccati nell’ossessione di un amore che dalla natura petrosa della donna amata giunge a rendere di pietra non solo lo stile ma anche la mente del poeta («la mente mia, ch’è dura più che pietra / in tener forte imagine di pietra»), e il poeta stesso, infine trasformato in un «uom di marmo», assimilandosi così alla donna che ha «per cuore un marmo».


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