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Da Angelo a Etèra

16. Da Angelo a Etèra: l’amore per Fanny Targioni Tozzetti


Proprio negli anni in cui Leopardi si associa a Ranieri, è acceso in lui l’amore per una nobildonna fiorentina, presentatagli da Alessandro Poerio nel maggio del 1830: costei è Fanny Targioni Tozzetti, moglie del naturalista Antonio Targioni Tozzetti (morto nel 1856). Leopardi se ne innamora, provando dopo molti anni un sentimento di cui si credeva oramai incapace, e pensa, fuorviato non da ultimo dal comportamento assai disponibile di lei, di essere corrisposto. Fanny invece non fa altro che assecondare il corteggiamento del conte recanatese per ottenere la sua considerazione di verseggiatore: egli infatti le dedica – sebbene senza renderlo esplicito – vari testi, fra ’31 e ’32, che parlano di un amore puro e devotissimo, e che vengono solitamente ricompresi dagli interpreti, assieme ad altri del ’33, sotto l’etichetta di ‘ciclo di Aspasia’ (dal titolo dell’ultimo componimento fra essi in ordine cronologico, Aspasia appunto). In tali primi testi del ‘ciclo’ (Il pensiero dominante, Consalvo, Amore e Morte), Fanny figura come una forma angelica, che richiama a tratti certe toniche dello stilnovismo dantesco o cavalcantiano. Leopardi recupera qui una fiducia autentica nell’amore fra uomo e donna, e, in special modo, nella potenza consolatrice che esso ha, e che differenzia gli uomini dal resto della natura. Ecco alcune considerazioni contenute nel Pensiero dominante (vv. 71-87):

(...) qual altro affetto
Se non quell’uno intra i mortali ha sede?
Avarizia, superbia, odio, disdegno,
Studio d’onor, di regno,
Che sono altro che voglie
Al paragon di lui? Solo un affetto
Vive tra noi: quest’uno,
Prepotente signore,
Dieder l’eterne leggi all’uman core.

Pregio non ha, non ha ragion la vita
Se non per lui, per lui ch’all’uomo è tutto;
Sola discolpa al fato,
Che noi mortali in terra
Pose a tanto patir senz’altro frutto;
Solo per cui talvolta,
Non alla gente stolta, al cor non vile
La vita della morte è più gentile.

Ma non appena l’amore per Fanny si eclissa miseramente, questa spinta vitale di Leopardi verso la tematica amorosa si smorza e, lentamente, si esaurisce, per ridare luogo al pessimismo sconsolato di Aspasia, dove Fanny è ormai trattata alla stregua della etèra preferita da Pericle («dotta / Allettatrice», è definita ai vv. 20-21 del canto), e di A se stesso, dove il poeta, mediante una geniale allocuzione al proprio cuore (che non sarà indifferente a un poeta successivo, il Carducci di Nevicata), dichiara di riporre per sempre ogni passione, per terminare la propria vita in una assoluta atarassìa:

Or poserai per sempre,
Stanco mio cor. (...)
Posa per sempre. Assai
Palpitasti. Non val cosa nessuna
I moti tuoi, né di sospiri è degna
La terra. Amaro e noia
La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.
(A se stesso, vv. 1-10)

Bisogna però prestare la massima attenzione a non equivocare questi risultati della poesia leopardiana: essi infatti non vanno intesi come ‘sfoghi’ seguenti a insoddisfazioni personali, ma come snodi di una riflessione complessa sulla macchina naturale che parte, montaignanamente, dal punto di osservazione privilegiato della propria individua esperienza. Nel ‘ciclo di Aspasia’ si trova ben più che una recriminazione verso una nobildonna fiorentina ingannevole, per dir così ‘doppia’: in esso di trova piuttosto un ulteriore sviluppo di un sistema filosofico che intende ormai l’amore fra esseri umani come puro e umiliante inganno della natura, forse finalizzato alla realizzazione dei suoi misteriosi decreti, che può essere visto, in un certo qual modo, come precorrimento della schopenhaueriana teoria della Voluntas, la spinta naturale alla riproduzione, cui il soggetto-vittima deve contrastare con la pulsione opposta, detta Noluntas, la negazione di sé e del proprio essere (che può ben trovarsi preconizzata nelle righe di A se stesso che seguono, sempre indirizzate dal poeta al proprio cuore: «Omai disprezza / Te, la natura, il brutto / Poter che, ascoso, a comun danno impera, / E l’infinita vanità del tutto»).

