De Roberto e il documento umano
La morte prematura del padre segna fortemente l’esistenza di Federico De Roberto. Costretto a subire il tormentoso rapporto con la madre, la sua autorità, il suo temperamento talvolta ostile, vive incapace di stabilire un legame sereno con una donna. I contesti familiari, gli oscuri, divoranti legami di sangue divengono i temi alla base della sua letteratura.Al gusto per la narrativa di stampo naturalistico, si affianca un interesse analitico per la psicologia umana, i turbamenti, l’emotività. In De Roberto convergono, da un lato, l’analisi storico-sociale di Giovanni Verga; dall’altro, lo studio psicologico di Luigi Capuana. È lo scrittore Paul Bourget che dal 1890 contribuisce ad alimentare in De Roberto il desiderio di indagare l’interiorità dei suoi soggetti.
Varie le raccolte di racconti e i romanzi in cui De Roberto si sofferma sulle passioni umane, le nevrosi; le inibizioni: un barbiere sperpera tutti i suoi averi per assecondare i capricci della moglie; un uomo tenta il suicidio dopo aver abbandonato la famiglia per un’altra donna; una principessa si rovina per la tragica dipendenza dal gioco d’azzardo; il figlio illegittimo di un Marchese attende la morte del padre per riceverne l’eredità; un giovane dal temperamento instabile, ma dedito alla poesia e alla filosofia, arriverà al suicidio dopo aver appreso che la donna amata è stata vittima di una violenza. Amori sfortunati, solitudine, gelosia, troppo spesso fragilità.
Psicologismo
Lo studio di De Roberto è, sì, introspettivo, ma lucido e spietato; privo di empatia o di compassione. La sua è una concezione deterministica degli accadimenti: l’incapacità dell’uomo di adattarsi ai mutamenti storici e sociali e la scoperta di una personale inadeguatezza, sfoceranno, inevitabilmente, nella follia.De Roberto alterna l’attenzione alla psiche con quella all’ambiente. Esemplare, in questo senso, è L’illusione, dove Teresa vive il proprio rapporto con gli altri in un perenne stato di illusione, tra infelicità e avvilimento. Questo status si rivela un terreno di scontro tra individualità ed egoismi: la donna non riesce mai a vivere compiutamente i molteplici amori cui si abbandona con inquieta trepidazione. È costretta a sposarsi con un uomo che non è quello che ama, a subire l’abbandono del marito e le successive e fallimentari relazioni con i suoi amanti. L’occhio di De Roberto segue la sua angoscia esistenziale, pur prestando nel frattempo attenzione ai vari ambienti in cui la protagonista si muove: l’alta società di antica ascendenza nobiliare.
Ed è proprio quella nobiltà feudale a fare da spettatrice priviliegiata al Risorgimento siciliano nel romanzo I vicerè (1894)
Tutti contro tutti
De Roberto rappresenta la nobile società meridionale attraverso la miriade di personaggi che ruota attorno ad una famiglia di origine spagnola: gli Uzeda di Francalanza, Vicerè – nella finzione romanzesca – ai tempi dell’imperatore Carlo V. Ciascun personaggio è caratterizzato da un peculiare uso del linguaggio e da una personalità/ruolo esasperata (il dissoluto, il corrotto, la zitella, le ribelli, l’alienato, l’avido, ecc.); caratteri che, secondo De Roberto, si trasmettono ereditariamente:- Bisognava lasciarlo fare. Se lo contrariavano diventava una furia: digrignava i denti, gridava come un ossesso, rovesciava quanto gli capitava fra le mani.
Dopo la morte della dispotica matriarca Teresa, l’ingiusta ripartizione dell’eredità dispone i nevrotici membri della famiglia Uzeda a una corsa al potere e al denaro. Ognuno si muove esclusivamente per il proprio tornaconto personale.
Giacomo, per esempio, trama contro il fratello e le sorelle per defraudarli dell’eredità, inventandosi debiti e ipoteche inesistenti; Lodovico raggiunge gli alti vertici ecclesiastici; Gaspare riesce a farsi eleggere in parlamento oscillando tra posizioni liberali e conservatrici a seconda delle convenienze; Ferdinanda diventa un’usuraia.
Lo spirito infuso nella scrittura di De Roberto è quello di chi intende informare sui fatti, senza darne un’interpretazione. Resta, comunque, un tipo di indagine da psicologo sociale:
- Al matrimonio del principe con la cugina Graziella, celebrato dopo la cessazione dell’epidemia, solo i parenti e pochissimi intimi furono invitati, il vedovo era ancora in gramaglia e il chiasso di una festa sarebbe stato inopportuno. Del resto il principe stesso spiegava che quel matrimonio era di semplice convenienza: tanto lui quanto la sposa avevano molti autunni sulle spalle, associavano quindi i loro destini senza nessuna delle fantasticherie giovanili e solo per fare assegnamento sull’aiuto reciproco che si sarebbe prestato: la cugina aveva bisogno di un uomo che tutelasse gli interessi di lei, che le ridesse una posizione in società, ed il principe trovava una nuova madre ai propri figlioli.
