Confrontarsi con il testo, a partire da un viaggio e una clamorosa scoperta
3.1 Nella vecchissima abbazia di Parc (attuale Belgio), estate dell’anno 1504
Chissà cosa provò Gert Geertsz, più noto come Erasmo da Rotterdam, quando capì di avere tra le mani un manoscritto dell’amato Lorenzo Valla. Il giovane Holden di Salinger avrebbe voluto chiamare al telefono l’autore del libro che aveva appena finito di leggere e che lo aveva entusiasmato. Il giovane Erasmo si era nutrito degli scritti filologici e filosofici di Lorenzo Valla, tanto da compendiare in numerosi fascicoli, come uno scolaro diligente, il capolavoro del maestro italiano: a vent’anni ricopiò infatti in ordine alfabetico le sue Elegantie latinae linguae, il grande antidoto contro il latino medievale che avrebbe dovuto favorire un integrale ripristino del latino classico. Se per gli umanisti, da Petrarca in avanti, i codici erano come persone, con cui confidarsi e da “tatuare” come un diario, allora, per il futuro autore dell’Elogio della follia quel polveroso manoscritto che gira e rigira tra le mani è come il “clic” della cornetta alzata, dalla parte opposta del cavo telefonico, dall’autore prediletto. La possibilità di un nuovo dialogo con lui. Quel volume, vecchio magari mezzo secolo, come l’ultimo respiro del Valla, conteneva uno scritto inedito dell’umanista romano, la più arrogante delle sue tante opere arroganti, una nutrita serie di critiche (Adnotationes) alla traduzione che Gerolamo aveva fatto dei Vangeli, delle Lettere apostoliche e dell’Apocalisse, compresi nel Nuovo Testamento. Inutile chiedersi perché quell’opera scandalosa giacesse accantonata nella biblioteca di una vecchia abbazia, quando i torchi della stampa già da decenni imprimevano opere di autori antichi e moderni.
Chissà cosa provò, il nostro Erasmo, ad avere quel tesoro tra le mani. Si sentì forse un liberatore, con quel senso di esaltato entusiasmo che animò tutti i veri pionieri, al pari di Poggio Bracciolini, l’umanista fiorentino che, quasi novant’anni prima, nell’abbazia di San Gallo, alla stessa età di Erasmo che ora sprizza entusiasmo dagli occhi, liberò dalle catene, assieme ad altri illustri compagni, come Lucrezio, l’amato Quintiliano, con tutte le membra a posto (13).
3.2 Umanisti sempre col cappello in testa
Durante il Concilio di Costanza (1414-1418), dove era al seguito del papa Eugenio IV, tra una sessione di lavoro e l’altra, Poggio si concedeva lunga pause, andando di biblioteca in biblioteca, a spulciare, crediamo, scaffale dopo scaffale, in cerca di tutto ciò che avrebbe potuto interessare lui e i suoi dotti amici italiani (perché, come dirà poi Erasmo, «in nessuna riserva [che nelle biblioteche] è più gradevole cacciare»). Non diversamente da lui farà Nicolò Cusano, originario di Cues, ma italiano “d’adozione”, per scoprire nel 1426, nel convento di Fulda, la Germania dello storico Tacito e, l’anno seguente, sempre a Costanza, ben dodici commedie fino ad allora sconosciute del grande commediografo latino Tito Maccio Plauto.
Benché gli spostamenti sei secoli fa fossero certamente meno agevoli di oggi, saremmo nel torto credendo che gli umanisti fossero persone sedentarie. I manoscritti e le idee in essi contenuti circolano perché i promotori di questa avanguardia viaggiano molto, a volte moltissimo, stanno spesso col cappello in mano (14), e la valigia aperta. Erasmo, anche da questo punto di vista, è davvero il degno successore di Petrarca: come quest’ultimo, benché ci tenesse ad esser detto ‘florentinus’, visse tra Avignone, Valchiusa, Praga, Milano, Parma, così Erasmo, nato a Rotterdam, si muove nel corso della sua vita tra Leuven, Basilea, Parigi, Oxford, Venezia. A quale letteratura nazionale appartengono questi grandi nomi? Sono davvero cosmopoliti (15) nel senso più genuino del termine. Seguendo le orme di questi giganti, anche umanisti ‘minori’ macinano parecchi chilometri. L’umanista lucchese Andrea della Rena (1477-1517), per esempio, detto Ammonio, dopo aver lavorato a Roma presso la corte pontificia, si reca in Inghilterra, ospite di Thomas More; molto stimato anche da Erasmo, è accolto con grandi onori, come nunzio di papa Leone X, alla corte del re inglese Enrico VIII.
3.3 Un’edizione che spalanca le porte
Ma torniamo al nostro Erasmo, che nel frattempo ha ricopiato il testo presente in quel manoscritto della vecchissima abbazia di Parc e presto metterà al corrente della sua scoperta i suoi migliori amici. Il 13 aprile del 1505, a Parigi, messa da parte ogni precauzione, le Adnotationes del Valla vedono la luce, per i tipi di Badio Ascensio, l’umanista fiammingo amico di Erasmo che in Francia, con le sue centinaia di edizioni di classici, diventerà un secondo Aldo Manuzio. Al protonotario apostolico Christopher Fisher, che lo convinse ad affrontare i rischi legati alla pubblicazione di quell’opera, Erasmo scrisse da Parigi una celebre lettera (16) in cui, forte della lezione civile del maestro, si dimostra consapevole delle grane cui andrà incontro.
