Ermes Visconti (1784-1841)

Con le Idee elementari sulla poesia romantica e il Dialogo sulle unità drammatiche, editi sul “Conciliatore” nel 1818-19, Visconti conquista fama di teorico tra i maggiori del movimento. Le sue idee sul teatro tragico condizionano molto l’amico Manzoni, impegnato a scrivere il Carmagnola, e la sua definizione del “sistema romantico” è ripresa da Stendhal nel saggio Racine e Shakespeare. Tuttavia quegli scritti, che diffondono una versione “pratica” del romanticismo, spiegano solo le posizioni letterarie del marchese Visconti, un po’ quelle sociali, poco o nulla quelle ideali.
Il suo cruccio intellettuale maggiore è sempre stato l’estetica, e anzi il rapporto tra etica e estetica. E i maggiori scritti sul tema, come i Saggi intorno ad alcune questioni concernenti il Bello (1833) e Analisi di vari significati della parola Poesia e Poetico (1838), sono successivi alla conversione cattolica (1827) che lo ha allontanato dalle battaglie e anche dalla vita sociale. Visconti si misura con la filosofia di Kant e dà una definizione diversa del “sublime”: non distinta, ma una specie del Bello, cioè la profondità del sentimento estetico. In più definisce il “buon gusto” estetico come versione relativa del Bello ideale di immediata utilità morale: una specie di ponte tra la filosofia tedesca e il pedagogismo della cultura italiana, ma senza rinnegare il valore estetico a favore dei contenuti morali. Questi scritti escono nel periodo di maggior diffusione in Italia dell’arte romantica, e quando la discussione verte su temi molto più pratici; perciò Visconti si trova intellettualmente lontano dal suo vecchio ambiente.

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