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Il «Principe»

Il Principe fu composto di getto tra l'estate e l'autunno del 1513, quando Machiavelli si trovava nella sua casa di Sant'Andrea in Percussina. Correzioni e aggiunte continuarono fino al dicembre dello stesso anno, se si deve dar credito alla famosa lettera che Machiavelli invia a Francesco Vettori il 10 dicembre («anchor che tuttavolta io l'ingrasso et ripulisco»). Il trattatello era dedicato inizialmente a Giuliano de' Medici, ma dopo la sua morte nel 1516 venne dedicato a Lorenzo de' Medici duca d'Urbino.
La vicenda editoriale del Principe, come di quasi tutti i testi machiavelliani, appare piuttosto travagliata. Conosciuto in forma manoscritta già a partire dal 1517, fu stampato postumo solo nel 1532, in un volume di opere del Segretario.
E' un insieme di 26 brevi capitoletti sul governo monarchico (i Discorsi si occuperanno più specificatamente di quello repubblicano); tema dell'opera è il mantenimento o la conquista dello stato da parte del principe, come già indicato nella lettera al Vettori: «che cosa è principato, di quale spetie sono, come e' si acquistono, come e' si mantengono, perché e' si perdono». Si tratta insomma di verificare, fuori da qualunque tipo di idealismo, le dinamiche per cui si può conquistare o perdere il potere, e come difendere e mantenere i territori dello stato. La necessità di un tale tipo d'indagine nasceva in Machiavelli dalla desolata presa d'atto dell'intrinseca debolezza degli stati italiani all'alba del XVI secolo.

Benché Machiavelli non abbia immaginato partizioni interne all'opera, il Principe può essere suddiviso in quattro parti; nella prima (capp. I-XI), sono presi in esame i vari tipi di principato: ereditari, misti, nuovi, civili, ecclesiastici; nella seconda (capp. XII-XXIV) si affrontano i punti di forza e i punti di debolezza di un principato, con speciale riguardo alla «virtù» del principe e all'uso dell'esercito. Il capitolo XXV si occupa della «fortuna»; il XXVI infine, staccandosi dallo stile asciutto sin lì adottato, si apre a considerazioni di carattere idealistico, con l'esortazione a liberare l'Italia dagli eserciti stranieri.

La grande novità del Principe consiste nel desiderio di fornire regole certe all'agire politico, con un atteggiamento per così dire “scientifico”. Già nella dedica a Lorenzo de' Medici, del resto, Machiavelli sostiene di aver imparato a conoscere gli uomini grazie a una «lunga esperienza delle cose moderne e una continua lezione delle antique», ovvero al suo tirocinio nella politica attiva e alla lettura di testi degli storici latini e greci.
Per Machiavelli infatti il nocciolo delle azioni umane non muta mai, essendo costituito da tratti comuni e invariabili. Possono cambiare le circostanze esterne, ma non cambia mai il modo in cui l'uomo le affronta: è così possibile, per il principe, prevedere come si comporterà questo o quel protagonista della scena politica e prendere adeguate contromisure.
Lungo i 26 capitoli dell'opera, alle prese con i diversi problemi che intende analizzare, Machiavelli affianca esempi moderni e antichi, per ricavarne un regola semplice ed efficace che compendi in una sintesi chiara il sugo del suo ragionamento. Nel capitolo III, dedicato ai «principati misti», dopo aver preso in esame quello che fecero i Romani nelle regioni conquistate, Machiavelli passa a verificare il comportamento tenuto da Luigi XII re di Francia nel momento di scendere in Italia, terminando con una «regola generale» ovvero che «chi è cagione che uno diventi potente, rovina; perché quella potenzia è causata da colui o con industria o con forza, e l'una e l'altra di queste due è sospetta a chi è diventato potente».

Del tutto peculiare è la lingua del Principe. Già nella lettera proemiale Machiavelli dichiara di aver voluto evitare uno stile ampolloso: «la quale opera io non ho ornata né ripiena di clausule ample, o di parole ampullose e magnifiche, o di qualunque altro lenocinio o ornamento estrinseco con li quali molti sogliono le loro cose descrivere e ornare».
Lo stile del Principe è asciutto: ogni circonlocuzione, ogni giro ampio di frase è evitato a favore di una scrittura secca e precisa, dove a prevalere dev'essere la chiarezza espositiva, la limpidezza di un ragionamento che non ammette scarti o deviazioni. Non è inusuale che, come nel linguaggio scientifico, Machiavelli adombri per ogni caso due soluzioni possibili: le frasi si dispongono così in coppie oppostive rette dalla congiunzione "o". Si veda questo esempio, sempre dal capitolo III: «Dico pertanto, che questi stati, quali acquistandosi si aggiungono a uno stato antiquo di quello che acquista, o e' sono della medesima provincia e della medesima lingua, o non sono». Una sintassi di questo tipo (che peraltro non fa quasi mai ricorso alle subordinate) non ammette sfumature, escludendo le possibilità intermedie: in tal modo l'opera diventa specchio della concitata e drammatica situazione politica della penisola nel primo scorcio del Cinquecento.

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