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Gli amori di Ludovico

18 - Gli amori di Ludovico

Perché Ariosto una famiglia ce l'aveva, e anche piuttosto composita. A dispetto del carattere alieno dall'avventura, Ariosto non disdegna gli intrecci sentimentali. Ha infatti un primo figlio, Giambattista, dalla sua domestica personale. Nel 1509 Orsola Sassomarino gli dà un secondo figlio, Virginio. Nel 1514, finalmente, si innamora di Alessandra Benucci, moglie di un mercante fiorentino, e la sceglie come compagna di vita dopo che quest'ultimo muore nel 1515. I due, tuttavia, evitano di sposarsi per non dover rinunciare ai benefici ecclesiastici lui e alle rendite del marito lei. Solo tra il '28 e il '30 i due celebreranno delle nozze segrete. Dal momento del ritorno a Ferrara seguono anni finalmente più tranquilli, nei quali Ariosto può dedicarsi alla rappresentazione delle sue commedie (alcune delle quali riscrive in versi) e all'edizione definitiva dell'Orlando furioso, che esce nella sua terza impressione presso la tipografia di Francesco Rosso da Valenza a Ferrara nel 1532, un anno prima della morte.

20 – Matteo Maria Boiardo

Come si diceva all'inizio, il capolavoro ariostesco è il momento culminante di una lunga tradizione che aveva fatto del paladino Orlando l'eroe per antonomasia. C'è di più: Ariosto ricollega la propria opera direttamente a quella di un altro poeta estense, Matteo Maria Boiardo(external link), autore, tra la fine del Quattrocento e l'inizio del Cinquecento di un poema intitolato L'inamoramento di Orlando, o, secondo la dizione che si è tramandata dall'epoca romantica in avanti, Orlando innamorato. Dobbiamo allora prenderci una pausa e compiere una piccola digressione nella vita di Boiardo.
Diverse circostanze della vita accomunano i due poeti: nato nel 1441a Scandiano, presso Reggio Emilia, Boiardo era, come Ariosto, rampollo di una famiglia della media nobiltà: aveva studiato a Ferrara con importanti maestri, Guarino Veronese(external link) in testa, ma, alla morte del padre, fu costretto a imboccare di nuovo la strada di Scandiano per assumere l'eredità del feudo. Cresciuto, divenne cortigiano di Ercole d'Este, che gli commissionò vari incarichi e lo fece governatore delle rocche di Modena e Reggio. Dopo avere combattuto contro gli immancabili banditi, Matteo si trovò ad affrontare un pericolo ben più grave, la discesa in Italia del re di Francia Carlo VIII(external link) nell'estate del 1494: evento epocale e tragico, che costrinse Boiardo a interrompere il proprio poema. Non vi fu modo di riprenderlo, dal momento che il poeta morì nel dicembre dello stesso anno.

21 - L’Orlando innamorato

Dell'Innamorato restano due libri per sessanta canti complessivi più un terzo interrotto all'ottava 26 del canto nono: tutti i personaggi del Furioso sono già nell'Innamorato. Pure dell'Innamorato sono il gusto per gli episodi fantastici e la volontà di intrecciare tante trame diverse. Armi ed amori vi si incontrano come sarà nel Furioso. Qui la trovata più ingegnosa è la fontana dell'amore e dell'oblio: chi beve alla cannuccia dell'amore sarà preso di passione per la prima persona che gli comparirà davanti; esattamente il contrario di quello che succede a chi beve alla cannuccia dell'oblio. Così Angelica sul suo cavallo (immagine 3?) e Ranaldo (è lo stesso Rinaldo del Furioso con un nome leggermente diverso) bevono ripetutamente a questa fontana, ma mai dalla stessa cannuccia: si inseguiranno, odiandosi e amandosi alternativamente, per tutto il poema.
Giunto all'ottava 26 dell'Innamorato, mentre sta raccontando di Bradamante scambiata per un uomo da Fiordespina, Boiardo sente che non avrà più la forza di continuare: ben altri sono, in questo momento, gli eventi cui fare fronte:

Mentre che io canto, o Iddio redentore
vedo la Italia tutta a fiama e a foco
per questi Galli, che con gran valore
vengon per disertar non so che loco;
però vi lascio in questo vano amore
de Fiordespina ardente a poco a poco;
un'altra fiata, se mi fia concesso,
racontarovi il tutto per espresso.

