Giovanni Boine
Colorata durezza dell’essere: Giovanni Boine
Ligure, nato nel 1887, Giovanni BoineLa vicenda del Peccato ha inizio in un paese della provincia ligure. Nella prima delle tre parti in cui il romanzo si articola, intitolata Limbo, si rappresenta la condizione sospesa, in cui il soggetto tenta di preservarsi da una società alienata e mortifera: un giovane, tornato a casa dopo aver studiato lontano, conduce una vita riservata da intellettuale, che appare strana e inusuale ai suoi compaesani.
Nella seconda parte, La qualunque avventura, il protagonista si innamora di una giovane suora, e vede sconvolta la sua condizione di appartato equilibrio. L’avventura amorosa gli impone un rapporto colla realtà e con se stesso: è questo il peccato cui allude il titolo. Il peccato, insomma, è già il passaggio che conduce dalla forma della lirica pura, “autentica”, separata, sino al romanzo, alla narrazione che si confonde col mondo, con il Falso che è la legge del mondo.
La conclusione etica che si trae dal Peccato di Boine sembra coincidere con quanto dirà Adorno
Estremo della negazione e genesi del romanzo
Ma con ciò il conflitto non è affatto risolto: la terza parte del romanzo, Il tormento, è la messa in atto di questo conflitto. Di questo conflitto, anzi, è l’incarnazione nella figura del giovane uomo che ha scelto di vivere tra gli uomini, non rinnegando la vecchia saggezza che dichiara il mondo malvagio e inautentico, ma trattenendola presso di sé proprio nel gesto che di quel mondo fa la propria casa.Il peccato di Boine tenta di superare la liricità del frammento, dei bagliori e delle folgorazioni espressionistiche della scrittura vociana, e muove alla ricerca di una propria via verso l’oggettività del mondo: ciò avviene attraverso la forma non assolutizzante del romanzo, dove la plurivocità del mondo fa irruzione all’interno di un soggetto che non è più centro di conoscenza ma snodo di problemi. Quella del Peccato non è, dunque, una forma narrativa tradizionale, ma una esperienza nuova, già proiettata verso il grande romanzo del Novecento. La compresenza di piani diversi, il mescolarsi delle dimensioni temporali nel continuo intreccio tra presente e ricordo, tra Io e narrazione, tra terza e prima persona già scavano spazio al monologo interiore.
Nemmeno nella forma della problematicità, però, è pensabile alcuna forma di riconciliazione. In Boine la consistenza della realtà descritta o narrata non è una scena nella quale possa agire un soggetto consapevole dei propri limiti e della natura inevitabilmente compromissoria della condizione umana. C’è qualcosa di più, qualcosa che lega tutte le esperienze dell’espressionismo europeo: l’abbiamo trovata nei cadaveri dissezionati degli obitori di Benn, nelle acqueforti di Max Beckmann e nei dipinti di Kokoschka. Si tratta del disfacimento, della fine, dell’agonia, della massima estraneità tra soggetto e realtà.
Non è un’intuizione: è semmai il sentimento della realtà come puro accumulo di sostanze irrelate, come un «grave-aspro-dolcigno profumo di miele e di cera, tutto colante, gocciante, mostruosamente colante e fluente tra gli sterpi per innumeri tonnellate adipose di una secolare fermentazione gommosa di miele e di cera (di una secolare fermentazione umidiccia di carni e di anime umane)» [La città, in Boine 1914, 146].
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Category: Biographies
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