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Giuseppe Tomasi di Lampedusa e l’eco dell’isola

Di famiglia aristocratica, palermitano di nascita, Giuseppe Tomasi di Lampedusa ama poco parlare di sé. Taciturno, solitario e introverso, si lascia appena scoprire dai lettori de I luoghi della mia prima infanzia (1955), uno dei pochissimi scritti autobiografici in cui l’autore si sofferma a guardare momenti della sua esistenza, redatto dopo un bombardamento che causa la distruzione dello storico palazzo in cui è vissuto da bambino. Tomasi si rivede piccolo, mentre dialoga con ciò che ha fatto parte del suo passato, ma che ora non esiste più: mute sono le stanze; muti i corridoi, i quadri; tutti quegli angoli della casa ormai dispersi.
Fuggito dalle trincee della prima guerra mondiale, Tomasi attraversa a piedi l’Europa per rifugiarsi a Londra. Scopre la psicoanalisi e, con essa, la donna che diventerà sua compagna di vita: la psicoanalista Alessandra Wolff Stormesee, italiana da parte di madre. Scopre la letteratura inglese. Se ne innamora e se ne fa critico attento. Robert L. Stevenson, Samuel T. Coleridge(external link), Joseph Conrad(external link), Jane Austen(external link) sono tra i suoi autori favoriti. Cosa li accomuna? Senz’altro l’isola, il mare, nel suo mistero inconoscibile (mare che divide eppur congiunge, che isola ma può essere in grado di unire, così come il linguaggio).
Lo sguardo di Tomasi si polarizza fra due realtà che paiono agli antipodi, sebbene simili e avvicinabili: l’Inghilterra che è isola, ma pure simbolo di coesione sociale, convivenza armoniosa fra realtà diverse, rinnovamento, mutamento, progresso. E la Sicilia, che è isola, ma un’isola immobile, incapace di crescere, di smarcarsi e rendersi libera dai meccanismi che ne governano la placida esistenza.
Ma non ci sono, nella vita di Tomasi, solo il mondo anglosassone e quello siciliano, con le rispettive culture. Ci sono anche quello francese, più morbido e sinuoso, e quello italiano, peninsulare, introspettivo e ricco di riflessioni. Continue suggestioni letterarie gli provengono dallo stile sobrio e dalle trame avventurose e insieme storiche di Stendhal, così come dall’atmosfera raffinata e drammatica di Eugenio Montale(external link).
Tomasi individua lentamente la propria poetica. Perché la riveli pienamente dobbiamo attendere il 1955: l’anno del Gattopardo.

Il silenzio del tempo

Il Gattopardo è ambientato nell’isola al momento della caduta del regime borbonico e dell’unificazione dell’Italia. Il protagonista, Don Fabrizio principe di Salina, un autorevole aristocratico siciliano (nello stemma di famiglia è raffigurato un gattopardo, simbolo di forza e regalità), assiste ai mutamenti che si annunciano nella sua terra. È distante da fervori ideologici; osserva silenzioso; si rifugia nella contemplazione della vita passata; rimane fermo nella sua passione per l’astronomia.
Proprio come nei Vicerè, la vicenda ruota attorno ad una famiglia nobile in decadenza. E il disfacimento dei valori nobiliari è il tema dominante del romanzo. La poetica verista, però, si risolve ora in un attento esame dell’intimità dei protagonisti, dei movimenti interiori vissuti, della loro visione dell’esistenza. In particolare, naturalmente, del principe di Salina. Un uomo dallo sguardo velato di malinconia, che pare negare ogni speranza a sé e alla propria terra. Don Fabrizio accetta passivamente la fine dell’aristocrazia e del regime borbonico, avvicinandosi poi ai nuovi ideali borghesi. Non ha però dentro di sé né consapevolezza né entusiasmo per tutto questo. E non riesce a fare propria l’idea di rinnovamento politico e sociale, quando le truppe garibaldine sbarcano in Sicilia, né, tantomeno, a goderne.


L’isola nella mente

«Se vogliamo che tutto rimanga com’è bisogna che tutto cambi»!
Ed è proprio per questo che Don Fabrizio pare pronto a superare i propri pregiudizi nei confronti della borghesia. I nuovi tempi lasciano presupporre un livellamento dei ceti; quindi, come non muoversi seguendo tale direzione? Eppure egli è sfiduciato. Incredulo.
Il suo occhio oltrepassa il contingente.
Nulla cambierà in Sicilia. False credenze e false speranze, quelle che si animano attorno a lui, nel nascente nuovo mondo. Un popolo che da sempre si lascia sopraffare, una terra che pare immersa in un sonno secolare; una realtà che vive di stasi. Come può tutto questo mutare realmente? È scettico Don Fabrizio, così come lo è Tomasi.
E il primo a cedere all’inerzia è proprio lui, il gattopardo, affascinato dalla morte, perduto tra i propri tormentosi conflitti interiori, pronto ogni volta ad autoassolversi e ad assolvere la propria gente:
Quella tonalità solare, quel variegare di brillii e di ombre fecero tuttavia dolere il cuore di Don Fabrizio che se ne stava nero e rigido nel vano di una porta: in quella sala eminentemente patrizia gli venivano in mente immagini campagnole: il timbro cromatico era quello degli sterminati semineri attorno a Donnafugata, estatici, imploranti clemenza sotto la tirannia del sole: anche in questa sala come nei feudi a metà Agosto, il raccolto era stato compiuto da tempo, immagazzinato altrove e, come là, ne rimaneva soltanto il ricordo nel colore delle stoppie; arse d’altronde e inutili. Il valzer le cui note traversavano l’aria calda gli sembrava solo una stilizzazione di quell’incessante passaggio dei venti che arpeggiavano il proprio lutto sulle superfici assetate, ieri, oggi, domani, sempre, sempre, sempre.

I siciliani vivono nell’oblio delle loro passioni, tormentati e arsi come il paesaggio che li circonda. L’insularità pare essere l’essenza stessa del loro spirito, aristocratico e passionale. Inferno e Paradiso di una condizione esistenziale lacerata, ma pure orgogliosa.
Nulla cambierà perché in nessun luogo quanto in Sicilia, scrive la studiosa Emanuela Bertone, la verità ha vita più breve:
il fatto è avvenuto da cinque minuti e già il suo nocciolo genuino è scomparso, camuffato, abbellito, sfigurato, oppresso annientato dalla fantasia e dagli interessi: il pudore, la paura, la generosità, il malanimo, l’opportunismo, la carità, tutte le passioni, le buone quanto le cattive, si precipitano sul fatto e lo fanno a brani; in breve è scomparso.

Un’atmosfera di morte e immobilità percorre l’intero romanzo. Tomasi racconta, descrive, disegna. E fa muovere attorno al protagonista, di cui si è fatto biografo, una folla di personaggi minori che rappresentano, spesso, lo spirito opportunistico di certe frange dell’aristocrazia siciliana, nel momento del mutamento politico.
L’opera ottiene enorme successo di pubblico, sia in Italia sia all’estero, suscitando – attorno ai propri contenuti ideologici – interessanti e vivaci dibattiti politici.
Oggi, senza subordinare l’arte al pregiudizio politico, Il Gattopardo viene considerato un testo emblematico nella nostra narrativa novecentesca.


Page last modified on Tuesday 27 of July, 2010 09:59:38 CEST

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