Da lì, dunque, ripartirà Ariosto. Se pensiamo che Ferrara era la capitale indiscussa del romanzo cavalleresco, non ci deve sorprendere più di tanto la scelta di Ariosto di dare continuazione a un altro poema: i signori estensi erano voraci consumatori delle gesta meravigliose di questi cavalieri; così, riprendere il filo dove l'aveva lasciato interrotto Boiardo significava non solo omaggiare i propri padroni di ciò che essi prediligevano, ma anche rivendicare in pieno la propria appartenenza a un preciso contesto culturale

22 – Al lavoro sul Furioso

Ariosto aveva già mandato in stampa altre due edizioni del Furioso (link immagine 2): una nel 1516 e una nel 1521, continuando ad apportare modifiche sostanziali o di semplice patina linguistica.
Questo continuo lavoro di correzione ci fa dire che solo per l'Orlando furioso, solo per l’attività poetica Ariosto giudicava sensato spendersi in maniera tanto sollecita. Persino dopo il ’32 continuava a non ritenere compiuto il lavoro di revisione, dal momento che una copia dell'ultima edizione presenta annotazioni autografe su cambiamenti, anche minimi, da apportare. La poesia, l'immaginazione, l'attività fantastica dentro i solidi schemi metrici della tradizione era per Ariosto l'unica avventura degna di essere vissuta. Come accadrà per un altro grande scrittore di avventure, Emilio Salgari(external link), Ludovico è un viaggiatore sedentario: Roma è il posto più lontano dove si sia mai recato e l'idea dell'Ungheria gli fa venire i sudori freddi (certo, viaggiare è meno facile che nell'Ottocento, ma se avesse potuto, Ludovico avrebbe fatto a meno anche di quelle antipatiche visite al pontefice...). Nonostante questo, l'Orlando furioso è pieno di viaggi, di avventure, di gente che corre da un posto all'altro del mondo, dentro una geografia fantasiosa e arcana.

23 - Il poema dei destini erranti

Già quando apriamo le prime pagine troviamo qualcuno che corre sul suo cavallo: è Angelica (link immagine 3), la protagonista femminile del poema, inseguita da due cavalieri, Ferraù e Rinaldo, entrambi innamorati di lei. Per qualche scherzo del destino, i due si disperdono e sono costretti a cominciare un nuovo inseguimento; uno, Ferraù, dietro all'elmo di Orlando cui lo sprona l'apparizione fantastica di un altro cavaliere da lui ucciso qualche tempo prima; l'altro, Rinaldo, dietro al suo cavallo imbizzarrito. Come se non bastasse, dopo qualche altra ottava sopraggiunge un nuovo cavaliere (ma è una donna: Bradamante) alla ricerca di Ruggero, l'uomo che ama. Orlando, come tutti i personaggi importanti, si fa attendere un po': entra in scena solo nel canto VIII; è a Parigi, a difendere il campo cristiano contro i saraceni, ma subito ne parte per mettersi sulle tracce di Angelica. Potremmo continuare così per pagine e pagine: non c'è nessuno che stia fermo, nessuno che abbia o cerchi un attimo di requie.
Tutti si muovono dietro la spinta ossessiva di qualcosa o qualcuno: è questa la grande follia del mondo, quella che Ludovico ravvisava nei suoi contemporanei, nei cortigiani alla ricerca di un minimo prestigio sociale come nei signori sempre pronti a rivaleggiare con qualche altro principe nell'acquisto e nell'ostentazione del potere. E' un'impronta che accomuna tutti: per questo il timbro della poesia ariostesca non può essere tragico, perché lo stesso poeta avverte di non potersi dissociare dalla pazzia dell'umanità, sente di coltivarla a sua volta, sente anzi che è ineludibile; tutti, chi più chi meno, coltiviamo una nostra ossessione: preso atto di questo tanto vale accettarla e, se possibile, riderci sopra.

24 – Il castello di Atlante: la pazzia del mondo

C'è un famoso episodio del Furioso, in cui vediamo buona parte dei personaggi del poema varcare la soglia di un castello (link immagine 4): hanno visto entrarci la persona amata o vi hanno perso qualcosa (per esempio il cavallo), che non riescono poi a riconquistare; siamo infatti in un castello incantato e quello che tutti cercano è solo un'apparenza, un'immagine che svanisce nel momento stesso in cui si crede di averla raggiunta. Così, chi vi capita, passa lì dentro «le settimane intiere e i mesi» (link 12). E' una metafora suggestiva di questa stramba combriccola di pazzi che è per Ariosto il mondo; tutti siamo alla ricerca ossessiva di qualcosa che non si realizza mai, perché mai l'uomo è in grado di godere pienamente di ciò che ha, e ogni condizione pur minimamente felice è perennemente procrastinata (come tutto torna in letteratura: sembra Leopardi (link 13) e invece è Ariosto!).

