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I sapienti del ''Paradiso''

9.1 Nel cielo del Sole

L’immagine delle Atene celestiali trova uno spettacolare compimento nella celebrazione dei sapienti cristiani messa in scena nel cielo del Sole. È un’ampia sequenza, che si snoda per quasi cinque canti del Paradiso, dal X al XIV, nella quale trova la celebrazione più alta il desiderio umano di conoscenza, che si esprime negli sforzi dei sapienti, anche se questi, nella difficoltà e confusione causata dalle limitate capacità umane, possono arrivare talvolta a conclusioni diverse e contrapposte.
Qui appare la perfetta concordia celeste fra gli ordini religiosi mendicanti, rappresentati dal domenicano Tommaso d’Aquino(external link), che pronuncia una sorta di sermone agiografico in onore di san Francesco(external link), e dal francescano Bonaventura da Bagnoregio(external link), che a sua volta innalza un panegirico a san Domenico(external link). Ma di là dalla perfetta e provvidenziale armonia fra i due ordini religiosi, esaltata apertamente, in questo cielo è implicita l’esaltazione dell’unità dei sapienti cristiani nella ricerca della verità.
Così in questo cielo si trovano cultori di diversi saperi: soprattutto filosofi e teologi (Boezio(external link), Tommaso d’Aquino(external link), Alberto Magno(external link), Pietro Lombardo(external link), Sigieri di Brabante(external link), Bonaventura da Bagnoregio(external link), Ugo di san Vittore(external link), Pietro Mangiadore(external link), Pietro Spano(external link), Anselmo d’Aosta(external link)), giuristi (Graziano(external link)), re sapienti (Salomone(external link)), teologi mistici (Dionigi lo pseudo-Areopagita(external link), Riccardo di san Vittore(external link)), storici (Orosio(external link)), enciclopedisti (Isidoro di Siviglia(external link), Beda il Venerabile(external link), Rabano Mauro(external link)), frati francescani (Illuminato(external link) e Agostino(external link)), profeti biblici e profeti moderni (Natan(external link), Gioacchino da Fiore(external link)), oratori sacri ed esegeti biblici (Giovanni Crisostomo(external link)), grammatici (Donato(external link)).
Ma soprattutto colpisce la compresenza, nella prima corona dei sapienti, di Tommaso d’Aquino(external link) e di Sigieri di Brabante(external link), sostenitore delle posizioni dell’aristotelismo radicale contro il quale Tommaso aveva aspramente polemizzato in vita. Nella prospettiva celeste queste differenze appaiono meno importanti e si celebra soprattutto il comune amore per la ricerca della verità, illuminato dalla fede cristiana.


9.2 Sapienza, contemplazione e santità

Ma nel cielo del Sole si presenta anche una delle strutture fondamentali del Paradiso, fondata sull’esaltazione della santità. Il grande intellettuale domenicano Tommaso d’Aquino offre infatti un racconto agiografico teso a celebrare la vita e la santità di san Fancesco(external link) e a lui risponde un altro dei sapienti del Sole, il filosofo francescano Bonaventura da Bagnoregio, che pronuncia a sua volta un sermone agiografico in onore di san Domenico(external link). Vengono dunque esaltati i due santi che con la loro azione riformatrice avevano rinnovato profondamente la Chiesa all’inizio del Duecento, fondando gli ordini detti “mendicanti”, francescani(external link) e domenicani(external link) perché celebrano i valori evangelici della povertà e si affidano al sostegno dei fedeli.
Ma tali ordini si caratterizzano anche per la presenza nelle città, e per gli intensi rapporti che intrecciano con la cultura cittadina, attraverso la predicazione, le opere di pietà, la presenza di scuole, studia e grandi biblioteche conventuali, che costituiscono grandi centri di diffusione culturale e di insegnamento, non inferiori agli studia universitari. E Dante deve in effetti la sua formazione filosofica proprio alla frequentazione dei due studia fiorentini dei domenicani (Santa Maria Novella) e dei francescani (Santa Croce).
Il panegirico di san Francesco pronunciato da Tommaso d’Aquino esalta la scelta di povertà operata dal santo e la compresenza nella sua figura di umiltà, ardore mistico ed enegica combattività apostolica. Della figura di san Domenico si esalta l’amore per la fede che lo porta a lottare con le armi della predicazione per diffondere la verità e sradicare l’eresia. E di entrambi si celebra soprattutto, con molti strumenti retorici, la fedeltà a Cristo e la volontà di imitare il modello del Salvatore, ponendosi a loro volta come nuovi modelli per i cristiani.
A questo grande dittico agiografico, cioè di narrazione della vita dei santi, risponde un secondo dittico agiografico, rappresentato nel cielo di Saturno, il cielo che ospita gli spiriti contemplanti. Qui Dante incontra due grandi santi che gli raccontano essi stessi i momenti fondamentali della propria vita e della propria azione nella Chiesa. Dunque in questo caso si tratta di una sequenza auto-agiografica, in quanto la vita è raccontata dal santo in prima persona, a differenza di quanto avveniva nel cielo del Sole.
In particolare si tratta di due santi appartenenti alla spiritualità monastica benedettina, fondata sulla vita in monasteri isolati, sulla preghiera e sull’ascesi. I due sono san Pier Damiano(external link), monaco della famiglia benedettina dei Camaldolesi (canto XXI) e poi dello stesso fondatore del monachesmo occidentale, san Benedetto da Norcia(external link) (canto XXII). Il cielo di Saturno esalta dunque il monachesimo come quella forma di vita eremitica costituita da rinuncia al mondo, solitudine, preghiera, studio, meditazione, che permette di giungere già in questa vita a contemplare le verità divine e gustare la dolcezza delle cose celesti.


