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In giro per l'Europa

Niccolò e Marietta

Nel 1501, intanto, il nostro Niccolò si era sposato con una certa Marietta. Di lei non sappiamo quasi nulla, se non le notizie che ricaviamo dalle lettere di Biagio Buonaccorsi allo stesso Machiavelli. Biagio è suo collaboratore presso la magistratura dei Dieci, e quando Machiavelli è fuori, gli racconta le ansie e i dispiaceri di Marietta, lasciata spesso sola a tirar su la famiglia. Il 15 ottobre 1502, per esempio, Biagio racconta che il fratello di Marietta è andato da lui per sapere se ha notizie del ritorno di Niccolò (in quel momento si trovava presso il Valentino): dice che Marietta è disperata, non vuole scrivergli e fa «mille pazie».
Saranno molte altre le lettere in cui il buon Biagio è costretto a riferire a Niccolò le scenate di Marietta: le sue sono missive straordinarie, hanno la freschezza della quotidianità e la confidenza che solo l’amicizia vera può consentire; così, a noi è dato oggi guardare dal buco della serratura le faccende private di Niccolò, scoprire le sue mancanze coniugali, la sua perenne inquietudine, e anche la non sempre florida situazione economica.
Il 24 novembre 1503 Marietta scrive al suo Niccolò una lettera, l’unica che di lei ci rimane: ribadisce il suo dolore per ricevere dal marito poche notizie, avendo peraltro saputo che a Roma, dove ora si trova Machiavelli, infuria una pestilenza; gli dà notizie del figlio, che sta bene e assomiglia a Niccolò, la qual cosa la riempie di gioia: «per ora el babino sta bene, somiglia voi: è bianco chome la neve, ma gl’à el capo che pare veluto nero, et è peloso chome voi; e da che somiglia voi, parmi bello».
Da brava moglie, Marietta conclude la lettera annunciandogli l’invio di abiti nuovi, da lei confezionati: «mandovi farseto e dua camice, e dua fazoleti e uno sciugatoio, che vi cucio».

In giro per l’Europa

Machiavelli, dunque, non è molto spesso a casa. Quando ci resta è inquieto, e tutt'al più, occupa il tempo a leggere i classici e a scriver lettere e versi, come per esempio quelli del Decennale, un poemetto in terzine dedicato agli ultimi dieci anni di storia fiorentina, sul modello delle cronache in versi dei cantastorie municipali: Antonio Pucci(external link), vissuto a Firenze nel Quattrocento, ne aveva scritte di simili. Il Decennale è un testo importante, prima di tutto perché è la prima opera letteraria di un certo impegno del Segretario, e poi perché ne documenta gli umori e le preoccupazioni. Basti dire che si chiude esortando le istituzioni fiorentine a riprendere le armi, quelle che Niccolò stava preparando attraverso l'istituzione della milizia: («ma sarebbe il cammin facile e corto/se voi el tempio riaprissi a Marte»). Inoltre il poemetto era dedicato ad Alamanno Salviati(external link), capo degli ottimati, la fazione delle grandi famiglie aristocratiche che non vedevano di buon occhio l'ascesa di Machiavelli: un po' di diplomazia non guasta mai.
Questi continuano ad essere anni di importanti missioni in giro per l'Italia e l'Europa. Nel 1506 Machiavelli è di nuovo alla corte papale per rabbonire Giulio II che richiede a Firenze le truppe di Marcantonio Colonna(external link), impegnato con i suoi nella riconquista di Pisa. Il papa, come il suo predecessore, vuole cacciare dai propri territori i vari signorotti locali, in particolare i Baglioni(external link) a Perugia e i Bentivoglio(external link) a Bologna. Giulio II è un vero papa-guerriero, a capo del più importante principato ecclesiastico del tempo (Machiavelli ne descriverà pregi e difetti nel Principe), che, proteggendosi sotto le insegne della Chiesa, rende gli altri principi più rispettosi e lenti nelle eventuali contromosse strategiche; non a caso Giulio II si riprenderà velocemente sia Perugia che Bologna.
Ma Niccolò è già altrove; Firenze ha saputo che si sta preparando la discesa in Italia dell'imperatore Massimiliano I(external link), con l'avvallo del papato: il pericolo, ancora una volta, è grande per la città, che vedrebbe scacciati dalla Lombardia gli unici alleati affidabili, ovvero i francesi; Machiavelli è spedito in Germania insieme a Francesco Vettori(external link) per ricavarne qualche notizia utile: vi risiede per qualche mese; essendo riuscito a scongiurare il pericolo, Niccolò ne approfitta per redigere un rapporto su quanto ha visto (Rapporto di cose della Magna); altre vicende incalzano in Italia, però: a richiamare l'attenzione di Niccolò sempre la questione di Pisa, per la quale egli mette ora in campo tutta la propria abilità diplomatica e, per la prima volta, anche la nuova milizia da lui creata. L'assedio alla città si fa più serrato, e Pisa, alla fine, cede, firmando la resa nel 1509. Si tratta di un successo personale di Machiavelli, che, naturalmente, provoca il disappunto degli ottimati.

