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Gli amori e la politica

Di nuovo al servizio dei Medici

La tensione ideale che spira da questo testo conferma ancor più il ritratto di un Machiavelli che non arretra di fronte al vagheggiamento di grandi imprese, a dispetto della concretezza e degli stringenti, realistici ragionamenti di cui è intessuta tutta la sua opera. Ma se pensiamo alla conclusione del Principe, con l'esortazione a liberare l'Italia dal dominio straniero, al rimpianto, nei Discorsi, per le antiche istituzioni repubblicane, al desiderio costante, ribadito nell'Arte della guerra, di dotare Firenze di una milizia ordinaria che la potesse difendere dagli attacchi esterni, se pensiamo a tutto questo, allora capiremo perché Niccolò, nonostante le brucianti delusioni di tutta una vita, abbia sempre trovato la forza per rialzarsi e rimettersi al lavoro: non aveva altro desiderio che quello di servire la propria città; la politica era il suo ambiente naturale, altro non sapeva fare, e lo voleva fare al meglio, fuori da piccolezze e meschinità, immerso tutto nella prospettiva di un futuro che sperava migliore di questo presente a suo giudizio imperfetto e mediocre.
Ecco perché, non appena gliene viene offerta l'occasione, si rimette al servizio dei Medici: dapprima deve sbrigare alcune faccende di poco conto, come risolvere beghe tra mercanti; poi, nel novembre del 1520, il cardinale Giulio gli affida un incarico di prestigio: scrivere una storia di Firenze, come avevano fatto nel passato umanisti del calibro di Poggio Bracciolini(external link) o Leonardo Bruni(external link).
Niccolò avrebbe voluto forse calarsi nuovamente nella politica attiva, ma dopo tanti anni di inerzia la stesura di quelle che diventeranno le Istorie fiorentine era pur sempre un'occasione da cogliere al volo.

Gli amori…

Nel 1525 l'opera è pronta, e Machiavelli può presentarla al papa, ovvero lo stesso cardinale Giulio, nel frattempo salito al soglio pontificio con il nome di Clemente VII(external link). È l'ultima grande opera di Niccolò, che ha ormai più di cinquant'anni, e non rinuncia, nonostante l'età, alle piccole missioni in giro per l'Italia che la sorte sapeva ancora offrirgli: in una di queste ha modo di approfondire l'amicizia con Francesco Guicciardini(external link), l'altro grande scrittore politico del Rinascimento, su cui tra breve avremo modo di tornare. L'altra passione a cui Niccolò non rinuncia sono le donne. Doppiato da un pezzo il “mezzo del cammin” della vita, Machiavelli sembra accendersi d'amore per Barbara Raffacani, una gentildonna, cantante e cortigiana, che frequentava la casa del Fornaciaio, un nobile fiorentino di cui Niccolò era spesso ospite.
Che l'infatuazione si trasformasse in relazione vera e propria è lo stesso epistolario di Machiavelli a rivelarcelo, come quando, in data 15 marzo 1526, si rivolge a Francesco Guicciardini chiedendo dei favori per Barbara: «dove voi gli possiate far piacere, io ve la raccomando, perché la mi dà molto più da pensare che lo inperadore». Insieme, però, Niccolò si lascia avvincere anche dalle grazie della popolana Maliscotta, che aveva conosciuto a Faenza, ancora una volta in un'ambasceria presso il Guicciardini. Non dobbiamo stupirci degli “amorazzi senili” di Niccolò, che ha sempre avuto un debole per il fascino femminile: ora sono la Raffacani e la Maliscotta, in passato erano state la Riccia, una cortigiana fiorentina, e una tal Jeanne, conosciuta in una delle missioni in Francia.
A casa, poi, c'era sempre la povera Marietta ad aspettarlo, tanto che l'amico Filippo de' Nerli dovrà lamentarsi con Francesco del Nero dei comportamenti passionali di Machiavelli, uno che, in fin dei conti, era padre di famiglia. Ma forse anche la passione per le donne era segno della grande vitalità di Niccolò, che nell'ultimissima parte della sua vita di nuovo si trova impegnato in missioni di un certo riguardo.

