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Gli anni del riepilogo

4.1 Il vecchio e il Po

''Ma è proprio lui, ser Francesco Petrarca, che scrive su quella piccola imbarcazione, in mezzo alle acque del Po? Si sa che non smette mai di leggere e scrivere ma, per Bacco, con tutte queste onde, potrebbe anche fermarsi. Starà forse difendendosi da qualche detrattore e accusando qualche categoria professionale, ne sono sicuro. Ultimamente è preso piuttosto di mira. Certo, lui ha cominciato presto a inveire contro gli avvocati. Poi si è scagliato contro i medici, scaldandosi un po’ troppo, dicendo che loro van fieri di osservare le urine, i poeti invece si occupano delle virtù e dell’animo umano. Adesso ce la deve avere con quei quattro aristotelici che a Venezia l’han tacciato di ignoranza. Secondo me sta ribattendo proprio a costoro e, se lo conosco bene, starà scrivendo che loro van contando le zigrinature delle code della lucertele e altre amenità del genere, mentre lui trova inutile ogni sapere che non studi l’uomo e non miri a rendere migliore il suo animo.
D’altronde non si può certo dire che lui non si sia speso per la sua causa, quella di studiare l’animo umano, soprattutto in balìa delle passioni. Forse è stato un po’ egocentrico nel mettere se stesso sempre al centro, come se lui fosse proprio il prototipo di uomo. E poi, con tutto il bene che gli voglio, non è certo uno che ha il dono della sintesi: la raccolta di poesie che ha regalato all’amico Azzo da Correggio dieci anni fa conteneva centosettanta poesie quasi tutte sullo stesso argomento e di tono un po’ monocorde. Mah…dicono ci stia lavorando ancora sopra. Magari riesce a rendere questi suoi “frammenti” dell’anima un po’ più avvincenti…ho perso di vista la barca. Mi sembra che risalisse il corso del fiume, verso Pavia.''

4.2 Ritratto

A Milano non si è trovato male, anzi. Però i Visconti l’hanno fatto girare parecchio, mentre gli avevano promesso di lasciarlo in pace. Solo questo lui chiedeva. Pensate che più di una volta ha rifiutato l’incarico di segretario pontificio per essere il meno impegnato possibile e poter continuare a studiare (l’ultima volta gli è andata anche bene: ha accondisceso a fare una prova scritta, in curia, e gli han detto che scriveva troppo difficile, che avrebbe dovuto abbassare il livello della sua scrittura, e allora ha avuto gioca facile nel declinare l’offerta). Ora, per onorare gli impegni presi, andrà per l’ultima volta fuori d’Italia in missione per conto dei Visconti – siamo nel 1361 – questa volta a Parigi per rallegrarsi col re Giovanni II liberato dagli inglesi, ma poi ha già deciso che si trasferirà con tutti i suoi libri a Venezia. Se lo trattano bene potrebbe anche decidere di lasciare al Senato veneziano la sua inestimabile biblioteca. Il tempo fugge, non si ferma neanche un momento – questa cosa lo affligge sin da giovane, figurarsi adesso, con le rughe in viso – e lui non può permettersi di buttarlo via, come ha fatto spesso.
Certo non è più il Francesco dell’età giovanile, e di ciò sarà bene che metta sull’avviso i lettori delle sue opere maggiori, perché sappiano bene che la sua vita è finalmente mutata. Ma è proprio così o è solo un suo desiderio? Non si sa mai bene quanto fidarsi di quello che dice. È tanti di quegli anni che scrive e riscrive le sue poesie volgari, che viene il dubbio che in fondo non siano proprio delle “robettine”, come le chiama lui. Prima ne ha fatto dono ad Azzo da Correggio, poi l’amico Giovanni Boccaccio ne ha copiato un’altra versione, e adesso è lì che ci lavora ancora, e sposta, e risistema. Fortuna che questa volta ha un aiuto fidato, il copista Giovanni Malpaghini, uno dei migliori in circolazione. Sembra che con lui Francesco abbia stretto un bel rapporto.
Ma chi è quel pittore che, ora che ha alzato gli occhi dal libro, Francesco vede intento a ritrarlo? Non è un paparazzo, ma “il miglior pittore tra i pochissimi dell’età nostra”, mandato dal signore e amico Pandolfo Malatesta (un condottiero amante dell’arte) per avere, dopo il ritratto giovanile del poeta, anche una sua immagine di uomo ormai alle soglie della vecchiaia(external link)(Sen. I 6). E va bene, che faccia pure, pensa Francesco, tanto non gli verrà un granché, e si rimette al lavoro; ma con la mente distratta e pensa: chi può ritrarmi meglio di quanto non abbia fatto io, in tutti questi anni, con l’arte della parola? Bisogna che mandi una copia delle mie poesie d’amore a Pandolfo, visto che è così desideroso di avere un mio ritratto. Ma prima di inviargliela, sarà meglio che la riguardi ancora un po’…