17. A Napoli, fra i «nuovi credenti»


Napoli fu l’ultima città ad ospitare Leopardi. In essa si agitavano forze intellettuali affatto simili alle fiorentine, cattolico-liberali, come quelle che animavano la rivista «Il Progresso delle Scienze, delle Lettere e delle Arti»(external link), una sorta di «Antologia» partenopea creata dal mazziniano Giuseppe Ricciardi: alla rivista collaboravano, tra gli altri, i fratelli Michele e Saverio Baldacchini(external link), Luigi Blanch(external link), Matteo De Augustinis(external link), Luca de Samuele Cagnazzi(external link). Da questo ceto napoletano il poeta venne però ostracizzato, a differenza di quanto era avvenuto con la cerchia del Vieusseux, la quale si era mostrata più aperta a discutere, pur nella diversità, le istanze dell’opera leopardiana. Contro i suoi nuovi avversari il poeta scaricò il capitolo satirico in terza rima intitolato I nuovi credenti(external link), steso fra 1835 e 1836, nel quale attaccava senza riserve lo sciocco ottimismo dei suoi detrattori, incapaci di affrontare a testa alta la terribile verità dell’esistere. Scriveva lì Leopardi:

S’arma Napoli a gara alla difesa
De’ maccheroni suoi; ch’ai maccheroni
Anteposto il morir, troppo le pesa.

E comprender non sa, quando son buoni,
Come per virtù lor non sien felici
Borghi, terre, provincie e nazioni.

Nel capitolo, sotto falsi nomi classici, il poeta elencava uno per uno tutti i suoi bersagli, secondo un procedimento burlesco che poteva ricordare la poesia del Berni.
Durante questo periodo importante (ricordiamo che Leopardi a Napoli procedette, nel ’35, alla seconda edizione dei suoi Canti, presso lo Starita, con aggiunta di tutti i canti del cosiddetto ‘ciclo di Aspasia’, delle ‘sepolcrali’ Sopra un basso rilievo e Sopra il ritratto di una bella donna, della già ricordata Palinodia al marchese Gino Capponi e del Passero solitario), il poeta visse come emarginato dalla comunità degli studiosi: le sole amicizie che lo allietarono furono quella di August von Platen-Hallermünde?, un pregevole poeta e drammaturgo tedesco stimato da Goethe e poi assunto da Thomas Mann a modello per il Gustav von Aschenbach della Morte a Venezia, oltre, naturalmente, a quella di Ranieri. A Napoli, poi, dette grande amarezza al Leopardi il blocco – dovuto alla censura borbonica, filo-papale – della seconda edizione, che doveva essere ampliata al Copernico, al Dialogo di Plotino e di Porfirio e al Frammento apocrifo di Stratone da Lampsaco, delle Operette morali. Tale blocco non deve lasciare stupiti, ove si considerino anche soltanto le giunte su menzionate al corpus delle Operette già note: il Copernico era una sconfessione dell’antropocentrismo; il Plotino-Porfirio del perdurare dell’anima dopo la morte e, in genere, dell’aldilà giudaico-cristiano; il Frammento apocrifo dell’esistenza di Dio e della Provvidenza dietro la Natura.