… e la politica

La politica delle grandi potenze europee, infatti, continua ad avere come epicentro l'Italia. Un nuovo grande sovrano si staglia all'orizzonte: l'imperatore Carlo V(external link), di cui, com'è noto, si dirà che sul suo impero non tramonta mai il sole: riuniva infatti sul suo capo, per una serie di circostanze fortuite, la corona imperiale e la corona di re di Spagna. Carlo V si pone come il nuovo paladino della cristianità e decide di riconquistare all'impero tutte quelle terre che giudicava illegittimamente tenute da altri sovrani: tra queste il ducato di Milano su cui governava il re di Francia Francesco I(external link), che in un grande battaglia combattuta a Pavia viene catturato e fatto prigioniero. Tutti i territori contesi passano all'impero; in cambio, con il trattato di Madrid del 1526, Francesco I riacquista la libertà, ma anziché onorare l'accordo, riesce a creare un'alleanza anti-imperiale, la cosiddetta Lega di Cognac(external link), con papato, Firenze e Venezia.
Machiavelli è chiamato a redigere progetti per rafforzare le mura di Firenze, viene mandato da Francesco Guicciardini, plenipotenziario papale, in missione presso le varie potenze coinvolte: egli è di nuovo nel pieno delle sue forze e dell'attività che tanto ama.
Le cose tuttavia non volgono al meglio: le truppe imperiali, oltre a essere molto numerose, sono ben addestrate. L'unico problema è, dopo Pavia, la difficoltà di equipaggiarle e pagarle a dovere, ma anche questa difficoltà si trasforma in un'arma potentissima: i soldati, malnutriti e stanchi, vengono condotti dai loro capitani verso Roma, capitale (per loro protestanti) della cristianità infida: è il cosiddetto sacco di Roma(external link), ovvero il saccheggio della città, nel maggio del 1527.

Francesco Guicciardini

Francesco Guicciardini, cui qua e là abbiamo accennato, è un alto esponente della politica fiorentina, ora al servizio di Clemente VII. È proprio in questi anni difficili che Machiavelli rinsalda l’amicizia con lui, nonostante le differenze nel carattere e nella storia famigliare.
Figlio di Piero, importante esponente della parte ottimatizia oltre che amico e discepolo di Marsilio Ficino(external link), Guicciardini viene subito avviato agli studi giuridici e poi alla professione avvocatesca: una professione che gli frutterà anche un certo agio economico, se in alcuni appunti autobiografici potrà dire di avere avuto «più condizione assai che non si aspettava all'età mia». Dopo il matrimonio con la figlia di Alamanno Salviati(external link), anch'egli esponente di spicco della parte aristocratica, comincia per Guicciardini la carriera politica.
È del 1511 l'incarico più importante offertogli dalla Repubblica fiorentina: l'ambasceria presso Ferdinando il Cattolico(external link); si tratta di verificare le reali intenzioni del re di Spagna rispetto alla coalizione che il papa vuole mettere in piedi contro Luigi XII di Francia; mentre Guicciardini è in Spagna, Machiavelli è in Francia: i due più importanti scrittori politici del nostro rinascimento, insomma, verificano sul campo la tenuta e la reale applicabilità delle loro idee sullo stato e sulla dialettica del potere tra le grandi nazioni europee.
È questo il sentimento che per esempio informa il Discorso di Logrogno, uno dei testi politici più interessanti del Guicciardini, composto appunto in Spagna nel 1512 con l'intenzione di discutere la forma di governo migliore per Firenze, avendo tuttavia ben presente uno scacchiere europeo dal quale è ormai impossibile prescindere, dal momento che proprio la politica delle grandi potenze influenza le vicende interne della città italiane.
La riprova se ne ha allo scadere di quello stesso 1512, con la caduta della repubblica fiorentina e il ritorno dei Medici: la proposta, avanzata da Guicciardini proprio nel Discorso di Logrogno di una costituzione mista, che contemperi potere monarchico (gonfaloniere), oligarchico (Senato) e democratico (Consiglio maggiore) appare drammaticamente superata dai fatti.

Coincidenze della vita

Se l'ambizione di procurare il bene alla propria città accomuna emblematicamente Niccolò e Francesco, anche le vicende biografiche hanno tratti simili. L'arrivo dei Medici compromette la carriera di Francesco, che può tornare alla politica attiva solo nel 1516, e solo al servizio del papa (è del resto quello che sperava, e che in qualche modo ottenne, lo stesso Machiavelli). Prima sotto la protezione di Leone X(external link) e poi di Clemente VII(external link), peraltro appartenenti alla famiglia Medici, Guicciardini ottiene importanti incarichi, come il governatorato di Modena prima e la presidenza della Romagna poi. Tra il '21 e il '26, nel pieno di avvenimenti drammatici per l'Italia, Guicciardini scrive il Dialogo del reggimento di Firenze, dove riprende, in maniera più articolata, i princìpi enunciati nel Discorso di Logrogno: l'importanza assunta, nella vita politica fiorentina e italiana, dalla famiglia dei Medici, rendeva quella riflessione sulla repubblica ormai del tutto inapplicabile; quello che però interessa a Guicciardini è realizzare un discorso teorico ampio e ben saldo, ragione per cui tornerà a più riprese sul testo, procurandone due redazioni successive e riscrivendo addirittura tre volte il proemio.