4.3 Il capolavoro della vita

Il dono dei Rerum Vulgarium fragmenta, cioè del suo Canzoniere, a Pandolfo Malatesta, il nostro Francesco lo spedirà solo pochi mesi prima di morire, il 4 gennaio 1374, “sull’uscio della vita, con le dita intitirizzite dal freddo”(external link) (Sen. XIII 10) e in mezzo ad una ennesima guerra. Ma la redazione definitiva, quella che da Pietro Bembo in avanti è stata presa come base di tutte le edizioni, è conservata ancora oggi nel manoscritto Vat. Lat. 3195 della Biblioteca Vaticana, per gran parte autografo di Petrarca. È lì che si è finalmente placata la sua ansia emendatoria; lì che le tessere del mosaico hanno trovato il giusto ordinamento; lì che il cerchio finalmente si è chiuso. Dico cerchio, o cerchi concentrici, perché non si può certo parlare di vero percorso, e ancor meno di ascensione al cielo, benché il Canzoniere finisca con una canzone-invocazione alla Vergine. Se Dante arriva in Paradiso con la sua volontà, per la sua “altezza d’ingegno”, le metamorfosi della sua mente e della sua lingua, e giunto al culmine osa protendere lo sguardo a Dio (“ficcar lo viso per la luce eterna”), Francesco, con l’umiltà del cristiano che si sa deficitario rispetto ai suoi doveri, piega umilmente le ginocchia della mente, e attende di essere salvato dalla Grazia. Sa di aver fatto della propria vita come si fa di un’opera d’arte (come si dirà molto più tardi) ed è questo in fondo il suo più grave peccato. Sa di non aver usato i versi “per” un alto fine, ma di aver tutto subordinato alla letteratura. Nonostante la finta umiltà con cui si rivolge ai posteri, sa benissimo – o almeno a noi piace immaginare – che diventerà il maestro operativo di tante letterature nazionali, mentre Dante sarà in eterno un nume tutelare, un nonno austero con una fantasia troppo alta per non fare paura.
Quando, nel 2004, si è festeggiato un po’ in tutto il mondo il settimo centenario della nascita di Petrarca, in uno dei più diffusi magazine sloveni è uscito un articolo del poeta Rastko Močnik, che cominciava così: «Il 20 luglio sono trascorsi settecento anni dalla nascita di Francesco Petrarca. Siccome è anche “nostro”, è giusto ricordarlo». Petrarca è anche degli sloveni, come, almeno, di tutti gli europei, perché dopo aver letto il Canzoniere non si può più passeggiare solitari in un bosco pensando alla propria amata lontana senza pensare di seguire le orme di colui che “Solo et pensoso i più deserti campi / andava misurando a passi tardi et lenti”; non si può più piangere per amore chiusi nella propria cameretta senza pensare che essa è un porto quieto, anzi, lo è stata, ma adesso si può trovare rifugio solo in mezzo alla folla; non si possono più guardare dei capelli biondi mossi dal vento senza pensare “i capei d’oro a laura spari” (e anche quando i capelli della donna son di color nero corvino, come quelli della Bárbora del poeta portoghese Luís de Camões, l’allusione è sempre al mito di Laura). Il Canzoniere ha istituzionalizzato per secoli la casistica amorosa, insegnandoci che in questo campo non vale nessun principio logico e che aggiungendo ossimori su ossimori si può dare una vaga idea di cosa sia la schiavitù d’Amore: “ch’io medesmo non so quel ch’io mi voglio, / e tremo a mezza state, ardendo il verno” è la chiusa di un emblematico sonetto petrarchesco, il 132, che il grande poeta inglese Geoffrey Chaucher (1340-1400) citerà nel suo poema Troylus and Criseyde. Le parole stanno sempre dentro un “range” esclusivo, lontano dalle periferie del linguaggio, selezionato sin da principio, e gli oscillamenti del cuore sono espressi da accostamenti di vocaboli topici in antitesi o in dittologie sinonimiche. Il compito del poeta non sta più nell’esplorazione delle possibilità del linguaggio, nelle basse come nelle alte sfere, quanto nell’infinita combinazione di pochi termini fortemente connotativi (Luce, stanco, vano, tempesta e tempestoso, guerra, pellegrino, solo, diviso, rimembrare, ardere, consumarsi, desio, sereno, ghiaccio, foco); il loro slittamento semantico, come avviene esemplarmente nella sestina(external link), crea dei “centri vivi di energia” (Noferi) attorno a cui gravita il componimento poetico.

