Print Send a link

Dal castello di Coppet a Milano

1. Quale romanticismo

Un’intellettuale francese scrive un articolo per un giornale italiano e viene presa ad insulti: nasce così il nostro romanticismo. È una rievocazione scherzosa della famosa polemica nata dall’intervento di Madame de Staël sulla “Biblioteca Italiana” nel gennaio del 1816. È l’anno zero del romanticismo italiano: in quei mesi l’aggettivo romantico viene usato per la prima volta da chi difende la De Stael. Eppure si dà un problema di ordine storiografico: quando il romanticismo, in Europa e in Italia? Wellek, tra altri, segue un principio di autodefinizione: il romanticismo è negli autori e nei movimenti del primo Ottocento che si sono detti romantici. Ma se ogni movimento del pensiero e dell’arte si definisce per coerenza interna e per differenza da altri movimenti, quel principio non basta: per ciò tanti critici hanno affermato, dietro a Borgese (1906) che Il Romanticismo italiano non è mai esistito. È una tesi che esalta il rapporto tra la cultura romantica nella versione italiana e la cultura dell’illuminismo, nonché le sue differenze dal romanticismo europeo: con le buone ragioni che vedremo, e però superata da tempo. Altre letture danno al romanticismo un senso e per ciò un’estensione diversi. Per Mario Praz il romanticismo è un tipo di sensibilità, non solo estetica, sorta in Occidente verso la fine del Settecento e ancora viva. Nietzsche lo identifica con l’elemento dionisiaco dell’animo umano; Croce con il momento spontaneo e ispirato della creazione artistica, essendo l’opera d’arte già “classica” quando incontra la sua propria e unica forma. In linea di massima, rubando i termini alla critica leopardiana, potremmo dire che ci sono letture di tipo storico ed altre di tipo cosmico, cioè del romanticismo come fenomeno culturale collocato nel tempo o come tendenza umana più o meno universale. Ciò che conta è che tutte queste letture sono permesse e in certa misura già contenute negli scritti teorici dei romantici; che nell’insieme, e alcuni da soli, ne hanno dato definizioni diverse se non proprio contraddittorie.

2. Cercando una definizione

Per esempio: è esistito il romanticismo italiano? Leggendo alcuni romantici sembra quasi di no. Sul “Conciliatore”, in teoria l’organo del movimento in Italia, proponeva Gian Domenico Romagnosi un’altra parola, cioè “ilichiastico”; che un po’ ha in sé le ragioni per le quali non ha attecchito, ma esprime un’intenzione di smarcamento forse non solo terminologico. Romanticismo come condizione epocale? Sì, ma almeno in due modi. C’è la frattura recente dei rivolgimenti sociali(external link) e politici(external link). Ma anche quella più antica, meno traumatica, che coincide con il passaggio dalla civiltà romana imperiale, e uniforme, a quella europea complessa, frutto della miscela tra i popoli, i credi e i linguaggi delle genti mediterranee e nordeuropee. Spingendo un po’ più il pedale si trova anche l’idea di romanticismo come condizione extra-storica della sensibilità e dello spirito. C’è chi dà del romantico a Dante, a Omero, chi perfino a Mosé. Sono idee che stiamo banalizzando, ma che coesistono, dove serenamente e dove un po’ meno. In Italia il quadro teorico è stato più e meno armonico, vale a dire: meno chiare le premesse più generali –razionalismo o idealismo? Sì o no europeismo?–, più chiari gli obiettivi concreti –letteratura popolare e morale, cioè utile, cioè nazionale. Per capire questo intreccio complesso tra vecchio e nuovo, tra locale e internazionale, è utile ripercorrere le prime riflessioni teoriche del romanticismo italiano, benché senz’altro non hanno il tono speculativo di quelle europee. Tra l’altro tolti Manzoni e Leopardi –ma di lui si parla nel prossimo capitolo- la nostra letteratura romantica non ha molto da offrire, oltre la verifica degli effetti di quelle teorie; considerando che è stata l’effetto anche di altri fenomeni, che le teorie avevano sì previsto, ma solo in parte.

3. Il teatro e il romanzo

Il “sistema romantico”, come più o meno si è definito, guarda più al teatro e al romanzo che alla poesia, a dispetto del primato storico di quest’ultima nella letteratura italiana. Perché quei generi erano sentiti come più moderni, e più rispondenti agli scopi che alla letteratura assegnavano gli intellettuali. Che ciò sia più che mai vero in Italia lo dimostra indirettamente il fatto che il nostro maggior poeta del tempo se non di sempre, Leopardi, non si riteneva affatto un romantico, e gli altri due più significativi, cioè Porta e Belli, ne sono rimasti fuori non fosse altro che per la questione linguistica –scrivendo in dialetto. Preferire il teatro e il romanzo vuole dire due cose. La prima: volere un’arte che sia popolare, cioè che incontri il pubblico più vasto possibile. Nell’Italia della Restaurazione(external link), con significative differenze geografiche, si va formando una classe sociale borghese. A questa guardano gli intellettuali più liberali, fra cui molti nobili di cultura illuminista, come alla base civile di un “risorgimento di idee”. A essa guarda anche l’industria della cultura e dello spettacolo, che in pochi decenni diventa un’industria di massa: l’editoria cresce a ritmi elevati, si moltiplicano i teatri stabili. Per i romantici arte “popolare” vuole dire arte impegnata, in uno spettro semantico che va da “educativa” a “moralmente elevata”; ma vuol dire anche arte dilettosa, cioè appassionante, toccante. Due qualità che sono pensate in stretto rapporto, cioè: i messaggi dell’arte sono efficaci se sono intimamente e immediatamente sentiti. Non si tratta di fare arte di propaganda, ma di esprimere verità universali sull’uomo e di farlo in modo che il pubblico ne avverta il valore. Questa finalità orienta le teoriche letterarie. Per esempio spinge a rivalutare Dante e Shakespeare come gli artisti che al loro tempo hanno meglio interpretato la missione dell’arte. Shakespeare ha raccontato le passioni dell’uomo con estrema capacità psicologica, calandole nell’azione complessa e dinamica della Storia. Un’altra ragione per preferire il teatro e il romanzo è che sono generi narrativi: e il racconto non solo avvince, ma mostra l’intreccio tra la vita interiore, i rapporti sociali, i processi storici. È popolare e impegnato. Di qui la riflessione sul genere del romanzo, escluso da ogni poetica come genere spurio e nobilitato dalle teorie romantiche con grande lungimiranza. Qual è il punto? Che ciò che era sempre parso un “pasticcio” di forme e di contenuti diventa il mezzo ideale per esprimere e organizzare la complessità della vita moderna. Il romanzo, dice Schlegel, come «specchio del mondo» nel quale, rilancia Borsieri, «sono trasfuse le più alte verità della filosofia intorno alle nostre passioni». Nella rivista “Athenaeum”(external link) si dice che il romanticismo deve erigere una «filosofia del romanzo»(external link). Questo slancio può sembrare ingenuo. Ma anche i romantici hanno capito presto che l’arte popolare in un mercato di massa era destinata a consistere in buona parte di spazzatura; e in un approccio realistico si chiesero se non servisse anche quella.

First page Previous page page: 1/10 Next page Last page

Page last modified on Monday 15 of November, 2010 16:48:03 CET

Contents
[toggle]