La storia ritorna

Il 18 maggio 1521, Guicciardini scrive una lettera a Machiavelli, in cui si compiace del suo nuovo incarico di storiografo fiorentino, senza tuttavia dimenticare che in altri tempi l'amico aveva ricoperto incarichi di ben più alto prestigio nell'ambito della politica attiva. La missiva è importante perché ci mostra il sentimento di stima che univa i due, oltre ad un approccio simile agli insegnamenti della storia. Quando io considero, scrive Guicciardini all'amico, «con quanti Re, Duchi et Principi, voi havete altre volte negociato», mi viene in mentre Lisandro, il famoso condottiero spartano, a cui spettava di distribuire il rancio a quegli stesso soldati che aveva appena comandato. Se ne può dedurre, seguita Guicciardini, che mutati solo i visi degli uomini, tutte le cose nel corso dei secoli ritornano, «et però è buona et utile la hystoria, perché ti mecte innanzi et ti fa riconoscere et rivedere quello che mai non havevi conosciuto né veduto».
Lo stesso concetto Guicciardini esprime quasi in identica forma in uno dei Ricordi: "Tutto quello che è stato per el passato e è al presente, sarà ancora in futuro: ma si mutano e nomi e le superficie delle cose, in modo che chi non ha buono occhio non le riconosce, né sa pigliare regola o fare giudicio per mezzo di quella osservazione".

Qualche idea comune

I Ricordi sono l'opera forse più nota di Guicciardini: una serie di massime di carattere morale e politico, distillate dalla sua enorme esperienza mondana (non a caso egli continuò a limare ed accrescere il suo libretto nel corso di oltre un ventennio). Qui, tra le altre, si trova una massima che non avrebbe stonato nemmeno in bocca a Niccolò: «Tre cose desidero vedere innanzi alla morte: uno vivere di republica bene ordinato nella città nostra, Italia liberata da tutti e' barbari e liberato el mondo dalla tirannide di questi scelerati preti». In quanto ai preti, Francesco e Niccolò avevano idee simili e piuttosto severe... La forma repubblicana era quella in cui erano nati, avevano cominciato a muovere i primi passi da politici e che rimpiangeranno per tutta la vita. Infine, il desiderio di vedere il suolo della penisola finalmente libero dagli eserciti stranieri, doveva scontrarsi con la debolezza costitutiva della miriade di stati e staterelli italiani, soprattutto in quel drammatico giro di anni che va dal 1525 al 1527.

Il sogno di Niccolò

Abbiamo detto prima del sacco di Roma(external link): a Firenze, con la sconfitta della lega e delle truppe papali, le cose naturalmente si mettono male. Già nell'aprile c'è una sollevazione contro i Medici: nel maggio vengono definitivamente scacciati ed è restaurata la repubblica. Molti si aspettano che Machiavelli venga di nuovo nominato segretario, se lo aspetta lui stesso; molti altri, tuttavia, non hanno mai potuto sopportarlo, perché non è aristocratico, perché nell'ultima parte della sua carriera ha servito Clemente VII e i Medici, perché si dice che sia un uomo senza Dio, eretico e malvagio... Insomma, com'è prevedibile, ancora una volta Niccolò viene messo ai margini.
Questa volta, però, non ha molto tempo per dolersene: il 10 giugno, avendo contratto qualche infezione, si ammala di peritonite. Il 21 giugno muore e il giorno seguente viene sepolto in Santa Croce.
Negli ultimi giorni di vita pare che raccontasse agli amici un sogno, divenuto noto come il “sogno di Machiavelli”: nel sogno Niccolò vede un gruppo di persone lacere e tristi; chiede chi siano e loro rispondono di essere i beati del Paradiso; vede un'altra schiera di uomini, dall'aspetto solenne e dagli abiti nobili; tra essi vi sono grandi filosofi e pensatori dell'antichità, come Platone e Plutarco; alla domanda sulla loro identità gli viene risposto che sono i dannati dell'inferno. Così, conclude Machiavelli, è meglio andare all'inferno per parlare con quei grandi, che finire in paradiso ad annoiarsi mortalmente.
E davvero per lunghi secoli, le opere di Machiavelli sono state relegate negli inferni delle biblioteche come testi terribili e malvagi, scritti da un uomo che voleva sovvertire le buone regole della politica, e che invece provava solo a salvaguardare, con l'audacia del pensiero, i destini della propria città e dell'Italia intera.

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