4.4 Venezia

Dal 1362 al 1368 palazzo Molin, nella riva degli Schiavoni, ha un inquilino d’eccezione. Il Senato della Serenissima è riuscito a convincere Francesco Petrarca a venire a trascorrere in laguna la sua piena maturità, promettendogli di liberarlo da quegli impicci diplomatici cui i Visconti l’hanno più volte costretto. La casa è bella grande, così Francesco potrà tenere presso di sé per lunghi periodi un copista che lo aiuti a ricopiare in bella le sue opere, e invitare gli amici e la figlia Francesca col marito Francescuolo da Brossano, che deve cominciare a istruire sulla gestione del proprio piccolo patrimonio, se è a lui che lo vuole in gran parte lasciare in eredità. Magari tornerà anche a trovarlo il suo amico Giovannin Boccaccio. Francesco è stanco e un po’ depresso, benché ormai alla morte di persone care sia abituato: nel 1361 sono morti infatti suo figlio Giovanni e il suo carissimo Socrate (il fiammingo Ludwig van Kempen), cui ha dedicato la poderosa raccolta di lettere Familiari. Adesso ha cinquantasette anni ed è l’età in cui più o meno anche per il suo Cicerone comincia la vecchiaia. La raccolta di lettere che scriverà da qua sino alla morte, e che dedicherà all’amico fiorentino Francesco Nelli (classicizzato in Simonide), la chiamerà Libri di cose senili, includendovi riflessioni, note di vita privata, brevi trattati. Non facciamo segreto che per narrarvi questa storia che volge lentamente al termine, abbiamo sbirciato più di una volta dentro questi due corposi volumi (Familiari e Senili). Non si tratta, del resto, di scritture private, giacché – vero e proprio genere letterario da Francesco stesso ripristinato sulla scorta di Cicerone e Seneca – queste fanno parte integrante dell’ampio menù di opere che lascia ai posteri; anzi, proprio qui il nostro autore pare indirizzare il critico che, armato di pazienza, voglia conoscere ogni piega della sua vita, delle sue amicizie, del suo pensiero, del suo tempo. I ventiquattro libri delle Familiari si concludono con lettere indirizzate ai suoi autori preferiti (Cicerone, Quintiliano, Livio, Virgilio, Omero, Varrone, Seneca, Orazio); le Senili invece avrebbero dovuto concludersi con una lunga lettera rivolta ai posteri. Se l’ordinamento delle lettera ha un senso, come è certo che ce l’abbia, questo significa che Francesco si sente il ponte fra passato e futuro, ponte che ogni uomo di cultura dovrà attraversare.
Nel 1366 pone l’ultima mano ad un’opera cominciata molti anni prima, impregnata di filosofia stoica ma molto medievale nell’impostazione: si tratta di quell’operetta sulla buona e la cattiva sorte(external link) di cui poco fa abbiamo accennato: tante piccole contese tra Gioia e Speranza da un lato, Dolore e Timore dall’altro, che interloquiscono con la ragione, sostenitrice dell’equanimità in ogni circostanza della vita. Il motivo è tutt’altro che originale (ne parlarono già Livio, Cicerone e Seneca) ma l’operetta riscuoterà un enorme successo, soprattutto oltralpe: verrà tradotta in francese già nel 1366 o 1367 da Jean Daudin, andando a completare i Remedes ou confors des maulz fortuitorum di Seneca eseguita da Jacques Bauchant su richiesta del re. Tutto questo puntare sull’etica alcuni studiosi della natura non lo capiscono. Quattro averroisti veneziani, di cui Francesco tace il nome affinché non acquistino fama attraverso il suo scritto, condannano la sua ignoranza, e allora Francesco risponde da par suo in una operetta apologetica intitolata “L’ignoranza mia e di molti”(external link). Decidano i posteri a chi dare la palma dell’ignoranza. Forse anche perché a Venezia abita gente di questo tipo, nella primavera del 1368 il nostro poeta si trasferisce a Padova dall’amico Francesco da Carrara.

