Giovanni Berchet (1783-1851)

Noto a molti come iniziatore teorico del romanticismo italiano per il successo della Lettera semiseria (mentre è l’ultimo uscito dei “manifesti”) il milanese Berchet ha iniziato la sua attività letteraria come traduttore degli autori preromantici inglesi: Il bardo di Gray, Il vicario di Wakefield di Goldsmith. Nella Lettera, oltre a una bonaria ironia, mette quindi la sua esperienza. Per Berchet è fondamentale conoscere – in traduzione – la letteratura popolare europea. Sul punto, che è tra i più cari ai primi romantici, Berchet tornerà a lungo: ma negli anni Trenta, quando i romanzi e i drammi romantici sono più che mai popolari nel senso commerciale del termine, chiarisce che è popolare solo l’arte «direttamente prodotta e non soltanto gradita al popolo».
Eppure la sua produzione poetica, concentrata negli anni Venti, spesso è pomposa e retorica nella metrica e nel linguaggio. Il poema I profughi di Parga (1821) ma soprattutto le romanze: Clarina, Il romito del Cenisio, Matilde, Giulia (tutte tra il ’22 e il ’24), Le fantasie (1829). Il loro contributo alla causa nazionale – e alla moda romantica – è nei temi della battaglia, della soggiogazione e della nostalgia, spesso espressi dalle tipiche eroine romantiche: spose e madri di soldati e esuli italiani o di stranieri.
Questo patriottismo melodrammatico dipende anche dal fatto che in quegli anni Berchet è esule, a Parigi, a Londra e in Belgio, per sfuggire all’arresto dopo i fatti del 1821. In quegli anni tumultuosi si disperde l’ambiente intellettuale di Manzoni e del “Conciliatore”: molti di loro – Pellico, Borsieri, Confalonieri – vengono condannati a morte e poi “salvati” col carcere. Berchet torna a Milano solo nel 1845 e prende parte alle Cinque giornate di Milano, quindi scappa in Piemonte per sfuggire alla repressione austriaca. Due anni dopo è eletto nel Parlamento Subalpino (con la Destra).

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