Giulio II, papa-guerriero

Niccolò non fa in tempo a risolvere una situazione che subito gli si presenta un nuovo pericolo: ancora una volta è Giulio II a scatenarlo, ancora una volta si tratta di scacciare i francesi dall'Italia; ancora una volta, infine, Firenze non può permetterlo, perché, se la Lombardia cadesse nelle mani della chiesa, si troverebbe accerchiata da territori papali. Giulio II, poi, è grande amico di Giovanni de' Medici, cardinale e capo della fazione medicea: una vittoria della chiesa significherebbe sicuramente il ritorno dei Medici in città, cioè, in ultima istanza, la fine della repubblica.
Machiavelli è spedito in Francia, per trovare una soluzione diplomatica e convincere Luigi XII a non rispondere alle intenzioni belligeranti di Giulio II: se la Francia avesse fatto la guerra da sola contro il papa, il rischio di sconfitta era altissimo; peraltro il re aveva chiesto a Firenze delle truppe da dislocare in Lombardia, e in tal modo la città avrebbe offerto il fianco alle truppe di Giulio II; insomma, il solito guazzabuglio di eventi ostili da gestire. Ma se altre volte Machiavelli era riuscito in imprese che sembravano disperate, questa volta il compito si presenta drammaticamente difficile: se Luigi XII appare più malleabile alle proposte fiorentine, Giulio II, di fronte alle richieste di mediazione degli ambasciatori fiorentini, va su tutte le furie e minaccia di gravi conseguenze la città. Tra la fine del 1511 e l'inizio del 1512 la situazione precipita: il papa decide di fare un'alleanza con i grandi d'Europa contro la Francia. Queste alleanze assomigliano su scala continentale a quelle che anche ai nostri giorni vengono stipulate su scala mondiale: e anche ai nostri giorni la religione sembra dare una mano alle ragioni dei paesi in guerra. Così era per la lega promossa da Giulio II, definita appunto Lega Santa, che, al grido di "fuori i barbari", unì papato, Venezia, Spagna, Impero e Inghilterra.
Firenze, per lealtà verso l’alleato francese, resta fuori dalla lega: così viene attaccata da truppe spagnole e costretta a capitolare. Tutti questi avvenimenti sono raccontati da Machiavelli in una lettera scritta il 16 settembre 1512 a una non meglio precisata «gentildonna»; ne esce un quadro fosco delle guerre rinascimentali, in particolare dei saccheggi e degli eccidi compiuti dagli spagnoli: «li Spagnoli, occupata la terra, la saccheggiorno, et ammazzorno li huomini di quella con miserabile spettacolo di calamità...né perdonarono a vergini rinchiuse ne' luoghi sacri, i quali si riempierono tutti di stupri et di sacrilegi». I Medici rientrano a Firenze da vincitori; Pier Soderini è costretto a fuggire e anche per Machiavelli si preparano tempi bui.

Morte della repubblica fiorentina

In quello stesso settembre in cui Niccolò scrive la lettera alla gentildonna, un gruppo di cittadini fautori dei Medici scende in piazza e chiede la riforma di tutte le cariche istituzionali: anche l'Ordinanza viene soppressa. Machiavelli è destituito dai suoi incarichi, lo si obbliga a non mettere più piede a Palazzo Vecchio e a restare per un anno confinato entro il dominio fiorentino. C'è di peggio, però: viene scoperta una congiura contro i Medici, a cui, a qualche titolo, pare contribuire lo stesso Machiavelli, che è condotto in carcere alla fine del 1512. Lì resterà fino al marzo dell'anno successivo, quando, per sua fortuna, viene eletto papa quel Giovanni de' Medici(external link) principale esponente della grande famiglia: come segno di concordia e apertura, il nuovo pontefice concede la grazia ai propri rivali; anche Machiavelli viene liberato, dopo essersela vista davvero brutta: in un componimento di encomio a Giuliano de' Medici (scritto per cattivarsene i favori) descrive le misere condizioni della sua cella, ma rammenta che la paura maggiore l'ha provata sentendo i cori per i condannati a morte, tra cui Pietro Paolo Boscoli e Agostino Capponi(external link), capi della congiura. Qualche mese dopo, uscito dal carcere, Machiavelli, fatta esperienza della vita in un modo così atroce, dirà in una lettera di non desiderare più nulla con passione («mi sono acconcio a non desiderare più cosa alcuna con passione»); lo dice in una missiva a Francesco Vettori, ambasciatore fiorentino presso il soglio pontificio; nella medesima lettera afferma che, non sapendo ragionare «né dell'arte della seta, né dell'arte della lana», è costretto a ragionare dell'unica cosa che conosce, l'arte dello stato: di questo infatti parlano le numerose missive inviate al Vettori in quel memorabile, ancorché infausto, anno 1513.