4.5 Trionfi di una vita

Francesco continua a leggere e a riscrivere, a correggere maniacalmente le proprie opere, soprattutto il Canzoniere. A Giovanni Boccaccio che gli consiglia, con la vecchiaia, di riposarsi, risponde che non riesce a immaginare una vita senza le lettere, che sono state per lui sempre il filo conduttore della sua vita, che hanno “disacerbato” il suo dolore quando esso era più intenso, che lo hanno nutrito di sospiri, che gli hanno fatto scoprir se stesso(external link) (Sen. XVII 2). Quella della scritttura è una sorta di febbre dell’anima, radicata nelle ossa; per questo brama che la morte lo trovi “intento a leggere e a scrivere o, se Dio voglia, a pregare e a piangere”. E così sarà, possiamo dire, se l’ultimo dei Trionfi(external link) che compone lo finisce proprio pochi giorni prima di morire. Il lettore non voglia credere che abbian taciuto finora di quest’opera volutamente, per fare un favore al nostro. Che non sia un’opera molto riuscita, vuoi per l’incapacità di utilizzare la terza rima, vuoi per l’esclusione del principio coesivo della precedente poesia (il proprio io), non è un segreto. D’altronde Francesco gioca su un terreno non suo: quello narrativo e ascensionale della terzina dantesca. Si tratta di una serie progressiva di “visioni”, in cui il trionfatore di un capitolo soccombe nel successivo: Amore trionfa sugli uomini, su lui trionfa Pudicizia (Laura), che è a sua volta sopraffatta dalla Morte; su Morte trionfa Fama, su questa a sua volta il tempo e su quest’ultimo, infine, l’eternità, un nulla angosciante, assenza totale di spazio e di tempo, che somiglia pochissimo ad un paradiso cristiano. A parte questo “nulla” che tocca noi moderni, è notevole il dialogo tra lui e Laura nel Trionfo della Morte, dove finalmente Francesco ha occasione di parlare con la sua amata della loro vicenda terrena. Quel momento, insomma, che tutti gli innamorati delusi aspettano, a giochi terminati. I Trionfi, mai pubblicati in vita da Francesco, furono tolti dal cassetto e divulgati dal genero Francescuolo da Brossano e da Lombardo della Seta. La loro fortuna iconografica sarà sterminata, basti pensare che manoscritti dei Trionfi sono stati miniati da pittori del calibro di Apollonio di Giovanni e Piero della Francesca. Questo percorso iconografico, che comprende anche stampe quattro e cinquecentesche e cassoni nuziali, costituisce un interessante capitolo di storia dell’arte, ma ha anche influito sulle vicende dello spettacolo teatrale in età laurenziana (1469-1492) con l’invenzione del trionfo carnascialesco.
L’ultimo di questi Trionfi, dicevamo, Francesco nostro lo compone interamente nell’estremo lembo della sua vita, in una località sui colli euganei che prima si chiamava Arquà e oggi, visto che lì si è spento il nostro poeta, si gloria di chiamarsi “Arquà Petrarca”. Il terreno glielo dona nel 1369 il suo amico Franceco da Carrara e il nostro utilizza parte dei suoi risparmi per farvi costruire una casetta dove trascorrere in serenità, in compagnia dei pochi affetti rimasti, l’ultimo scampolo di vita. Ma un ultimo viaggio ci tiene a farlo: Urbano V, da lui fortemente sollecitato, ha riportato finalmente a Roma la sede papale (anche se non durerà molto). Vuole andare a congratularsi con lui.