Valla non è dunque solo benemerito, secondo Erasmo, per la sua battaglia linguistica, ma anche per aver debellato una ‘inveterata malattia’ combattendo per la verità, che per l’umanista italiano sta sempre dentro i testi. Per questo lo scritto che sta pubblicando - Erasmo lo sa bene - è qualcosa di culturalmente eversivo. Perché se è possibile criticare il libro per antonomasia, la Bibbia, o meglio, la traduzione in cui quel libro sacro è circolato per secoli, allora non ci sarà ambito del sapere consegnatoci dal passato che rimarrà immune dalla critica della ragione umana e delle sue istanze. È un colpo mortale inferto al principio di autorità. Si apre la strada, da molti sempre mal vista, ad una critica filologica e linguistica del Testo Sacro, la filologia vetero e neo-testamentaria (17). Non è un caso che proprio nell’anno fatidico, quel 1517 in cui scoppia ufficialmente la Riforma di Lutero, Ulrich von Hutten (1488-1523) pubblichi per la prima volta a Magonza la Falsa Donazione di Costantino, la scandalosa orazione con cui, quasi ottant’anni prima, Valla aveva dimostrato apocrifo, grazie ad un’ineccepibile analisi linguistica, il documento su cui per secoli la Chiesa aveva legittimato il proprio potere temporale.
3.4 Fino a dove osa la filologia
In quegli anni vede pure la luce nella città spagnola di Alcalà l’ultimo dei sei volumi della Bibbia poliglotta complutense, la prima edizione critica trilingue (latino, greco ed ebraico) dell’intero testo biblico, che sarebbe diventata una delle vette dell’Umanesimo filologico europeo. Fu un autentico capolavoro d’equipe, coordinato dal cardinale Francisco Jiménez de Cisneros, cui diedero il loro convinto contributo alcuni “nipotini” intellettuali di Valla, fra cui Elio Antonio De Nebrija (1442/4 – 1521/2).
Nella lettera rivolta al lettore del Novum Instrumentum (18), il suo primo tentativo di edizione critica del testo sacro, Erasmo scriveva da Basilea alla fine del 1515: «Dunque ti prego, ottimo lettore, di avvicinarti anche tu al libro con pie orecchie e cuore cristiano. Che nessuno prenda in mano queste cose con lo stesso spirito con cui si prendono le Notti gelliane o i Miscellanea di Angelo Poliziano … Ci dedichiamo alla materia sacra, la materia in cui più di tutte è raccomandata semplicità e purezza, dove è ridicolo voler mostrare l’umana erudizione, è empio vantarsi dell’umana eloquenza».
Ma confrontarsi col testo ‘recepito’ della Bibbia non significò soltanto forgiare un nuovo strumento di analisi critica. In alcuni paesi, infatti, come in Germania e in Ingilterra, alcuni umanisti si cimenteranno nella traduzione in volgare del testo sacro, o di parte di esso, dando un contributo fondamentale allo sviluppo delle proprie lingue nazionali. Come, infatti, la traduzione in tedesco della Bibbia da parte di Lutero costituisce un vero e proprio monumento della lingua tedesca, così la traduzione inglese del Nuovo Testamento (1525), e dei libri compresi nel Pentateuco e di quello di Giona, da parte dell’umanista inglese William Tyndale (1494-1536), costituiranno la Bibbia di re Giacomo e una base imprescindibile per la moderna prosa inglese.
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- Storia della letteratura italiana
- La scena del Mediterraneo
- Italiani, Francesi, Provenzali
- Firenze, Bologna, Parigi: Dante e i saperi del suo tempo
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- Narrare storie dal Mediterraneo all’Inghilterra: circolazione e ricezione di Boccaccio
- Valla, Poliziano, Beroaldo, Erasmo: l’Umanesimo tra Università, accademie e scuole
- Machiavelli e la nuova politica europea
- L’epos ariostesco, il cortigiano, l’hidalgo e la fantasia europea
- Tasso e la soggettività moderna da Montaigne a Milton
- L’Adone, Parigi e una nuova poesia dell’educazione sentimentale
- Shakespeare e il rinascimento italiano
- Il teatro e la novella nel Cinquecento
- Metastasio, il melodramma e la Vienna asburgica
- Milano, Parigi, Londra, Napoli: l’età dei Lumi
- Alfieri: un viaggiatore europeo tra tragico e romanzesco
- Ugo Foscolo e la logica del Neoclassicismo
- Il mondo romantico del dramma e del romanzo
- Le illusioni della natura e dei sogni: Leopardi poeta e filosofo europeo
- L’antilirica della nuova metropoli. Dialetto e cultura europea in Carlo Porta e Giuseppe Gioachino Belli
- Appunti sul melodramma italiano dell'Ottocento e sulla sua fortuna europea
- Ippolito Nievo: le Confessioni di un franc chasseur della letteratura
- Sogni d’altrove. Emilio Salgari e il lettore europeo fin-de-siècle
- Una Sicilia europea: da Verga a Pirandello
- Pascoli e l’Europa simbolista
- Le avanguardie storiche: una nuova poesia, una nuova prosa
- La letteratura italiana del Novecento: un itinerario europeo
- Letteratura e cinema nel Novecento
- Letteratura e mercato letterario: l'Europa e l’Italia tra la guerra e la pace
- Il fumetto in Italia, una narrazione tra pop culture e letteratura
- Barbari benefici o Apocalisse?