La follia
In questa brama di conservazione del potere ogni personaggio è condannato alla distruzione psicologica, in una lotta esasperata di tutti contro tutti. Come corpi destinati ad una lenta degenerazione, gli uomini, nei Vicerè, non possono sfuggire alla follia. Essa si manifesta nelle forme più disparate: in una maternità impossibile; nel terrore del malocchio; nella mania di persecuzione; in una solitudine assoluta; nella corruzione spietata. Tutto per la “roba”:- Chi la fa l'aspetta, dice un altro proverbio, e il principe, che s'era fatto pagare da Raimondo e da Lucrezia per dar loro il suo appoggio, aveva dovuto chiuder la bocca allo zio perché questi, che non aveva mai avuto peli sulla lingua, s'era messo a cantare che la faccenda della morte della principessa non era tanto liscia, e che aver costretto la - "povera Margherita" a scappare a Cassone mentre stava così male ed aveva anzi i primi sintomi del colera era stato un voler sbarazzarsi di lei, dopo averle dettato un testamento nel quale s'era fatto lasciare ogni cosa, e niente ai figli; e che la freddezza di Consalvo non era poi senza ragioni, e che... e che... Allora il principe aveva riconosciuto i diritti della parentela alla spartizione dei beni, e tutti s'erano placati. Placati in apparenza, perché i rancori ribollivano sordamente. Giacomo non se la poteva prendere col monaco, per non disgustarselo, adesso che aveva quattrini, né, per la stessa ragione, con la zia Ferdinanda; tanto meno col duca alla cui autorità di deputato ricorreva per essere assistito contro il fisco rapace. Ma sfogava contro tutti gli altri, incagnato, una furia. L'agente delle tasse, specialmente, un certo Stravuso, era il suo incubo: oltre che di ingordo, costui aveva la fama di terribile iettatore, e il principe, pigliandosela con lui, non lo poteva neppur nominare dalla paura; non lo chiamava altrimenti che - "Salut'a noi!" tenendo nel pugno un amuleto, un ignobile pezzo di ferro a foggia di mano che fa il segno delle corna.
Non sarà poi solo una coincidenza se, durante la stesura del romanzo – per cui De Roberto si servì di un’approfondita documentazione come già aveva fatto Verga nella stesura dei Malavoglia – l’autore si ammala di una malattia di origine nervosa, psicosomatica.
Mentre in Cruelle Enigme, l’autore Paul Bourget tenta di risolvere in un’ottica cattolica le aporie causate da ciò che resta inconoscibile all’uomo, tanto nella sua psiche, quanto nel suo percorso esistenziale, nella produzione di De Roberto l’analisi psicologica dei personaggi si sviluppa insieme con la storia narrata: esiste, insomma, uno stretto legame tra la vicenda dei personaggi e la natura dei loro comportamenti.
D’altra parte, come si è visto, non è ciò che pure avviene nei comportamenti nelle scelte nella vita dello stesso autore?
Di grande spessore documentario, il romanzo ripercorre con lucidità la vita siciliana, e non solo; delinea sottilmente il degrado spirituale seguito ai moti patriottici del Risorgimento, raggiungendo un notevole spessore artistico. Ha un impianto narrativo solido e al tempo stesso dinamico. Il linguaggio, tra italiano e dialetto, è incisivo. Non mancano pagine di profonda analisi psicologica.
Un cupo pessimismo
Per quanto attento e rispettoso del canone veristico dell’impersonalità dell’opera letteraria, De Roberto mostra talvolta il suo pessimismo nei confronti dell’esistenza umana.Come Verga, anch’egli non tace l’idea fatalista che ha della vita; anch’egli non trova allternative allo stato della realtà descritto; anch’egli, sebbene in alcuni casi si mostri indignato per la piega che prendono le questioni dei singoli individui, non propone soluzioni. Accetta passivamente e con totale rassegnazione le leggi ferree e indiscutibili che governano il corso della storia.
Page last modified on Monday 26 of July, 2010 16:33:11 CEST
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- Una Sicilia europea: da Verga a Pirandello
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- Le avanguardie storiche: una nuova poesia, una nuova prosa
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- Letteratura e mercato letterario: l'Europa e l’Italia tra la guerra e la pace
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