4.6 Dire, fare…lettere, testamento

Dopo mille raccomandazioni, si mette in viaggio, nell’aprile del 1370. Non prima, però, di aver fatto testamento, come da prassi, per viaggi così lunghi in una età attempata come la sua. Lascia a Francesco da Carrara un’immagine della beata Vergine, “opera del famoso pittore Giotto…la cui bellezza, non intesa da gente incompetente, è invece oggetto di meraviglia da parte degli esperti”. All’amico Giovanni Boccaccio lascia cinquanta fiorini d’oro “perché si compri una sopravveste invernale per lo studio e le veglie notturne”. Dalla pagina emerge un sorriso. Sorriso che si tramuta improvvisamente in una fitta di dolore quando, giunto solo a Ferrara, Francesco è colpito da una sincope. È la prima zampata sferrataglia dalla morte, cui comunque non basterà questo primo colpo per portarselo via.
È costretto a interrompere il viaggio e a voltare la carrozza per tornare nella sua casa di Arquà. Non riesce a placare il suo istinto di pellegrino, se ancora nel 1372 progetta di andare a Perugia a trovare l’amico e legato pontificio Philippe de Cabassoles(external link). Il progetto è vanificato dalla morte dell’amico, nell’agosto di quello stesso anno. La morte gli manda messaggi, direttamente rivolti a lui, o per interposta persona. Quando il 15 novembre del 1372 deve lasciare Arquà per la guerra scoppiata tra Venezia e Padova, continua qui a scrivere e rivedere le sue opere: il 4 gennaio 1373 manda a Pandolfo Malatesta l’ultima revisione del suo Canzoniere (forma Malatesta), ma questa redazione sarà a sua volta surclassata dalla redazione Queriniana(external link).
Un giorno gli capita sotto gli occhi la raccolta di novelle dell’amico Giovanni Boccaccio, il Decamerone. Lo sfoglia, lo leggiucchia (il volume è così grosso e poi è scritto in volgare: non ha tempo da perdere), non gli piace proprio tutto, ma qua e là trova storielle che gli garbano. In particolare è avvinto dall’ultima novella, quella di Griselda, estremo magnifico esempio di “magnanimità” femminile. La impara a memoria e poi si mette a riscriverla in latino, come omaggio all’amico: se questi l’ha scritta in volgare rivolgendosi alla schiera di donne italiane che non sanno il latino, Francesco la riscrive nella lingua dei dotti(external link) perché possa valicare le Alpi e diventare patrimonio della Repubblica delle Lettere. E così succede: l’appassionante storia della moglie del marchese Gualtieri di Saluzzo, da lui vessata fino all’inverosimile ma sempre obbediente e fedele, gira l’Europa col titolo De insigni obedientia et fide uxoria come esempio di pazienza, prodotto agiografico accostabile alle vite di Santa Gertrude, Santa Barbara, Santa Lidvige. Diventa quasi un best seller, di cui si ignora spesso il primo autore. Geoffrey Chaucher, nei suoi memorabili Canterbury Tales, la traduce in inglese, e si vanta col lettore (cosa difficilmente vera) di averla appresa a Padova direttamente dalla voce di Petrarca.
Forse con un libro in mano, come avrebbe desiderato, Francesco Petrarca finì la sua traversata terrena nella notte tra il 18 e il 19 luglio 1374, poche ore prima di compiere settanta anni, nella sua casa di Arquà, che diverrà presto meta di pellegrinaggi.

4.7 Come un gabbiano ipotetico

Avete mai provato l’esperienza di stare sul ponte di una nave e vedere, pochi metri sopra la vostra testa, un gabbiano che pare immobile, e che invece sta volando sfruttando la scia d’aria creata dal natante? Deve essere capitata un’esperienza simile anche al giovane Francesco (prima di rifiutarsi, in seguito a brutte esperienze, di viaggiare in mare) di fronte alle coste di Roma, mentre navigava verso Napoli. In quel momento ebbe una sorta di visione, prese carta e penna e buttò giù dodici versi latini: cosa ci sarebbe di più bello che trascorrere la vita volando assieme a Laura, trasformatasi in gabbiano, con lei accarezzando all’unisono i flutti del mare, seguendola ovunque volesse? Niente di più bello, certo, se ci fosse anche il miglior amico (Socrate), anche lui trasformato in gabbiano, anche lui in compagnia della sua dolce metà. Allora Francesco potrebbe, dall’alto del cielo, vedere la nave della sua vita, che ha sempre traballato su un mare periglioso. E vedrebbe, forse, anche il “vasel” su cui furono posti Dante, Guido e Lapo con le loro rispettive donne, un souhait che espresse un sogno analogo a quello di Francesco, di coniugare cioè insieme amore ed amicizia, le cose più sublimi con cui l’uomo riesce ad attraversare l’oceano dell’esistenza.
“Qual grazia, qual amore o qual destino / mi darà penne in guisa di colomba, / ch’i mi riposi e levimi di terra?” (RVF 81, 12-14) si era chiesto Francesco un giorno, parafrasando un salmo. Ora che vola davvero in cielo, assieme alla sua Laura, al suo Socrate e alla di lui compagna, Francesco si ricorda di quel sogno fatto in vita e spera che a tutti gli uomini sia concesso di poter scegliere quale forma la propria anima assumerà dopo l’uscita dal carcere terreno.

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