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Conflitti di saperi e ricerca della verità


8.1 Aristotele e il dibattito filosofico nell’Europa medievale

La cultura filosofica dell’Europa medievale, che a un osservatore lontano pare unitaria e compatta, si rivela a uno sguardo un po’ più ravvicinato percorsa da conflitti accesissimi e animata da dibattiti straordinariamente intensi, che dalle grandi università, come quelle di Parigi e di Bologna, e dalle grandi scuole conventuali, penetra nelle province e nelle città, influendo sulla formazione dei singoli intellettuali e scrittori, sulla loro visione del mondo, sugli strumenti concettuali e terminologici attraverso i quali percepiscono e rappresentano la realtà.
La “scoperta” della filosofia aristotelica aveva rinnovato profondamente il pensiero filosofico europeo, aprendo un’epoca razionalistica, che affida il processo conoscitivo a un’epistemologia fondata sulle dimostrazioni logiche. Ma accanto al razionalismo, l’aristotelismo diventa il riconoscimento di un’autorità che non si può mettere in discussione e che offre con le sue affermazioni il punto di partenza a eventuali altre dimostrazioni. Aristotele(external link) viene chiamato semplicemente, anche dallo stesso Dante, «il Filosofo» e definito poi «il maestro di color che sanno» (Inf. IV 131).
Ma in realtà lo stesso aristotelismo medievale(external link) è un fenomeno culturale molto complesso ed è attraversato da profonde divisioni. Di particolare rilievo è il conflitto che oppone i “teologi”, che cercano di conciliare la filosofia aristotelica con l’ortodossia cristiana, come Tommaso d’Aquino(external link), grande intellettuale domenicano e professore all’Università di Parigi, e i “filosofi”, cioè gli aristotelici radicali o averroisti, come Sigieri di Brabante(external link), anch’egli professore a Parigi. Nelle opere e nell’insegnamento degli averroisti, le opere aristoteliche di fisica, metafisica, psicologia, con i commenti dei filosofi arabi, sono la base per sostenere posizioni inconciliabili con la fede cristiana, come l’eternità del mondo, la mortalità dell’anima, l’unità dell’intelletto possibile. Da qui dibattiti infuocati e aspri contrasti, ma anche severe condanne e censure ecclesiastiche. All’Università di Parigi le opere aristoteliche di fisica e psicologia vengono vietate nella facoltà di teologia, mentre continuano a essere lette e commentate nella facoltà di arti.


8.2 La tradizione esegetico-simbolica, il platonismo, la mistica

Tuttavia rimane attiva e vivace anche nel Duecento e nei primi decenni del secolo successivo la grande e moltepice tradizione medievale che, anche qui con molte diverse sfumature, si fondava sulla lettura e l’interpretazione della Bibbia e sull’insegnamento dei Padri della Chiesa. In questa secolare tradizione culturale l’esegesi del testo sacro è la fonte di ogni verità: l’autorità e il fondamento della conoscenza non sono riconosciuti ai sistemi logici e razionali dell’aristotelismo ma alla Bibbia e alle tecniche allegoriche dell’esegesi scritturale. Infatti Dio ha lasciato le tracce della verità e della sua volontà nei suoi due libri, la Bibbia e il creato, che gli uomini devono interpretare attraverso tecniche di esegesi simbolica.
A queste correnti di pensiero esegetico e simbolico possono essere in qualche misura accostate altre linee della cultura medievale: la tradizione agostiniana; la presenza incerta ma persistente del platonismo medievale(external link); l’influenza della teologia mistica legata alla tradizione degli scritti di Dionigi Pseudo-Areopagita(external link); la nuova teologia mistica sviluppatasi nel XII secolo presso l’Abbazia di San Vittore a Parigi, con grandi rappresentati come Ugo(external link) e Riccardo di San Vittore(external link), quest’ultimo citato esplicitamente da Dante, che lo pone nel cielo del Sole quale maestro di sapienza mistica (Par. X, 131-132: «Riccardo, / che a considerar fu più che viro»).
Inoltre il Duecento vede un rinnovato diffondersi di importanti compilazioni enciclopediche, tra cui spiccano, verso la metà del secolo, il De proprietatibus rerum di Bartolomeo Anglico(external link) e lo Speculum maius di Vincenzo di Beauvais(external link), a cui si aggiunge poi, qualche anno più tardi, il Tresor di Brunetto Latini(external link), in francese. E nelle enciclopedie si può osservare una spiccata tendenza al sincretismo, alla combinazione di informazioni, notizie, citazioni provenienti da testi diversi. Così le frasi di Aristotele si possono trovare accanto a quelle della Bibbia o di Agostino(external link) o di Isidoro di Siviglia(external link) o di Dionigi.