In esilio

Machiavelli infatti, non potendo uscire dai territori fiorentini, ma non volendo restare a Firenze, dove ogni attività gli è preclusa, si ritira in una casa lasciatagli dal padre a Sant'Andrea in Percussina(external link), presso San Casciano. Qui conduce una vita del tutto diversa da quella movimentata che aveva contraddistinto il suo operato sino a un anno prima. È ancora una lettera al Vettori, famosissima, a raccontarcelo: Niccolò dice di aver passato le ultime settimane a cacciare tordi, pieno di gabbie addosso: «pigliavo el meno dua, el più sei tordi». Così è passato novembre; poi, anche questo passatempo è finito; nelle parole di Machiavelli senti la noia di un uomo costretto al riposo forzato, che non sa bene come far passare il tempo e anche quando questo passa, sente che è tempo sprecato in attività inutili. Lasciamo per un attimo la parola a lui:
«Dipoi questo badalucco, ancora che dispettoso et strano, è mancato con mio dispiacere; et qual la vita mia sia vi dirò. Io mi lievo la mattina con el sole et vommene in un mio boscho che io fo tagliare, dove sto dua hore a rivedere l’opere del giorno passato et a passar tempo con quegli tagliatori, che hanno sempre qualche sciagura alle mane o fra loro o co’ vicini».
Lascia il bosco e si reca in un capanno dove legge qualche poeta volgare o latino, Dante, Petrarca, Tibullo, Ovidio... Legge dei loro amori e ripensa ai propri, perso nel vagheggiamento di lontani ricordi. Si rimette in strada e va all’osteria. Diamo di nuovo la parola a Machiavelli:
«Trasferiscomi poi in su la strada nell’hosteria, parlo con quelli che passono, dimando delle nuove de’ paesi loro, intendo varie cose et noto varii gusti et diverse fantasie d’huomini. Viene in questo mentre l’hora del desinare, dove con la mia brigata [famiglia] mi mangio di quelli cibi che questa povera villa e paululo [piccolissimo] patrimonio comporta. Mangiato che ho, ritorno nell’hosteria: quivi è l’hoste, per l’ordinario, un beccaio, un mugnaio, dua fornaciai. Con questi io m’ingaglioffo per tutto dí giuocando a cricca, a trich-trach, e poi dove nascono mille contese et infiniti dispetti di parole iniuriose; et il più delle volte si combatte un quattrino, et siamo sentiti non di manco gridare da San Casciano. Cosí, rinvolto in tra questi pidocchi, traggo el cervello di muffa, e sfogo questa malignità di questa mia sorta, sendo contento mi calpesti per questa via, per vedere se la se ne vergognassi».
Con un’immagine altamente suggestiva, Machiavelli ci dice di vivere fino in fondo l’abiezione di questa vita inutile, perché il destino stesso se ne possa vergognare.

Abiti «curiali»

È la sera, però, che la giornata di Machiavelli prende finalmente una piega diversa; egli entra nel suo studio e, dimessa la «veste cotidiana, piena di fango et di loto», indossa «panni reali et curiali». Prende in mano i suoi libri più amati, si riconduce agli studi che mai ha abbandonato: entra, dice con un'immagine diventata famosissima, nelle antiche corti degli antichi uomini, dove viene ricevuto amorevolmente, li interroga sulle loro azioni e loro con gentilezza rispondono, e può così passare quattro ore di assoluta felicità, senza pensare agli affanni quotidiani, alla povertà, alla morte: perché «tucto mi transferisco in loro».
Uomo di azione, Machiavelli è però educato al culto delle lettere, e non dimentica mai l'alta lezione di umanità che da queste proviene.

Page last modified on Monday 11 of October, 2010 19:50:13 CEST

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