18. Gli ultimi capolavori


L’ultimo scorcio della vita del Leopardi si rivela, a dispetto di un drammatico stato di salute, pregno di progetti e sorprendenti realizzazioni. Ci riferiamo ad esempio ai Paralipomeni della Batracomiomachia, un poema narrativo in otto canti in ottave, steso fra il 1831 e il 1836, che ha per modello gli Animali parlanti(external link) del Casti; l’opera, cui il poeta sovrintende fino agli ultimi giorni di vita, dietro la ripresa del racconto omerico della guerra tra i Topi e le Rane, nasconde un doppio senso politico che si palesa man mano: i Topi corrispondono con tutta probabilità agli esponenti del partito liberale italiano, le Rane ai legittimisti pontifici, i Granchi agli Austriaci (o agli austriacanti). Il poema mette in ridere tutti i suoi attori, indifferentemente, ma non va inteso come un pamphlet anti-risorgimentale: Leopardi in esso prende atto della sconfitta dei primi progetti di liberazione nazionale rappresentati dai tragici moti degli anni Venti e Trenta e sembra alludere al fatto che alla base di tali fallimenti sia stata una ideologia troppo poco concreta, mancante cioè della Realpolitik necessaria, invece, a raggiungere anche i più alti scopi istituzionali. Per Leopardi il primo passo per una riforma politica dell’Italia consiste in una presa di coscienza delle storture della nostra società di primo Ottocento, dei limiti culturali e morali in cui si trovano imprigionati sia il ceto plebeo sia quello patrizio del nostro paese. Proprio ad una riflessione radicale sul costume degli Italiani (direi prima ancora che sugli uomini in genere) sono destinati i Pensieri(external link), aforismi quasi sempre piuttosto lunghi, composti fra 1832 e 1836 e legati per lo più a pagine dello Zibaldone. Nei suoi Pensieri, rimasti inediti in vita dell’autore, Leopardi raggiunge uno dei vertici del genere aforisma nella tradizione italiana, e focalizza in modo indelebile quello che egli chiama fin dal ’29, «machiavellismo di società», ovvero quella lotta continua e senza quartiere di tutti contro tutti, per la sopravvivenza propria e la sopraffazione egoistica dell’altro. Si legga a mo’ d’esempio questo solo pensiero CI, in cui Leopardi descrive le dinamiche sociali sotto la specie di quelle fisiche: «(…) La società degli uomini è simile ai fluidi; ogni molecola dei quali, o globetto, premendo fortemente i vicini di sotto e di sopra e da tutti i lati, e per mezzo di quelli i lontani, ed essendo ripremuto nella stessa guisa, se in qualche posto il resistere e il risospingere diventa minore, non passa un attimo, che, concorrendo verso colà a furia tutta la mole del fluido, quel posto è occupato da globetti nuovi».
A questa presa di coscienza della realtà effettuale della società umana fa però seguito inaspettatamente, nel Leopardi napoletano, un invito, esteso a tutta la comunità degli uomini, a volgere le proprie pulsioni negative ed egoistiche ad una difesa collettiva contro la natura, vera nemica giurata di tutti i singoli. L’invito – che non potrà non essere scambiato per un testamento spirituale – viene formulato nei versi di una canzone libera molto estesa, La ginestra o Il fiore del deserto, scritta nel 1836 alle pendici del Vesuvio, nella villa di un cognato di Ranieri, mentre Napoli è devastata da un’epidemia di colera. Di fronte allo spettacolo miserando di quella ecatombe, e, insieme, di fronte alla rovine antiche (scoperte nel Settecento) di Pompei, sommersa nel 79 d. C. dalla lava del vulcano, Leopardi vuole reagire con una speranza: vedere tutti gli esseri umani stretti in una «social catena» di mutuo soccorso che superi le differenze particolari e le assurde inimicizie reciproche fra singoli e, perfino, fra popoli. Ecco parte del testo:

Nobil natura è quella
Che a sollevar s’ardisce
Gli occhi mortali incontra
Al comun fato, e che con franca lingua,
Nulla al ver detraendo,
Confessa il mal che ci fu dato in sorte,
E il basso stato e frale;
Quella che grande e forte
Mostra sé nel soffrir, né gli odii e l’ire
Fraterne, ancor più gravi
D’ogni altro danno, accresce
Alle miserie sue, l’uomo incolpando
Del suo dolor, ma dà la colpa a quella
Che veramente è rea, che de’ mortali
Madre è di parto e di voler matrigna.
Costei chiama inimica; e incontro a questa
Congiunta esser pensando,
Siccome è il vero, ed ordinata in pria
L’umana compagnia,
Tutti fra sé confederati estima
Gli uomini, e tutti abbraccia
Con vero amor, porgendo
Valida e pronta ed aspettando aita
Negli alterni perigli e nelle angosce
Della guerra comune. (vv. 111-135)

Sembra essere questo, dunque, il frutto della amara filosofia leopardiana, la scelta di un atteggiamento ‘eroico’ (come ebbe a definirlo il critico Walter Binni) che invita alla protesta contro l’ingiusta condizione umana e alla fattiva costruzione di un’umanità più stretta e solidale, di una fratellanza universale che anche Schiller, nel poema An die Freunde, musicato da Ludwig van Beethoven nella Nona Sinfonia, invocava.
Leopardi morì il 14 giugno 1837.

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