8.3 Dante e i saperi del suo tempo

Nel periodo successivo alla morte di Beatrice, Dante, come racconta egli stesso nel Convivio, frequenta a Firenze «le scuole delli religiosi e le disputazioni delli filosofanti». Due delle scuole certamente frequentate dal poeta sono gli studia conventuali dei domenicani e dei francescani a Firenze. Da qui deriva al poeta una duplice influenza che forse è alla base della complessità dei riferimenti filosofici che si possono incontrare nelle sue opere e in particolare nella Commedia.
Il poema dantesco ha una struttura enciclopedica ma non sistematica e manifesta chiaramente un’intenzione totalizzante di rappresentare l’universo nella sua totalità. Questi caratteri del testo conducono Dante ad attingere materiali, elementi, notizie, concetti, terminologie da campi del sapere diversi e anche da singole dottrine filosofiche che non necessariamente egli condivide nella loro interezza. Il poema ha fini complessi, poetici e autobiografici, ma anche morali e religiosi: la purezza dottrinaria nel seguire una singola posizione filosofica non sembra una delle linee guida del poeta.
Per questo non pare opportuno privilegiare in modo esclusivo una sola delle prospettive filosofiche presenti, come invece è stato fatto in passato attribuendo un valore assoluto alla presenza delle dottrine aristoteliche nell’interpretazione di Tommaso d’Aquino (quindi detta tomista). Accanto a questa, indubbiamente presente e significativa, ne esistono molte altre, legate alle diverse interpretazioni dell’aristotelismo, al platonismo, alla tradizione agostiniana, al sapere simbolico e allegorico della tradizione biblica che si ritrova anche nelle enciclopedie e negli scritti “naturalistici”; alla teologia mistica, alla metafisca delle luce, e a molte altre linee e tendenze di cui Dante assorbe e riutilizza singoli elementi e aspetti, per inglobarli nella sua summa enciclopedica e poetica.
Le scienze e le prospettive conoscitive umane sono tutte mobilitate e utilizzate a fondo, e in particolare si porta al limite l’uso delle facoltà logico-razionali per spiegare ogni aspetto della realtà. Ma con altrettanta decisione il poeta insiste nel ribadire i limiti delle facoltà razionali umane nella comprensione dei misteri più profondi del divino.


8.4 Le Atene celestiali e filosofi del nobile castello

Nel IV libro del Convivio Dante immagina una sorta di luogo celeste, «quelle Atene celestiali», in cui si trovano a contemplare concordemente la verità divina i filosofi che pure in vita avevano dibattuto su posizioni del tutto diverse, come i rappresentanti delle grandi scuole filosofiche dell’antichità: «si sale a filosofare a quelle Atene celestiali dove li Stoici e Peripatetici e Epicuri, per la luce della veritade etterna, in uno volere concordevolemente concorrono» (Conv. IV 14 15). È un modo per riconoscere un’armonia nella ricerca dei filosofi di soddisfare il naturale desiderio dell’uomo di conoscere, e tale armomia persiste anche quando, per la fraglità e l’incertezza delle facoltà umane, si giunge a conclusioni diverse.
Anche fra gli spiriti magni del limbo, uno dei luoghi oltremondani di cui Dante offre una rappresentazione più innovativa rispetto alla tradizione medievale, si trova un gruppo assai eterogeneo di filosofi, scienziati e sapienti non cristiani, associati nel soggiorno nel luogo nobile e sereno del nobile castello, ma esclusi dalla salvezza paradisiaca e dall’accesso alla suprema conoscenza del divino nella beatitudine celeste. Tutti i filosofi si trovano qui riuniti intorno ad Aristotele(external link): «vidi ’l maestro di color che sanno / seder tra filosofica famiglia. // Tutti lo miran, tutti onor li fanno» (IV 131-133). I più vicino al Filosofo sono «Socrate(external link) e Platone(external link), / che ’nnanzi a li altri più presso li stanno» (134-135), le cui posizioni sono certo ben diverse da quelle aristoteliche, e poi tutta una serie di filosofi presocratici(external link), le cui dottrine Aristotele aveva apertamente criticato, come Dante poteva leggere negli scritti del filosofo e nei commenti medievali. E seguono poi una serie di scienziati antichi e di filosofi-scienziati di religione islamica, i celebri Avicenna(external link) e Averroè(external link). Anche i sapienti del limbo sono stati distanti nelle rispettive posizioni nella vita terrena, ma ora appaiono concordi in questo luogo.
Essi ricevono onore in tale posizione privilegiata, e testimoniano insieme del valore e dei limiti della ragione umana e delle sue più alte espressioni nella filosofia al di fuori della fede cristiana. Non è un caso che i principali fra questi siano poi citati all’inizio del Purgatorio, dove Virgilio ricorderà dolorosamente i limiti della ragione umana nel comprendere i misteri divini e l’esclusione dalla conoscenza della verità di coloro che hanno fidato sulla sola ragione umana: «Matto è chi spera che nostra ragione / possa trascorrer la infinita via / che tiene una sustanza in tre persone. // State contenti, umana gente, al quia; / ché, se potuto aveste veder tutto, / mestier non era parturir Maria; // e disiar vedeste sanza frutto / tai che sarebbe lor disio quetato, / ch’etternalmente è dato lor per lutto: // io dico d’Aristotele e di Plato e di molt’altri» (Purg. III 34-44).


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