25 - La terra e la luna

L'immagine del castello di Atlante (così si chiama il mago che lo ha costruito) è simile a quello degli uomini che tentano di catturare la luna: credi di avere la felicità a portata di mano, ma ti accorgi di non arrivarci mai. E la luna, come emblema di irraggiungibilità, di un desiderio o di un'aspirazione sempre frustrata, torna anche alla fine dell'Orlando furioso: Orlando ha perso la testa dietro i capricci della bella Angelica sul suo cavallo (immagine 3?) e ora il suo «senno» è finito sulla luna (link immagine 5), dal momento che tutto quello che viene smarrito sulla terra finisce lassù (una specie di duplicato del castello di Atlante, insomma); un altro paladino, Astolfo, si assume il compito di andare a recuperarglielo, e ha così modo di osservare quante sono le che cose gli uomini perdono senza saperlo. Vi si trovano le lacrime e i sospiri degli amanti, il tempo che si consuma giocando d'azzardo, l'ozio degli ignoranti, le corone dei re e, naturalmente, tutti i doni e le adulazioni che i cortigiani spendono per i loro signori nella speranza di riceverne qualche beneficio.
Alla fine Astolfo riuscirà a ridare il senno a Orlando, facendoglielo inalare, e recupererà persino un pezzo del proprio smarrito durante gli anni: ma, ecco la solita ironia ariostesca, sarà costretto a riperderlo dopo qualche tempo: «...uno error che fece poi/fu quello ch'un'altra volta gli levò il cervello».
Alla fine anche gli altri fili della storia si ricompongono: in particolare i due innamorati Ruggiero e Bradamante potranno sposarsi, dando inizio, nell'immaginazione del poeta, alla dinastia degli Este (anche se perennemente insoddisfatto, Ariosto era pur sempre uno stipendiato della casa ducale...).

26 – Fortuna dell’Orlando furioso

E' una fortuna che Ariosto sia arrivato a concludere la terza redazione del Furioso: pochi mesi dopo la pubblicazione, nel luglio del '33, egli muore nella sua casa in contrada Mirasole a Ferrara. Il poema conoscerà una fortuna straordinaria, in Italia come fuori, testimoniando che, con le sue avventure anacronistiche ma piene dello spirito dei tempi, l'eleganza dei suoi versi, la solida caratterizzazione dei personaggi, era andato incontro ai gusti di un pubblico vastissimo, cortigiano e popolare: non a caso per molti secoli a venire le ottave del Furioso saranno recitate a memoria da torme di improvvisatori sulle piazze cittadine e nelle aie di campagna.

27 - Un profluvio di “Orlandi”

Tutto quello che ha successo diventa moda; così anche il Furioso conosce un numero esorbitante di continuazioni e imitazioni, dai titoli spesso improbabili: Canto primo del cavaliere dal Leon d'oro, Prime imprese del conte Orlando, Marfisa bizzarra, Le lagrime di Angelica sul suo cavallo (immagine 3?), Belisario fratello di Orlando, Sacripante, L'Erculea, Angelica sul suo cavallo (immagine 3?) innamorata, L'amorosa vendetta di Angelica sul suo cavallo (immagine 3?), Bradamante gelosa... La moda riporta in auge vecchi poemi trecenteschi o quattrocenteschi dai nomi altrettanto fantasiosi: Aiolfo del Barbicone, Antafor di Barossia, Aspramonte, Bradiamonte, Buovo d'Antona, Drusiano del Leone...
Tutti testi derivati dagli antichi cantari bretoni o carolingi, ovvero da quei poemi in ottave che raccontavano le gesta dei paladini di Carlo Magno(external link) o degli eroi della Tavola Rotonda(external link). Poemi che, diffusi dalla Francia medievale, avevano incontrato grande successo proprio per via delle avventure mirabolanti e delle storie d'amore di cui erano pieni. Si tratta di una vicenda europea, non solo italiana: così l'altro grande autore che si è occupato di un pazzo e della cavalleria, ovvero Cervantes, avrebbe potuto leggere, e forse li lesse veramente, titoli come Florisel de Niquea, Belianìs de Grecia, Palmerìn de Oliva, Palmerìn de Inglaterra, Olivante de Laura e soprattutto l'Amadigi di Gaula e il Tirante el Blanco, ovvero i due più famosi poemi cavallereschi spagnoli.
Sicuramente Cervantes lesse anche l'Orlando furioso, traendone un'ottima impressione: infatti, se in generale quasi tutti gli autori di poemi cavallereschi, noti o anonimi, ricevono nel Chisciotte critiche impietose, per l'Ariosto vengono spese invece parole di ossequio e di ammirazione.

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