9.3 Mistica e scienza

Dopo aver visitato i regni dell’aldilà, con la guida prima di Virgilio e poi di Beatrice, Dante giunge nel vero paradiso, costituito dal cielo Empireo, un cielo di luce puramente spirituale e intelligibile: «ciel ch’è pura luce: // luce intellettüal, piena d’amore; / amor di vero ben, pien di letizia; / letizia che trascende ogne dolzore» (Par. XXX 39-42). Qui è guidato da san Bernardo di Chiaravalle(external link), un grande scrittore cristiano del XII secolo, celebre per la sua teologia mistica, la sua devozione mariana e le grandi doti di oratore sacro, alla contemplazione dei beati e degli angeli nella loro realtà, l’«alto trïunfo del regno verace». Infine, Bernardo, da grande e devoto mariologo, innalza una preghiera alla Vergine perché ottenga per Dante la grazia della visione di Dio. La preghiera di Bernardo è esaudita e il pellegrino può raggiungere il culmine della sua esperienza, prima di tornare alla vita terrena e lì compiere la missione che gli è stata affidata.
La visione di Dio che viene rappresentata nell’ultimo canto del poema è suddivisa in tre fasi, non perché nella divinità questi aspetti siano separati, ma perché le facoltà visive del contemplante si rafforzano progressivamente e gli permettono di penetrare progressivamente sempre più a fondo nella realtà del divino. Inoltre il poeta, che cerca di mettere in versi un’esperienza così straordinaria, denuncia continuamente i limiti e gli scacchi della memoria e del linguaggio umano, incapaci di contenere e di esprimere, se non in minima parte, la visione della divinità.
Dapprima Dio appare a Dante come il principio unitario e ordinatore della molteplicità del reale, come un libro in cui sono perfettamente ordinate tutte le pagine, cioè tutti gli enti, le proprietà, le relazioni che appaiono nel mondo caotici e disordinati come fogli sparsi: «legato con amore in un volume, / ciò che per l’universo si squaderna».
Nel secondo momento Dante può cogliere la trinità e unità divina come tre cerchi «di tre colori e d’una contenenza; // e l’un da l’altro come iri da iri / parea reflesso, e ’l terzo parea foco / che quinci e quindi igualmente si spiri» (vv. 135-120). L’immagine usata da Dante può essere detta, ma non realmente rappresentata, è un’immagine che porta verso la natura divina, ma deve poi essere abbandonata. Di speciale interesse è poi l’uso di una similitudine scientifica per indicare la generazione del Figlio dal Padre: «iri da iri» allude infatti al doppio arcobaleno, fenomeno spiegato dalla meteorologia aristotelica tramite il principio ottico della riflessione. La similitudine è però solo parzialmente appropriata e non può essere assunta per spiegare pienamente i rapporti fra le due Persone divine. Infatti per la meteorologia aristotelica uno dei due arcobaleni è più grande dell’altro, mentre per la teologia cristiana fra le persone della Trinità vige la perfetta eguaglianza.


9.4 La quadratura del cerchio

Il momento culminante è infine la visione dell’incarnazione e dell’umanità del Figlio. Tutto il racconto della visione finale è intervallato da scacchi e cedimenti delle facoltà linguistiche e memoriali del poeta, ma ora è lo stesso personaggio contemplante a non poter comprendere razionalmente il come dell’incarnazione e dell’umanità di Dio. Tale scacco è dichiarato nei termini del fallimento della geometria, della scienza umana, di fronte a un tale insolubile mistero: «Qual è ’l geomètra che tutto s’affige / per misurar lo cerchio, e non ritrova, / pensando, quel principio ond’elli indige, // tal era io a quella vista nova: / veder voleva come si convenne / l’imago al cerchio e come vi s’indova; // ma non eran da ciò le proprie penne».
L’allusione è al problema della quadratura del cerchio, cioè all’impossibilità di trovare un quadrato che abbia la stessa superficie di un cerchio dato. Dante riformula un motivo diffuso nell’innografia medievale, dove si chiamavano in causa problemi insolubili nelle singole scienze per indicare analogamente l’impossibilità di comprendere in modo razionale il mistero dell’incarnazione. Dante è deciso e audace nel mobilitare tutte le risorse delle scienze e della ragione per la comprensione del reale, anche delle realtà oltremondane e della ntura divina. Ma altrettanto deciso è nell’indicare i limiti della razionalità per penetrare i misteri divini.
Così, la comprensione del mistero supremo dell’incarnazione è conclusivamente garantita al contemplante non dallo sforzo intellettuale, ma da un fulgore di grazia che provenendo dall’esterno colpisce e illumina infine la mente di Dante portandola al soddisfacimento del suo desiderio conoscitivo: «ma non eran da ciò le proprie penne: / se non che la mia mente fu percossa / da un fulgore in che sua voglia venne».
Il culmine dell’esperienza straordinaria di Dante nel suo viaggio oltremondano è dunque il dono di una conoscenza intuitiva e non razionale, propria dell’esperienza mistica, non della scienza. Ma subito quella stessa forza divina che ha concesso tale esperienza, «l’amore che move il sole e l’altre stelle», volge le facoltà affettive di Dante, il desiderio e la volontà, verso il compimento della missione che gli è stata assegnata, la scrittura del poema che raccolta agli uomini questa straordinaria esperienza.



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